Feb 162019
 

Si domandava, camminando: “Che cosa gli dirò? Da dove potrò cominciare?” E, avvicinandosi alla meta, riconosceva i cespugli, gli alberi, i giunchi sulla collina, e, laggiù, il castello. Si ritrovò nello stato d’animo di quella prima tenerezza, e il suo povero cuore oppresso si dilatava in questa sensazione, pervaso d’amore. Un vento tiepido le soffiava sul viso, la neve si scioglieva, cadeva a goccia a goccia dalle gemme sull’erba.

Entrò, com’era solita fare, dalla porticina del parco, poi giunse nella corte d’onore, circondata da una doppia fila di tigli rigogliosi. I lunghi rami dondolavano sibilando. I cani del canile si misero tutti ad abbaiare e lo scoppio dei loro latrati echeggiò senza che comparisse nessuno.

Emma salì lo scalone diritto, con la balaustrata di legno, che conduceva al corridoio pavimentato da lastre polverose sul quale si aprivano molte camere in fila, come nei monasteri e negli alberghi.

Quella di Rodolphe si trovava a un’estremità, a sinistra, in fondo. Quando posò la mano sulla maniglia le forze d’improvviso l’abbandonarono. Temette che Rodolphe non ci fosse, quasi se lo augurava, e tuttavia era la sua sola speranza, l’ultima possibilità di salvezza. Si concentrò un istante, e, rinfrancando il proprio coraggio nella consapevolezza dell’attuale necessità, entrò.

Rodolphe stava davanti al fuoco, con i piedi sul gradino del caminetto, fumando la pipa.

«Ma guarda! Lei qui!» disse alzandosi in fretta.

«Sì, io!… Rodolphe, vorrei chiederle un consiglio.»

Ma, a dispetto di ogni sforzo, non le riusciva di aprir bocca.

«Non è cambiata per nulla. È affascinante come sempre!» «Oh!» osservò lei amaramente «sono ben poveri fascini, dal momento che lei li ha disdegnati.»

Rodolphe cominciò a spiegare le ragioni del suo comportamento, scusandosi in termini vaghi, nell’impossibilità di trovare di meglio.

Emma si abbandonò alla lusinga delle sue parole, e, più ancora, alla sua voce e alla vista della sua persona, tanto che mostrò di credere o credette davvero al pretesto della loro rottura: si trattava di mantenere un segreto da cui dipendeva l’onore e la vita stessa di una terza persona.

«Non importa,» disse, guardandolo con tristezza «ho sofferto abbastanza.»

Rodolphe rispose filosoficamente:

«Così è la vita!»

«È stata almeno buona per lei,» continuò Emma «dopo la nostra separazione?»

«Oh! Né buona né cattiva.»

«Forse avremmo fatto meglio a non lasciarci.»

«Sì… forse!»

«Lo credi davvero?» domandò lei, avvicinandoglisi.

Sospirò:

«Oh Rodolphe! Se sapessi… ti ho amato moltissimo!»

A questo punto gli prese una mano e rimasero così, per qualche minuto con le dita intrecciate, come il primo giorno alle Assemblee.

Per orgoglio, Rodolphe cercava di sottrarsi alla tenerezza, ma Emma, abbandonandosi sul suo petto, gli disse:

«Come hai potuto credere che riuscissi a vivere senza di te? Non si può perdere l’abitudine alla felicità. Ero disperata. Credevo di morire. Ti racconterò tutto, vedrai. E tu, tu mi hai sfuggita!…»

Da tre anni, infatti, Rodolphe puntigliosamente la evitava, a causa di quella vigliaccheria naturale che caratterizza il sesso forte; Emma continuava, con mosse graziose del capo, più carezzevole di una gattina innamorata:

«Ami altre donne, confessalo. Le capisco, sai? E le scuso; tu le avrai sedotte, come hai sedotto me. Sei un uomo, tu, possiedi tutto ciò che è necessario per farti amare. Ma noi ricominceremo, vero? Ci ameremo! Ecco, vedi? Rido, sono felice!… Di’ qualcosa!»

Era deliziosa, con quello sguardo in cui tremava una lacrima, come l’acqua di un temporale in un calice azzurro.

Rodolphe l’attirò sulle ginocchia, le accarezzò con il dorso della mano i capelli lisci, sui quali, nel chiarore del crepuscolo, brillava come una freccia d’oro un ultimo raggio di sole. Emma teneva la fronte bassa. Rodolphe finì per sfiorarle con le labbra le palpebre in un lieve bacio.

«Ma tu hai pianto!» disse «Perché?»

