Mar 142020
 

Vedo Gitone appoggiato al muro, con in mano spazzole e asciugamani e l’aria triste e frastornata. Era evidente che vivere in servitù non gli andava granché a genio. E così, per verificare che la vista non mi stesse ingannando…

Quello si volge verso di me, col viso illuminato dalla gioia e mi dice: «Pietà, fratello. Ora che non ci sono armi in giro, posso parlare senza remore. Puniscimi come preferisci, ma liberami da quel criminale sanguinario: nella mia miseria, sarà per me una bella consolazione morire per mano tua». Io gli ordino di piantarla con quella lagna, per non render noti i fatti nostri alla gente e, dopo essermi sganciato da Eumolpo che, nel frattempo, si era messo a declamare carmi nel bagno, trascino via Gitone attraverso una viuzza sudicia e buia e filo dritto alla mia stamberga. E lì, dopo aver sprangato la porta, lo soffoco a forza di abbracci e col volto cancello dal suo viso le lacrime. Per un bel po’ non fiatammo né l’uno né l’altro, anche perché il petto del ragazzino era squassato da gemiti senza tregua. «È un’indegna vergogna!» esclamai alla fine «Che io ti ami anche dopo che mi hai piantato, che nel mio cuore non ci sia più traccia di cicatrici, là dove prima c’era una ferita tanto profonda! Come puoi giustificare l’esserti dato a un altro? Mi meritavo un trattamento simile?». Quando si rese conto che io ero ancora preso di lui, inarcò le sopracciglia ancora più sorpreso…

*

«E pensare che avevo rimesso a te come unico giudice la decisione d’amore! Ma non mi lamento più di niente, non mi ricordo più di niente, se adesso sei disposto a rimediare alla tua colpa con un affetto sincero». E dopo aver pronunciato quelle parole in un profluvio di gemiti e lacrime, lui mi asciugò la faccia col mantello e disse: «Encolpio, mi affido alla tua memoria: sono io che ti ho piantato, oppure sei stato tu a tradirmi? Per quanto mi riguarda, ammetto in tutta sincerità che, quando ho visto due uomini armati, mi sono messo con quello più forte». Baciando di nuovo quella testina che ragionava in maniera tanto assennata, gliela presi tra le mani, e per fargli capire ch’era rientrato nelle mie grazie e che la nostra amicizia era tornata quella di una volta, me lo strinsi forte al petto.

Era già notte fonda e la padrona ci aveva preparato la cena come richiesto, quando Eumolpo bussò alla porta. «Quanti siete?» domandai io, correndo a sbirciare dal buco della serratura per accertarmi se c’era anche Ascilto. Ma quando vidi che il mio ospite era da solo, lo feci subito entrare. Quello si lasciò cadere sul mio letto. Scorgendo però Gitone impegnato ad apparecchiare, esclamò: «Gran bel pezzo di Ganimede! Qui stasera si folleggia». Questa curiosa uscita non mi andò giù per niente e cominciai a temere di essermi trascinato in casa uno simile ad Ascilto. Ma Eumolpo insisteva e, mentre il ragazzo gli porgeva da bere, gli disse: «Meglio te che tutti quelli del bagno messi insieme». Dopo essersi scolato il bicchiere tutto d’un fiato, ci confessò che non gli era mai capitato di peggio. «Mentre mi stavo lavando» disse lui, «per poco non mi prendevano a sprangate perché mi ero messo a declamare una poesia a quelli seduti sul bordo della vasca. Dopo esser stato scacciato dal bagno come se fossi stato a teatro, cominciai a girare in lungo e in largo e a chiamare a gran voce “Encolpio!”. Ma dalla parte opposta vidi venire verso di me un giovane senza niente addosso (i vestiti li aveva persi), che gridava con lo stesso tono di voce arrabbiata “Gitone!”. E mentre a me dei ragazzini facevano malamente il verso come se fossi stato fuori di testa, quello invece venne circondato da una enorme folla che gli batteva le mani con grande rispetto e ammirazione. Il fatto è che il tizio aveva tra le gambe un arnese talmente grosso che lui, dico l’uomo, sembrava una semplice appendice del suo membro. Che giovanotto in gamba! Mi sa che quello attaccava la sera e finiva la mattina. E infatti trovò subito chi gli diede una mano. Infatti, un tale non meglio identificato, un cavaliere romano (a quanto pare non uno stinco di santo), gli buttò addossso il mantello e se lo portò a casa per godersi, credo, da solo tutto quel ben di dio. Io, invece, non sarei riuscito nemmeno farmi ridare i vestiti dal guardaroba, se non avessi trovato un testimone. Com’è vero che al mondo è meglio lavorare d’uccello che non di cervello». Mentre Eumolpo raccontava questa storia, io continuavo a cambiare espressione, divertendomi un mondo per le disgrazie del mio avversario e rattristandomi di fronte ai suoi successi. Ad ogni modo me ne stetti zitto, fingendo di non sapere nulla di quella faccenda e ordinai che ci portassero la cena.

*

«Ciò che è alla portata di tutti non vale granché, e l’animo, portato com’è all’errore, finisce col preferire le ingiustizie.

Il fagiano importato dalla Colchide

e le galline d’Africa piacciono al nostro palato,

perché li trovi di rado. L’oca bianca invece

e l’anatra dalle penne screziate

hanno sapore plebeo. Uno scaro giunto

da spiagge lontane e i pesci che ci offre la Sirte,

se in più c’è di mezzo un naufragio, ci sono graditi.

Stufa invece la triglia. Vale più della moglie

l’amante, cede la rosa alla cannella.

Sempre pare migliore ciò che tocca cercare».

«È così» salto su io «che mantieni la promessa di non metterti a comporre versi per tutta la giornata di oggi? Che diamine, noi potresti anche risparmiarci, visto che non ti abbiamo ancora preso a sassate. Perché mi sa che, se qualcuno di quelli che stanno sbevazzando in questa taverna sente puzza di poeta in giro, tira giù dai letti tutto il vicinato e finisce che ci accoppa dal primo all’ultimo! Abbi quindi un po’ di compassione e ricordati di quello che ti è successo alla pinacoteca e al bagno». Ma Gitone, buono dentro com’era, mi rimproverò per quelle parole e mi disse che non era affatto bello agire così, cioè mancare di rispetto a una persona più anziana e nel contempo di dimenticarsi dei doveri di ospitalità, offendendo Eumolpo dopo esser stato tanto gentile da invitarlo a cena. A questi rilievi ne aggiunse poi anche parecchi altri, ma detti con quella garbata moderazione che tanto si addicevano alla sua grazia.

*

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