Giu 202016
 

Il mattino dopo raccontò ciò che le era accaduto alla signora Cole e a me, il timore e la confusione erano ancora ben evidenti sul suo viso. La signora Cole osservò che la sua imprudenza era dovuta alla sua disponibilità caratteriale, quindi non c’era niente che si potesse fare per guarirla, se non affidarsi a ripetute esperienze negative. Io dissi che era inconcepibile pensare che tra gli umani vi fossero dei gusti non solo universalmente detestabili, ma anche assurdi e impossibili da appagare: per quel che ne sapevo e avevo appreso dalla mia esperienza, non era naturale forzare una tale sproporzione. La signora Cole sorrise della mia ignoranza e non disse nulla della mia ingenuità: qualche mese più tardi mi resi conto di quanto mi sbagliassi in seguito a un incidente particolare di cui fui testimone e che le racconterò subito, così da non tornare più su un argomento così poco piacevole.

Avevo deciso di noleggiare una cocchio per andare a trovare Harriet che abitava a Hampton Court. La signora Cole aveva promesso di accompagnarmi, ma degli impegni inderogabili l’avevano trattenuta, così dovetti partire da sola. A meno di un terzo del viaggio un asse del carro si ruppe: per fortuna stavo bene e non mi ero ferita, ma fui costretta a trovare riparo in una locanda lungo la strada dall’aspetto piuttosto decente. Mi fu detto che la diligenza sarebbe passata in un paio d’ore al massimo: decisi dunque di aspettare per non abbandonare l’idea di una scampagnata che avevo atteso a lungo. Mi condussero in una stanza molto pulita al secondo piano, e vi rimasi per il tempo necessario.

Trascorrevo il tempo a guardare fuori dalla finestra, quando a un tratto un calesse si fermò davanti alla porta. Vi uscirono due giovani, o almeno così mi parve, che entrarono nella locanda solo per riposarsi un poco, dopo aver ordinato di tenere il loro cavallo pronto per quando sarebbero ripartiti. Furono fatti accomodare nella camera accanto alla mia e non appena furono serviti, la porta venne chiusa a chiave dall’interno.

Mi assalì una curiosità, per nulla improvvisa e che da sempre mi contraddistingue, pur senza che nutrissi particolare sospetto o intenzione di scoprire chi fossero o di esaminare i loro comportamenti. La parete fra le nostre camere era mobile, cosicché all’occorrenza veniva rimossa per creare una stanza più grande adatta a una compagnia più numerosa. Dopo un’attenta ricerca, non vidi nemmeno l’ombra di uno spioncino e forse ciò non sfuggì agli occhi degli uomini dall’altra parte della stanza, che desideravano più di ogni altra cosa non essere visti. Alla fine, notai un pezzo di carta dello stesso colore del legno. Pensai fosse lì per nascondere qualche difetto, ma era così in alto che fui costretta a salire su una sedia per esaminarlo. Lo feci nel modo più discreto possibile e con la punta di uno spillo lo bucai così da avere una maggiore visuale. Vi avvicinai l’occhio: riuscivo a vedere tutta la stanza e quei due giovani che si rincorrevano, come credetti, in modo giocoso e innocente.

Il più grande, a mio parere, doveva aver avuto circa diciannove anni. Era alto e ben messo, con indosso un abito di fustagno bianco, un cappello di velluto verde e un parrucca riccioluta.

Il più giovane non aveva più di diciassette anni, era biondo, rubicondo e ben fatto. A dir la verità, era davvero grazioso. Immaginai, per com’era vestito, che venisse dalla campagna: indossava un abito di velluto verde e calzoni dello stesso colore, un panciotto e delle calze bianche e un berretto da fantino. Aveva i capelli giallognoli, lunghi e ondulati.

Il più vecchio scrutò a fondo la stanza, e forse per la fretta e il desiderio non si accorse di quella piccola apertura dietro cui ero appostata, poiché era molto in alto e il mio occhio non permetteva alla luce di filtrare. Poi disse al suo compagno qualcosa che cambiò il corso delle cose.