Emma scoppiò in singhiozzi. Rodolphe interpretò questa commozione come l’esplosione del suo amore. Ella taceva; il suo silenzio gli parve un’ultima manifestazione di pudore e allora esclamò:

«Perdonami! Sei la sola che mi piaccia, sono stato imbecille e cattivo. Ti amo e ti amerò sempre. Cosa ti turba? Dimmelo!»

Si inginocchiò davanti a lei.

«Ebbene… sono rovinata Rodolphe! Mi dovresti prestare tremila franchi!»

«Ma… Ma…» disse lui rialzandosi adagio, mentre la sua fisionomia assumeva un’espressione grave.

«Devi sapere» continuò Emma in fretta «che mio marito ha messo tutte le sostanze nelle mani di un notaio; questi è fuggito. Abbiamo fatto debiti, i clienti non pagavano. Del resto la liquidazione non è finita, in seguito avremo del denaro. Ma oggi ci fanno un sequestro per tremila franchi; sta accadendo adesso, in questo stesso momento e, contando sulla tua amicizia, sono venuta da te…»

“Ah!” pensò Rodolphe, diventando d’improvviso molto pallido “è venuta per questo?”

Alla fine disse, con un’aria molto calma:

«Non li ho, cara signora».

Non mentiva. Se li avesse avuti, glieli avrebbe dati di certo, benché sia sempre poco piacevole compiere questi bei gesti: una richiesta di denaro, fra tutte le tempeste che si possono abbattere sull’amore, è la più gelida e la più distruttiva.

Emma rimase a guardarlo per qualche istante.

«Non li hai?»

Ripeté più volte.

«Non li hai! Avrei potuto risparmiarmi quest’ultima umiliazione. Tu non mi hai mai amata. Non sei meglio degli altri!»

Si tradiva, si stava perdendo.

Rodolphe l’interruppe, asserendo di trovarsi in difficoltà.

«Ti compiango!» disse Emma «Sì, moltissimo!»

E, fermando lo sguardo su una carabina damaschinata che brillava in mezzo a una panoplia:

«Ma quando si è così poveri, non si possiede un fucile con il calcio niellato d’argento! Non si compera una pendola incrostata di tartaruga!» continuò, additando l’orologio di Boulle «Né fischietti d’argento dorato per le fruste» e li toccò «né ciondoli per l’orologio! Oh! Non ti fai proprio mancare nulla, perfino un portaliquori in camera, perché ti vuoi bene vivi in mezzo agli agi, hai un castello, fattorie, boschi! Partecipi alle cacce alla volpe, te ne vai a Parigi! Eh! Anche se non si trattasse d’altro che di questo,» gridò, prendendo sul caminetto i gemelli dei polsini «anche solo da queste cianfrusaglie, si potrebbe ricavare del denaro!… Oh! Non le voglio! Tientele.»

E scagliò lontano i gemelli, contro la parete, ove la catenella d’oro si ruppe nell’urto.

«Io ti avrei dato tutto, avrei venduto tutto, avrei lavorato con le mie stesse mani, avrei chiesto l’elemosina su tutte le strade, per un sorriso, per uno sguardo, per sentirmi dire ‘grazie’ da te. E tu, te ne stai lì tranquillamente, seduto in poltrona, come se già non mi avessi fatto soffrire abbastanza. Senza di te, lo sai bene, avrei potuto vivere felice! Chi ti ha costretto? Avevi fatto una scommessa? Ma tu mi amavi, dicevi… E anche adesso, ancora… Sarebbe stato meglio che tu mi avessi scacciata! Ho le mani calde dei tuoi baci, ecco qui il punto del tappeto ove tu giuravi, in ginocchio davanti a me, un eterno amore. Tu mi ci hai fatto credere, mi hai trascinata per due anni nei sogni più sublimi e soavi!… Vero? I progetti per il nostro viaggio, ricordi? Oh! la tua lettera, la tua lettera! Mi ha straziato il cuore! E poi, quando torno da lui, lui che è ricco, felice, libero, per implorare un aiuto che il primo venuto mi darebbe, supplicandolo, donandogli tutta la mia tenerezza, mi respinge, perché questo gli costerebbe tremila franchi!»

«Non li ho!» rispose Rodolphe con quella perfetta calma che riveste come una corazza la collera rassegnata.

Emma se ne andò. I muri vacillavano, il soffitto la opprimeva, percorse di nuovo il lungo viale, inciampando fra i mucchi di foglie che il vento disperdeva. Giunse infine al cancello vicino al fossato. Si ruppe le unghie con il chiavistello nella fretta di aprirlo. Poi, fatti cento passi, ansimante, prossima a cadere, si fermò. E, voltandosi, scorse ancora una volta il castello, impassibile, con il parco, i giardini, i tre cortili e le finestre della facciata.

