Lug 182016
 

Raggiungemmo dunque una panca, mentre Emily e il suo cavaliere, che pareva fosse un marinaio, erano seduti al tavolo a brindare per il nostro viaggio, poiché, come osservò quest’ultimo, avevamo il vento in poppa ed eravamo carichi, difatti non ci volle molto perché anche noi finissimo il nostro viaggio a Citera e scaricassimo nel vecchio porto; le risparmierò i dettagli, poiché i fatti non subirono grandi variazioni.

A questo punto, le vorrei porgere le mie scuse, che sono consapevole di doverle, per aver insistito in uno stile troppo figurato, ma che è più accettato in un argomento che è propriamente la provincia della poesia, anzi no, è la poesia stessa, gravida dei fiori dell’immaginazione e delle metafore dell’amore, poiché le espressioni naturali, per rispetto al gusto e alla decenza, sono necessariamente proibite.

Per tornare alla mia storia, sarà forse lieta di sapere che con un adeguato numero di ripetizioni, tutte dello stesso tipo (e abbiamo una certa sensibilità perché quelle ripetizioni siano sempre di buon gusto) e con piaceri delicatamente assortiti, non ci fu un momento, finché rimanemmo lì, in cui non fui felice. A tarda sera, i nostri scudieri ci accompagnarono a casa dalla signora Cole sane e salve, ringraziandoci calorosamente per la compagnia.

Quella fu l’ultima avventura di Emily: una settimana dopo, per un incidente tanto banale di cui non vale neanche la pena parlare, fu rintracciata dai suoi genitori, persone benestanti che erano state punite per aver preferito il figlio maschio con la sua stessa scomparsa, dovuta a un’eccessiva indulgenza verso i suoi desideri. Il fiume del loro amore, così a lungo ostruito, scorreva ora violento in favore di quella figlia perduta e disumanamente abbandonata, che se avessero cercato avrebbero potuto riabbracciare molto prima. Erano così contenti di averla ritrovata che, presumo, furono meno severi nell’andare a fondo alla vicenda, anzi furono contenti di prendere per certo tutto ciò che l’austera e discreta signora Cole fu lieta di raccontare, tanto che le mandarono, poco dopo, un meraviglioso regalo dalla campagna per dimostrare la loro gratitudine.

Non fu facile trovare una degna sostituta di quella fanciulla così dolce. Non solo era molto bella, ma aveva un carattere mite e devoto, che se non si è capaci di stimare, comunque non si può fare a meno di amare, il che non è poi una così amara consolazione. Doveva le proprie debolezze alla bontà della sua natura e a quella facilità indolente che la legava troppo alle prime impressioni. Aveva il buon senso di capire di aver bisogno di briglie, e si riteneva obbligata verso chiunque potesse pensare per lei e guidarla, e con poco sarebbe diventata una moglie piacevole e virtuosa, poiché il vizio, forse, non sarebbe mai stato la sua prima scelta o il suo destino, se non fosse stato per il caso o se fosse dipeso meno da lei che dalle circostanze. Questa mia idea fu subito confermata: incontrò poco dopo un buon partito, che sembrava fosse fatto su misura per lei, il figlio di un vicino del suo stesso rango, un giovane di buon senso che la prese come vedova di un marinaio (pare infatti che uno dei suoi cavalieri, di cui sfruttò liberamente il nome, lo fosse per davvero). Ella si dedicò ai doveri della vita domestica con una tale semplicità d’affetti, costanza e regolarità, che sembrò non avesse mai abbandonato in gioventù uno stato di ineccepibile innocenza.

Queste diserzioni avevano ridotto di molto la compagnia della signora Cole, che era rimasta ora solo con me, come una gallina con un solo pulcino. Sebbene in tanti la incitassero e incoraggiassero ad ampliare le sue fila, le cattive condizioni di salute e, soprattutto, le torture di una terribile gotta a cui non trovava rimedio, la convinsero ad abbandonare l’attività e a ritirarsi in campagna con una discreta rendita. Mi ripromisi di andare a vivere con lei, dopo aver goduto ancora un po’ della vita e dopo aver incrementato il mio capitale permettendomi di essere indipendente, questione divenuta essenziale proprio grazie ai suoi insegnamenti.

