Gen 052015
 

Il nostro ragionatore si siede a tavola, gli vengono servite delle ostriche: opta per il vino di Champagne. Ma, dirà qualcuno, era libero di scegliere il Borgogna. Ebbene, no: è vero invece che un altro motivo, un’altra scelta più pressante della prima, poteva determinarlo a bere quest’ultimo vino, ma anche in questo caso la sua scelta sarebbe stata ugualmente in contrasto con la sua pretesa libertà.

Il nostro ragionatore, entrando alle Thuileries, scorge un’affascinante donna di sua conoscenza sulla Terrasse des Feuillans; decide di avvicinarla, a meno che qualche altra ragione d’interesse o di piacere non lo conduca alla grande Allée. Ma qualunque cosa faccia, sarà sempre una ragione o un desiderio a spingerlo irresistibilmente a scegliere un posto o l’altro, in contrasto con la sua volontà.

Per ammettere che l’uomo è libero, dovremmo presupporre che sia lui stesso a scegliere: ma se è determinato dalle sollecitazioni della passione, con cui la natura e le sensazioni lo colpiscono, non è libero affatto. Un certo grado di desiderio, più o meno vivo, lo decide invincibilmente, così come un peso di quattro libbre ne trascina uno di tre.

Chiedo ancora al mio interlocutore di spiegarmi cos’è che gli impedisce di pensarla come me sull’argomento qui trattato e perché io non posso decidermi a pensarla come lui. Mi risponderà senza dubbio che le sue idee, le sue nozioni, le sue sensazioni gli impediscono di pensare così. Ma se questa riflessione gli dimostra, appunto, che non è padrone di pensare come me né io di pensare come lui, deve allora convenire che non siamo liberi di pensare in un modo o nell’altro. Ora, se non siamo liberi di pensare, come potremo essere liberi di agire? Infatti, il pensiero è la causa: come può risultare libero l’effetto di una causa che non è affatto libera? Ecco la contraddizione.

Per cercare di convincerci di questa verità ci aiutiamo con la fiamma dell’esperienza. Grégoire, Damon e Philinte, poniamo, sono tre fratelli, educati dagli stessi maestri fino all’età di venticinque anni. Non si sono mai lasciati, hanno ricevuto la stessa educazione, le stesse lezioni di Morale e Religione. Ora, Grégoire ama il vino, Damon ama le donne, Philinte è devoto. Cos’è che ha determinato la differente indole dei tre fratelli? Non può essere certo l’educazione ricevuta, e neppure la conoscenza del bene e del male morale, poiché hanno ricevuto gli stessi insegnamenti dagli stessi maestri. Quindi ciascuno di loro aveva in sé differenti princìpi e differenti passioni, che hanno deciso queste diverse volontà malgrado l’uguaglianza delle conoscenze acquisite. Dico di più: Grégoire, che amava il vino, era l’uomo più onesto, il più socievole, il migliore degli amici quando non aveva bevuto; ma dopo che aveva gustato di quel liquore inebriante diventava maldicente, bestemmiatore, querelatore, si sarebbe tagliato la gola per far danno al suo migliore amico. Ora, Grégoire era padrone di questi mutamenti di volontà che avvenivano di colpo dentro di lui? No di certo, poiché a sangue freddo detestava le azioni che era stato costretto a commettere sotto l’effetto del vino. Alcuni sciocchi ammiravano la continenza di Grégoire, che non correva dietro le donne; la sobrietà di Damon che non amava affatto il vino; la religiosità di Philinte che non amava né le donne né il vino, ma che godeva degli stessi piaceri dei primi due attraverso il suo gusto per la devozione. Ed è così che la maggior parte degli uomini è vittima dell’idea preconcetta che si è formata sui vizi e sulle virtù umane.

Concludendo: l’assetto degli organi, la disposizione delle fibre, un certo movimento dei fluidi determinano il tipo delle passioni, il grado di forza con cui ci agitano, costringono la ragione e guidano la volontà nelle più piccole come nelle più grandi azioni della nostra vita. È questo che rende l’uomo passionale, saggio o folle. E il folle non è meno libero dei primi due, poiché agisce secondo gli stessi princìpi, essendo la natura uniforme. Supporre che l’uomo è libero e che si determina da sé vuol dire renderlo uguale a Dio.

Ma ritorniamo alla mia storia. Ho detto che a ventitré anni mia madre mi ritirò quasi morente dal convento dove mi trovavo. Tutto il mio corpo languiva, avevo un colorito giallastro, le labbra livide; rassomigliavo a uno scheletro vivente. La devozione mi stava rendendo assassina di me stessa. Un bravo medico, fatto venire da mia madre, riconobbe subito la causa della mia malattia. Quel divino liquore che ci procura il solo piacere fisico, l’unico che si gusta senza amarezza, quel liquore, dico, il cui smercio è così necessario a certi temperamenti quanto il cibo che ci nutre, era rifluito dai vasi che gli erano propri dentro altri che gli erano estranei, mettendo in disordine tutto l’organismo. Venne consigliato a mia madre di cercarmi un marito, come il solo rimedio che potesse salvarmi la vita. Ella me ne parlò con dolcezza, ma invasata com’ero dai miei pregiudizi le risposi senza riguardo che preferivo morire piuttosto che dispiacere a Dio con una condotta così deplorevole, che egli avrebbe tollerato solo per la sua grande bontà. Tutto quello che poté dire non riuscì a convincermi; non avevo più nessun desiderio per questo mondo, consideravo solo la felicità che mi era promessa nell’altro.

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