Rimase perduta nel suo stupore, cosciente di sé soltanto per il battito delle arterie; lo udiva come una musica assordante che riempisse tutta la campagna. Il terreno sotto i piedi era più molle di un’onda, e i solchi le parevano immensi flutti bruni che si frangessero. Tutto quello che esisteva nella sua mente, le reminiscenze, le idee, svaniva tutto in una volta, di colpo, come le mille luci di un fuoco d’artificio. Vide suo padre, l’ufficio di Lheureux, la loro camera laggiù, un altro paesaggio. La follia si impadroniva di lei, ebbe paura, e riuscì allora a riprendersi, in maniera confusa però, perché aveva dimenticato il motivo delle condizioni orribili in cui si trovava, e cioè tutte le questioni di interesse. Ora soffriva solamente per il suo amore, e sentiva l’anima abbandonarla attraverso quel ricordo, come i feriti in agonia sentono la vita sfuggire attraverso la piaga sanguinante.

Scendeva la notte, e le cornacchie si alzavano in volo.

A un tratto parve a Emma che piccole sfere di fuoco scoppiassero nell’aria, come pallottole esplosive appiattendosi, e girassero, girassero per andare a fondersi nella neve, fra i rami degli alberi. Al centro di ciascuna di esse appariva il volto di Rodolphe. Si moltiplicavano, le si avvicinavano, penetravano in lei, e tutto scomparve. Riconobbe le luci delle case che brillavano lontane in mezzo alla nebbia.

Allora la situazione le si presentò chiara, come un abisso spalancato. Ansimava così forte che sembrava dovesse spaccarlesi il petto. Poi, con uno slancio d’eroismo che la rese quasi felice, corse per la discesa, attraversò la passerella del bestiame, il sentiero, il viale, il mercato e arrivò davanti alla bottega del farmacista.

Non c’era nessuno. Stava per entrare, ma al suono del campanello sarebbe arrivato qualcuno. Scivolò attraverso il cancello, allora, trattenendo gli ansiti, a tentoni lungo il muro, procedette fino alla porta della cucina nella quale ardeva una candela posta sui fornelli. Justin, in maniche di camicia, reggeva un piatto.

«Ah! Stanno cenando. Aspettiamo.»

Justin tornò. Emma bussò al vetro. Il ragazzo uscì.

«La chiave! Quella del solaio, dove ci sono…»

«Come!»

E la guardava, sbigottito dal pallore del viso di lei, che spiccava bianco sullo sfondo nero della notte. Gli parve straordinariamente bella, senza capire quello che Emma desiderava, aveva il presentimento di qualcosa di terribile.

Ma la signora Bovary riprese a parlare in fretta, con la voce bassa, con un tono dolce e struggente:

«La voglio! Dammela!»

Poiché la parete era sottile, si udiva il tintinnio delle forchette sui piatti nella stanza da pranzo.

Emma voleva far credere di voler uccidere i topi che non la lasciavano dormire.

«Bisogna che avverta il signor Homais.»

«No, resta qui!»

Poi soggiunse, con aria indifferente:

«Eh! Non ne vale la pena, glielo dirò io fra poco. Andiamo, fammi lume!»

Entrò nel corridoio cui si apriva la porta del laboratorio. V’era, appesa al muro, una chiave con l’indicazione Cafarnao.

«Justin!» gridò il farmacista spazientito.

«Andiamo di sopra!»

E lui la seguì.

La chiave girò nella serratura, ed Emma andò diritta al terzo scaffale, tanto rammentava bene, afferrò il boccale blu, gli strappò il tappo, vi ficcò la mano e, ritirandola piena di una polvere bianca, prese a mangiarla.

«Si fermi!» gridò il ragazzo gettandosi su di lei.

«Taci! Verrà qualcuno…»

Justin si disperava, voleva chiamare aiuto.

«Non dire nulla, tutta la colpa ricadrebbe sul tuo padrone!»

Poi tornò subito calma, quasi nella serenità di un dovere compiuto.

Quando Charles, sconvolto per la notizia del sequestro, era rientrato a casa, Emma stava uscendosene. Egli gridò, pianse, svenne, ma lei non tornava. Dove poteva essere andata? Mandò Félicité da Homais, da Tuvache, da Lheureux, al Leon d’Oro, dappertutto; e, negli intervalli di lucidità dell’angoscia, vedeva la sua buona reputazione distrutta, i loro beni perduti, l’avvenire di Berthe infranto. Per che cosa?… non una parola! Aspettò fino alle sei di sera. Alla fine, non potendo più trattenersi e immaginando che Emma fosse partita per Rouen, andò sulla strada maestra, percorse una mezza lega senza incontrare nessuno, aspettò ancora e poi rientrò.