Così persi la mia leale precettrice, come i filosofi della città perdettero il corvo bianco della sua professione: oltre a non aver mai ingannato i suoi clienti, di cui studiava con attenzione i gusti, non aveva mai estorto alle sue allieve cifre irragionevoli e non aveva mai richiesto una percentuale sui loro guadagni. Era una nemica acerrima della seduzione dell’innocenza e solitamente sceglieva giovani donne sfortunate, che avendola persa divenivano l’oggetto perfetto della sua compassione. Tra queste, selezionava quelle che riteneva più adatte e le prendeva sotto la sua protezione, per salvarle dalla rovina e dalla miseria pubblica, nel bene o nel male, nel modo in cui sapeva fare. Dopo aver sistemato i propri affari, partì non senza avermi salutata teneramente e avermi fatto raccomandazioni con un’apprensione quasi materna. Si era molto affezionata a me e per lungo tempo non mi perdonai di averle permesso di partire da sola. Il destino però aveva in serbo ben altro per me.

Dopo essermi separata dalla signora Cole, andai a vivere in una casa graziosa a Marylebone, poco costosa e facile da gestire date le modeste dimensioni, che arredai con sobrietà. Avevo una riserva di ottocento sterline, frutto del rispetto dei consigli della signora Cole, alcuni vestiti, gioielli e altri oggetti preziosi, che mi permisero per lungo tempo di attendere senza impazienza ciò che la vita mi aveva riservato.

Così, sotto le sembianze di una giovane gentildonna il cui marito era partito per mare, vissi la mia vita perseguendo in libertà le mie aspirazioni in termini di piacere e denaro, sempre legata però alle regole della decenza e della riservatezza. In questo, rimasi una perfetta allieva della cara signora Cole.

Mi ero da non molto trasferita nella mia nuova dimora, quando un giorno uscii molto presto per godermi la freschezza del mattino e dell’aria di campagna, accompagnata da una cameriera che avevo da poco assunto al mio servizio. Mentre passeggiavamo spensierate nel bosco, fummo spaventate da colpi violenti di tosse. Ci accorgemmo della presenza di un gentiluomo anziano, ben vestito, che era stato colto da un attacco improvviso che non riusciva a placare, tanto da doversi sedere ai piedi di un albero: sembrava stesse soffocando, poiché era livido in viso. Preoccupate e commosse, ci avvicinammo a quell’uomo per aiutarlo e, grazie a ciò che avevo visto fare in altre occasioni, gli allentai la cravatta e detti alcuni colpi dietro la schiena. Non so se fu grazie al mio intervento o se la tosse aveva avuto il suo corso, ma quell’uomo subito si riprese. Quando fu di nuovo in grado di parlare e di sollevarsi, mi ringraziò con grande enfasi per avergli salvato la vita. Incominciammo naturalmente a conversare e mi raccontò di abitare in una località molto distante dal luogo in cui lo incontrai, dove era arrivato senza rendersene conto, spinto, come me, dall’intenzione di fare una passeggiata mattutina.

Nell’intimità a cui aveva dato corso quel piccolo incidente, scoprii che si trattava di un vecchio scapolo di appena sessant’anni, di costituzione robusta e vigorosa, tanto che gliene avrei dati appena quarantacinque, non essendosi mai troppo affaticato e non avendo permesso ai suoi desideri di richiedere troppo dal suo corpo.

Era di umili origini. I suoi genitori, onesti ma falliti, lo avevano, per quanto era riuscito a sapere, lasciato orfano in una parrocchia; fu grazie alla scuola di carità, ma soprattutto alla sua onestà e operosità, che arrivò a occuparsi degli affari di un mercante in una filiale a Cadice. Grazie al suo talento e al suo impegno, aveva accumulato un’immensa fortuna che aveva riportato nel suo paese natio, dove però non era riuscito a scovare un solo parente, poiché nulla si sapeva sulle sue origini. Amava trascorrere le sue giornate da solo ed era risoluto a godersi la vita lontano da occhi indiscreti, come una signora, nell’agiatezza ma senza ostentare troppo, cercando piuttosto di nascondere quella fortuna, evitando i posti che conosceva alla perfezione.

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