Difatti il più grande cominciò ad abbracciare, toccare e baciare il più giovane, posò le mani sul suo petto dichiarando inconfondibilmente le proprie intenzioni amorose. Mi venne dunque da pensare che l’altro fosse senza dubbio una fanciulla travestita, un errore consentito dalla natura, che ne aveva commesso un ennesimo quando dette a quel giovane sembianze maschili.

Nell’imprudenza della loro età erano pronti a soddisfare quel piacere irragionevole anche al rischio delle peggiori conseguenze e con la probabilità di venir scoperti, adoperandosi in un modo che non lasciò alcuna ombra di dubbio su cosa fossero.

Il più vecchio sbottonò i calzoni dell’altro e rimosse la biancheria che celava un uccello bianco, di medie dimensioni e poco piumato, con cui giocò un poco in quel corteggiamento a cui il ragazzo non si oppose se non con un’indomabile ritrosia, dieci volte più allettante che repulsiva. Lo fece poi girare di spalle e poggiare su una sedia lì vicino. Immagino che quel Ganimede sapesse bene cosa fare, poiché piegò di buon grado il capo contro lo schienale e si sistemò, con indosso ancora la camicia, per il suo compagno, permettendo a me di avere una visuale perfetta. L’altro svelò dunque la sua batteria, uno strumento che meritava indubbiamente di essere utilizzato per altri scopi e adatto a confermare, nella mia incredulità, che mi sbagliavo, convinta com’ero, per la sproporzione evidente delle parti, che non ci si potesse spingere a tali odiosi eccessi. Pertanto mi persuasi che anche i giovanotti avrebbero dovuto conoscere la verità per non cadere in trappole di cui non sospettano il pericolo, poiché l’ignoranza, ahimè, non basta a metterli in guardia.

Sollevò la camicia del ragazzino e la fissò agli abiti sul di dietro: apparvero dunque in bella mostra quelle protuberanze rigonfie e carnose che compongono il monte di Roma e che ora, insieme alla stretta valle che le divide, erano in attesa del suo attacco. Assistetti a quella scena non senza rabbrividire. Dapprima inumidì il suo attrezzo con un poco di saliva, per renderlo ovviamente più scivoloso, poi lo puntò e lo introdusse: ciò mi fu chiaro non perché potessi vederlo dalla posizione in cui mi ritrovavo, ma perché il giovane iniziò a contorcersi e lamentarsi debolmente. L’entrata era ormai libera e tutto sembrava proseguire per il meglio, senza troppi sfregamenti e resistenze; pose dunque una mano sui fianchi del giovane e s’impossessò del suo giocattolo d’avorio dalla testa rossa, perfettamente turgido, che dimostrava che se da dietro era come sua madre, davanti era come suo padre. Si dilettò così mentre con l’altra mano scompigliava i capelli del ragazzo, il quale scuoteva la testa per liberarsi dai ricci che gli coprivano il viso; poi lo avvicinò a sé per ricevere un lungo bacio che risvegliò i suoi sensi, così riprese a tormentare il suo deretano fino a che l’apice della passione non giunse con i suoi soliti segnali a porre fine a quell’atto.

Riuscii a osservare la scena ignobile fino alla fine, puramente per raccogliere maggiori fatti e certezze contro di loro affinché pagassero per ciò che avevano osato fare. Così, quando si furono ricomposti e furono pronti a uscire, furente di rabbia e di indignazione, saltai dalla sedia per raggiungerli, ma nell’impeto colpii con un piede un chiodo o una sporgenza sul pavimento e caddi a terra con violenza, restando priva di sensi per qualche tempo. Immagino che, allarmati da quel trambusto, i due giovani ebbero il tempo necessario per mettersi in salvo: venni a sapere, in seguito, che avevano lasciato la locanda in tutta fretta, e quando mi ripresi e fui in grado di parlare avvertii i padroni di ciò che avevo visto.

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