Emma era tornata.

«Che cosa è accaduto?… Perché?… Spiegami!…»

Emma sedette allo scrittoio e scrisse una lettera che sigillò adagio, aggiungendo la data e l’ora. Poi disse in tono solenne:

«La leggerai domani; fino ad allora, ti prego, non mi fare domande!… No, nemmeno una!»

«Ma…»

«Oh! Lasciami in pace! »

Si distese sul letto.

Un sapore acre in bocca la svegliò. Intravide Charles e richiuse gli occhi.

Spiava le proprie sensazioni per rendersi conto se cominciasse a star male. Ma no, non ancora. Sentiva il ticchettio della pendola, il rumore del fuoco e Charles, in piedi al suo capezzale, che respirava.

“Ah! È una cosa ben da poco la morte” pensava. “Dormirò e tutto sarà finito!”

Bevve un sorso d’acqua, e si voltò verso il muro. Quell’orribile sapore di inchiostro continuava.

«Ho sete!… Oh! Ho una sete terribile!» sospirò.

«Ma che cos’hai, insomma?» disse Charles, porgendole un bicchiere d’acqua.

«Non è nulla!… Apri la finestra… Soffoco!»

E fu afferrata dalla nausea così d’improvviso che ebbe appena il tempo di prendere il fazzoletto sotto il cuscino.

«Portalo via!» disse con vivacità «Buttalo!»

Charles le fece domande alle quali Emma non rispose. Rimaneva immobile, temendo che la più piccola emozione la facesse vomitare. Sentiva però un freddo di gelo salirle dai piedi fino al cuore.

«Ah! Ecco che comincia!» mormorò.

«Che dici?»

Voltò la testa con un movimento lento, pieno di angoscia, aprendo e chiudendo di continuo la bocca come se avesse avuto sulla lingua qualcosa di molto pesante. Alle otto, i conati di vomito ricominciarono.

Charles osservò sul fondo della bacinella qualcosa di simile a granelli bianchi attaccati alle pareti di porcellana.

«È straordinario! È una cosa stranissima!» ripeteva.

Ma Emma disse ad alta voce:

«No, ti sbagli!»

Allora, delicatamente, quasi la carezzasse, Charles le passò una mano sullo stomaco. Emma gettò un grido acuto. Charles si tirò indietro spaventato.

Poi la signora Bovary si mise a gemere, dapprima debolmente. Grandi brividi le scotevano le spalle e diventava più pallida del lenzuolo nel quale affondava le dita contratte. Il polso, aritmico, era quasi impercettibile, adesso.

Gocce di sudore gemevano dal viso cianotico che sembrava quasi irrigidito nell’esalazione di un vapore metallico. I denti battevano, gli occhi dilatati guardavano vagamente tutto intorno e a ogni domanda Emma rispondeva scotendo il capo; sorrise addirittura una o due volte. A poco a poco i gemiti si fecero più forti. Un urlo soffocato e continuo le sfuggiva; voleva far credere di stare meglio e che ben presto si sarebbe alzata ma le presero le convulsioni, gridava:

«Ah! È atroce, mio Dio!»

Charles si gettò in ginocchio contro il letto.

«Parla! Cos’hai mangiato? Rispondi, in nome del cielo!»

E la guardava con una tenerezza negli occhi, una tenerezza che Emma non vi aveva mai veduto.

«Ebbene, là… là…» disse lei con voce spenta.

Charles balzò verso lo scrittoio, ruppe il sigillo e lesse a voce alta: «Non si accusi nessuno…» Si interruppe, si passò una mano sugli occhi, e rilesse di nuovo.

«Come! Aiuto! Accorrete!»

E riuscì soltanto a ripetere queste parole: «Avvelenata, avvelenata!» Félicité corse da Homais, che lo gridò sulla piazza; la signora Lefrançois lo sentì al Leon d’Oro; qualcuno si alzò dal letto per farlo sapere al vicino, e per tutta la notte il villaggio vegliò.

Fuori di sé, balbettante, prossimo a crollare, Charles passeggiava nella camera. Urtava i mobili, si strappava i capelli, e mai il farmacista avrebbe creduto di poter assistere a un così spaventevole spettacolo. Tornò a casa per scrivere al signor Canivet e al dottor Larivière. Perse la testa. Fece più di quindici bozze. Hippolyte andò a Neufchâtel e Justin spronò tanto il cavallo di Bovary da essere costretto a lasciarlo sulla salita del Bois-Guillaume sfiancato e mezzo morto.

Charles volle sfogliare la propria enciclopedia medica; non riusciva a leggere nulla, le righe gli ballavano dinanzi agli occhi.

«Calma» disse lo speziale. «Basterà somministrarle qualche potente antidoto. Qual è il veleno?»

Charles gli mostrò la lettera. Si trattava di arsenico.

«Bene,» continuò Homais «sarà necessario fare l’analisi.»

Infatti sapeva che in tutti i casi di avvelenamento, era necessario fare un’analisi; e l’altro, che non capiva più niente:

«Ah! La faccia! La faccia! La salvi!»

Poi, tornato accanto alla moglie, si lasciò cadere sul tappeto e restò con il capo appoggiato contro la sponda del letto a singhiozzare.

«Non piangere» gli disse Emma. «Presto non ti tormenterò più!»

«Perché? Perché hai fatto una cosa simile?»

Emma rispose:

«Non potevo evitarlo, amico mio».

«Non eri felice? È mia la colpa? Ho fatto tutto quel che potevo, però!»

«Sì… è vero… sei buono, tu!»

E gli passava la mano sui capelli, lentamente. La dolcezza di questa sensazione aumentava la sua tristezza; Charles sentiva tutto il proprio essere crollare sotto la disperazione al pensiero che l’avrebbe perduta proprio quando, come non era mai accaduto, Emma manifestava per lui un amore più grande che mai. E non riusciva a trovare niente che avrebbe potuto giovarle, non sapeva cosa fare, non osava; l’urgenza di una decisione immediata completava il suo disorientamento.

Emma pensava che ormai aveva finito con i tradimenti, le bassezze, le innominabili bramosie dalle quali era torturata. Non odiava più nessuno adesso, una confusione crepuscolare avvolgeva la sua mente, e, di tutto il chiasso terreno, non sentiva che l’intermittente lamento di quel povero cuore, dolce e indistinto, come l’estrema eco di una sinfonia che svanisce.

«Portatemi la piccola» disse, sollevandosi su un gomito.

«Non ti senti peggio, vero?» domandò Charles.

«No, no!»

La bimba arrivò in braccio alla domestica nella lunga camicina da notte dalla quale uscivano i piedini nudi, seria, e ancora mezzo addormentata. Guardò con stupore la camera in disordine, strizzando gli occhi, abbagliata dalla luce delle candele che ardevano sui mobili. Tutto ciò le rammentava certo il capodanno, o il carnevalino, quando, così risvegliata di buon’ora, alla luce dei candelieri, veniva nel letto della mamma per ricevere i regali, tanto che domandò:

«Dove sono, mamma?»

E poi, siccome tutti tacevano, disse:

«Ma non vedo la mia scarpina!»

Félicité la teneva chinata verso il letto, ma la bimba guardava sempre dalla parte del caminetto.

«È stata la balia a prenderla?» domandò.

E, udendo questo nome che la riportava al ricordo degli adulteri e delle calamità, la signora Bovary voltò la testa come per il disgusto suscitato da un veleno più forte che le salisse alla gola. Intanto Berthe rimaneva seduta sul letto.

«Oh! Che occhi grandi hai, mamma! Come sei pallida! Come sudi!…»

La madre la guardava.

«Ho paura!» disse la piccola tirandosi indietro.

Emma le prese la mano per baciarla, la bimba si dibatteva.

«Basta! Portatela via!» esclamò Charles, che singhiozzava nell’alcova.

Poi i sintomi diedero un po’ di tregua alla morente; Emma parve meno agitata, e, a ogni sospiro del suo petto, un poco più calmo, a ogni parola insignificante, si rinnovava in lui la speranza. Infine, quando entrò Canivet, Charles si gettò nelle sue braccia piangendo.

«Ah! È lei! Grazie! È stato buono a venire. Ma mi pare vada meglio. Ecco, la guardi…»

Il collega non fu affatto di questa opinione e, senza scegliere vie traverse, prescrisse dell’emetico per liberare del tutto lo stomaco.

Ben presto Emma vomitò sangue. Le labbra le si serrarono di più, aveva le membra contratte, il corpo coperto di macchie scure, il polso scivolava sotto le dita come un filo teso, come una corda d’arpa che stia per rompersi.

Poi ella cominciò a urlare orribilmente. Malediceva il veleno, gli lanciava invettive, lo supplicava di far presto e respingeva con le braccia tese tutto quello che il marito, più in agonia di lei, si sforzava di farle bere. Charles rimaneva in piedi, con il fazzoletto premuto sulle labbra, rantolante, piangente, soffocato dai singhiozzi che lo scotevano fino ai talloni; Félicité correva di qua e di là per la stanza. Homais, immobile, emetteva grossi sospiri e Canivet cercava di mantenere la sicurezza di sé, ma cominciava a sentirsi turbato.

«Diavolo!… eppure… si è purgata, e dal momento che la causa cessa…»

«Dovrebbe cessare anche l’effetto;» disse Homais «è evidente.»

«Ma salvatela!» gridava Bovary.

Così, senza dar retta al farmacista che azzardava ancora questa ipotesi: «Forse si tratta della crisi che risolve felicemente la cosa», Canivet stava per somministrarle della triaca, quando si sentì schioccare una frusta, i vetri tremarono e una vettura postale, trainata a tutta velocità da tre cavalli infangati fino agli orecchi, sbucò all’improvviso all’angolo del mercato. Era il dottor Larivière.

L’apparizione di un dio non avrebbe potuto provocare più viva impressione. Bovary levò le mani al cielo, Canivet si fermò subito e Homais si tolse la papalina molto prima che il dottore fosse entrato nella stanza.

Questi apparteneva alla grande scuola chirurgica uscita di sotto il camice di Bichat, a quella generazione ormai scomparsa di professionisti filosofi che, venerando la propria arte con un amore fanatico, l’esercitavano con passione e sagacia. Tutti tremavano nella clinica quando Larivière andava in collera; il dottore era tanto stimato dagli allievi, che essi si sforzavano di imitarlo il più possibile non appena abilitati alla professione. Per conseguenza, si rivedeva addosso a loro, nelle città vicine, il lungo soprabito imbottito di lana e l’ampia finanziera nera con i polsi sbottonati che, nel caso del signor Larivière, coprivano un poco le mani carnose, mani forti e belle, sempre senza guanti, quasi a voler essere più pronte a immergersi nelle miserie. Il dottore disdegnava croci, titoli e accademie, era ospitale, liberale e paterno con i poveri, praticava la virtù senza credervi, e sarebbe potuto passare per santo se l’acutezza del suo spirito non lo avesse fatto temere come un demonio. Lo sguardo di lui, più tagliente del suo bisturi, scendeva in fondo all’anima e scardinava ogni menzogna, attraverso pretesti e pudori. Ed egli procedeva così, nella vita, pieno di quella maestà bonaria conferita dalla consapevolezza di un notevole talento, dalla ricchezza e da quarant’anni di una vita laboriosa e irreprensibile.

Larivière aggrottò le sopracciglia fin da quando arrivò sulla soglia e scorse l’aspetto cadaverico di Emma distesa sul dorso, con la bocca aperta. Poi, con l’aria di ascoltare Canivet, si passò l’indice sotto le narici ripetendo: «Bene, bene».

Si strinse lentamente nelle spalle; Bovary lo stava osservando. Si guardarono, e quell’uomo, pur così abituato all’aspetto del dolore, non poté trattenere una lacrima che gli cadde sulla cravatta bianca.

Volle appartarsi con Canivet nella stanza vicina. Charles li seguì.

«Sta molto male, vero? Se le facessimo dei senapismi? Non so, qualcosa! Trovi qualcosa, lei che ne ha salvato tanti!»

Charles lo abbracciava e lo contemplava sgomento, supplice, quasi in deliquio contro il suo petto.

«Andiamo, povero figliolo, coraggio! Non c’è più niente da fare.»

E il dottor Larivière si scostò.

«Se ne va?»

«Tornerò più tardi.»

Uscì, come per dare ordini al cocchiere, insieme con il signor Canivet che non aveva nessuna voglia di vedersi morire Emma fra le mani.

Il farmacista li raggiunse sulla piazza. Non poteva, dato il suo carattere, star lontano dalle autorità. Così scongiurò il dottor Larivière di volergli fare il grandissimo onore di accettare il suo invito a pranzo.

Mandò subito a prendere dei piccioni al Leon d’Oro, tutte le costolette esistenti in macelleria, panna dai Tuvache, uova da Lestiboudois, ed egli stesso diede una mano nei preparativi, mentre la signora Homais diceva, tirando i cordoncini della camicetta:

«Voglia scusarci, signore, ma, nel nostro disgraziato paese, quando non si ha un preavviso almeno dal giorno prima…»

«I bicchieri a calice!» sussurrava Homais.

«Almeno, se fossimo stati in città, ci sarebbe stata la risorsa degli zampetti farciti.»

«Taci!… A tavola, dottore!»

Il farmacista pensò bene, appena cominciato il pasto, di dare qualche particolare sulla catastrofe.

«La paziente ha accusato dapprima una grande arsura alla faringe, poi dolori insopportabili all’epigastrio, diarrea violenta e coma.»

«Ma come ha fatto ad avvelenarsi?»

«Lo ignoro, dottore, e addirittura non so dove abbia potuto procurarsi quell’arsenico.»

Justin, che stava portando una pila di piatti, fu assalito da un tremito.

«Che hai?» disse il farmacista.

Il ragazzo, a questa domanda, lasciò cadere tutto per terra, con un gran fracasso.

«Imbecille,» gridò Homais «inetto, maldestro, sventato, asino.»

Ma subito si padroneggiò:

«Ho voluto, dottore, tentare un’analisi, e anzitutto ho delicatamente introdotto in un tubo…»

«Sarebbe stato molto meglio» disse il chirurgo «introdurle due dita in gola.»

Il collega taceva, avendo ricevuto poco prima, in privato, una bella lavata di capo a proposito dell’emetico, per cui questo Canivet, così arrogante e verboso la volta del piede zoppo, sembrava adesso assai modesto. Sorrideva di continuo con aria di approvazione.

Homais si sentiva tutto tronfio a causa del suo ruolo di anfitrione e il rattristante pensiero di Bovary contribuiva vagamente al suo piacere per una rivalsa egoistica che avvantaggiava lui stesso.

La presenza del medico era trascinante per il farmacista. Ostentò la propria erudizione, citò a caso le cantaridi, l’upas, il manzanillo, la vipera…

«E ho perfino letto, dottore, che molte persone si sono intossicate, come fulminate, a causa di sanguinacci che avevano subito una troppo energica affumicatura. Almeno, era un gran bell’articolo, redatto da una delle nostre menti più elette in campo farmaceutico, un vero maestro, l’illustre Cadet de Gassicourt!»

La signora Homais riapparve portando una di quelle traballanti macchine che funzionano con l’alcool etilico, poiché Homais ci teneva a preparare il caffè in tavola, dopo averlo in precedenza torrefatto, polverizzato, e miscelato personalmente.

«Saccharum, dottore» disse, offrendo lo zucchero.

Poi fece scendere tutti i suoi figli, ansioso di avere il parere di un chirurgo sulla loro costituzione.

Infine il dottor Larivière stava per andarsene, quando la signora Homais lo pregò di visitare il marito. Si stava appesantendo con la sua abitudine di dormire ogni sera subito dopo cena.

«Oh! Non è certo questo a farlo divenire pesante!»

E, sorridendo fra sé di questo improvvisato gioco di parole, il dottore aprì la porta. Ma la farmacia era piena di gente, e Larivière fece una gran fatica per riuscire a liberarsi del signor Tuvache, il quale temeva una flussione di petto per la moglie che aveva il vizio di sputare nella cenere, poi del signor Binet, assalito ogni tanto da una improvvisa voracità, e della signora Caron che soffriva di pruriti, e di Lheureux affetto da capogiri, e di Lestiboudois, che accusava reumatismi, e della signora Lefrançois, tormentata dall’acidità. Finalmente i tre cavalli partirono, e quasi tutti si trovarono d’accordo nel sottolineare la mancanza di compiacenza da parte di questo medico illustre.

L’attenzione pubblica fu distratta quando apparve don Bournisien, che passava sotto la tettoia del mercato recando l’olio santo.

Homais, attenendosi ai propri principi, paragonò i preti a corvi, attirati dall’odore dei morti; la vista di un sacerdote gli era personalmente poco simpatica, perché la tonaca gli ricordava il sudario, ed egli aborriva l’uno per il terrore dell’altro.

Ciò nonostante, non si tirò indietro davanti a quella che chiamava la sua missione e tornò dai Bovary in compagnia di Canivet, che il dottor Larivière, prima di partire, aveva vivamente esortato affinché rivedesse l’ammalata; e il signor Homais, se non fosse stato per le proteste di sua moglie, avrebbe condotto con sé i due figli; riteneva infatti che tutto ciò sarebbe potuto servire di lezione, di esempio, e sarebbe stato uno spettacolo solenne e indimenticabile.

La camera, quando vi entrarono, era colma di una lugubre solennità. Sul tavolino da lavoro, coperto da un tovagliolo bianco, si trovavano cinque o sei batuffoli di cotone in un piatto d’argento vicino a un grosso crocifisso fra due candele accese. Emma, con il mento sul petto, apriva smisuratamente gli occhi, e le sue povere mani si trascinavano sulle lenzuola, con quel gesto orribile e dolce degli agonizzanti che sembra già vogliano coprirsi con il sudario. Pallido come una statua, con gli occhi rossi come carboni, senza piangere, Charles stava di fronte a lei ai piedi del letto, mentre il prete, con un ginocchio appoggiato a terra, mormorava preghiere a voce bassa.

Emma voltò lentamente il capo e parve felice di vedere d’improvviso la stola violetta; certo ritrovava, nella sua straordinaria serenità, la perduta voluttà dei primi slanci mistici, accompagnati da visioni di eterna beatitudine prossime a ricominciare.

Il sacerdote si alzò per prendere il crocifisso; allora Emma protese il collo come un assetato e, appoggiando le labbra sul corpo dell’Uomo-Dio, vi posò con tutte le forze che ancora le rimanevano il più appassionato bacio d’amore che mai avesse dato. Poi il prete recitò il Misereatur e l’Indulgentiam, immerse il pollice nell’olio e cominciò l’unzione: prima sugli occhi, che avevano tanto bramato i lussi e gli splendori terreni, poi sulle narici, desiderose di aspirare tepide brezze e sentori amorosi, quindi sulla bocca che si era aperta per pronunciare menzogne, e aveva emesso gemiti d’orgoglio e grida di lussuria, e ancora sulle mani che si dilettavano ai soavi contatti, infine sulle piante dei piedi, un tempo così rapidi quando correvano verso l’appagamento del desiderio e che ormai non avrebbero più camminato.

Il curato si asciugò le dita, gettò sul fuoco i batuffoli di cotone intrisi d’olio e tornò a sedersi vicino alla moribonda per dirle che adesso doveva unire le sue sofferenze a quelle di Gesù Cristo e abbandonarsi alla misericordia divina.

Ultimando le esortazioni, cercò di mettere nella mano di Emma un cero benedetto, simbolo delle glorie celesti che ben presto l’avrebbero circonfusa. Emma, ormai troppo debole, non poté stringere le dita e il cero, senza l’aiuto di don Bournisien, sarebbe caduto a terra.

Intanto Emma non era più così pallida, e il suo viso aveva un’espressione di serenità come se il Sacramento l’avesse guarita.

Il prete non mancò di farlo notare e spiegò anche a Bovary che il Signore prolunga talora l’esistenza delle persone, quando lo giudica conveniente per la loro salvezza; e Charles ricordò il giorno in cui, quando ella si era sentita così vicina a morire, aveva ricevuto la comunione.

“Forse c’è ancora una speranza” pensava.

Infatti Emma si guardava intorno, lentamente, come chi si svegli da un sogno; poi, con voce chiara, chiese lo specchio e vi rimase chinata sopra per qualche tempo, finché grosse lacrime le scesero dagli occhi. Allora rovesciò il capo con un profondo sospiro e ricadde sul guanciale.

Il petto cominciò subito a sollevarlesi in rapidi ansiti. Le uscì di bocca la lingua tutta intera, gli occhi arrovesciati si spensero come i globi di una lampada che non arde più, e si sarebbe potuto crederla già morta se non fosse stato per il respiro accelerato che le scoteva il torace con un furioso ansimare, come se l’anima dovesse fare uno sforzo per distaccarsi. Félicité si inginocchiò davanti al crocifisso e perfino il farmacista fletté un poco le ginocchia, mentre il signor Canivet guardava vagamente la piazza. Don Bournisien si era rimesso a pregare, il viso chinato contro la sponda del letto, e la lunga tonaca nera che scendeva dietro di lui sul pavimento. Charles stava dall’altra parte, in ginocchio, con le braccia tese verso Emma. Le aveva preso le mani e le stringeva, trasalendo a ogni battito del cuore come al contraccolpo di una frana che precipiti. A mano a mano che il rantolo diveniva più forte, il sacerdote recitava precipitosamente le orazioni: queste si mescolavano ai singhiozzi soffocati di Bovary e, di tanto in tanto, tutto sembrava scomparire nel sordo mormorio delle sillabe latine simili ai rintocchi funebri di una campana.

D’improvviso si sentì sul marciapiede il rumore di un paio di grossi zoccoli, insieme con il battere di un bastone, e si levò una voce, una voce rauca che cantava:

Assai spesso d’un bel giorno il tepore

Fa sognar le fanciulle d’amore.

Emma si sollevò come un cadavere percorso dalla corrente elettrica, i capelli sciolti, gli occhi fissi, la bocca aperta.

Per raccogliere in maniera accurata

Le spighe che la falce ha tagliate

La mia Nanette se ne sta chinata

Sopra i solchi che le hanno nutrite.

«Il cieco!» gridò la morente.

E si mise a ridere, di un riso atroce, frenetico, disperato, credendo di vedere il viso orrendo del miserabile ergersi nelle tenebre eterne come la personificazione del terrore stesso.

Il vento soffiava forte quel giorno

E le gonne corte si alzavan tutto intorno.

Una convulsione l’abbatté sul letto, tutti le si fecero vicini. Emma aveva cessato di esistere.

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