Ago 242015
 

Nel frattempo il languido stiramento delle mie membra, i sospiri, le brevi contrazioni, tutto cospirò a rassicurare quell’esperta libertina del fatto che io fossi più compiaciuta che offesa dalle sue incursioni, che ella condiva con baci ed esternazioni del tipo «Oh! Quale incantevole creatura sei! Fortunato l’uomo che per primo ti renderà donna! Oh! Che darei per essere quell’uomo!» inframezzate da baci così ardenti e fervidi come non ne avevo mai ricevuti dall’altro sesso.

Da parte mia, ero sopraffatta, confusa e fuori di me; tutte quelle nuove sensazioni in una volta sola erano troppo. I miei sensi erano accesi e desti in un tumulto che mi privava di ogni libertà di pensiero; dai miei occhi scendevano lacrime di piacere che, in qualche modo, placavano il fuoco che mi bruciava dentro.

La stessa Phoebe, la navigata e focosa Phoebe, alla quale tutti i trucchi e segreti del piacere erano ormai ben noti, sembrava trovare in quell’esercizio di svezzare una giovane uno strano appagamento di quei gusti arbitrari per i quali non c’è spiegazione. Non che odiasse gli uomini, però nemmeno li preferiva al suo stesso sesso. Quando le capitavano occasioni come quella, forse per la sazietà di rapporti normali, o forse per una segreta propensione, era spinta a trarne il massimo del piacere, ovunque lo potesse trovare, senza distinzione di sesso. In questa luce, ora che si era assicurata, con i suoi palpeggiamenti, di avermi infiammata a sufficienza per il suo scopo, abbassò con delicatezza le coperte, e io mi vidi giacere nuda, con la camicia da notte arrotolata fino al collo, inerme e incapace di opporre resistenza. Perfino il mio crescente rossore esprimeva più desiderio che vergogna, mentre la candela, lasciata accesa (di certo non per caso), illuminava il mio corpo.

«No», esclamò Phoebe, «non devi pensare, mia dolce fanciulla, di tenermi nascosti tutti questi tesori. La mia vista deve trovare lo stesso appagamento del mio tatto. Voglio divorare con gli occhi questo seno appena sbocciato. Lasciamelo baciare. Non l’ho visto abbastanza. Fammelo baciare ancora. Che pelle soda e liscia, com’è bianca! Quali forme delicate! E poi questa deliziosa collinetta… oh! Lasciami ammirare questa piccola tenera fessura! Questo è troppo, non riesco a trattenermi! Devo… devo…». A quel punto mi prese una mano e, nell’impeto, la portò dove può facilmente immaginare. Ma che differenza nella natura della medesima cosa! Un folto ed esteso cespuglio di riccioli ricopriva la donna matura e completamente sviluppata. E la cavità dove ella mi condusse accolse la mia mano con facilità. Non appena la sentì dentro di sé, iniziò a muoversi avanti e indietro con rapidi sfregamenti e alla fine la ritrassi, umida e appiccicosa, nel momento in cui Phoebe si fece più composta, dopo aver emesso due o tre sospiri e qualche “oh” che sembrava provenirle dritto dal cuore. Dopodiché mi diede un bacio con il quale sembrava esalare l’anima dalla labbra, e riportò le coperte sopra di noi. Quale piacere avesse provato, non saprei dirlo, ma so per certo che quella notte fece scaturire in me le prime scintille di una natura focosa e le prime idee di polluzione: la scoperta e la comunicazione con la parte corrotta del nostro sesso è spesso fatale per l’innocenza, proprio come le seduzioni dell’altro. Ma continuiamo: quando Phoebe ritornò a quella calma che io, invece, non riuscivo a trovare, mi elencò con dovizia di dettagli tutti i progetti che la mia padrona aveva per me, e dalle mie risposte, dettate da una natura genuina, spontanea e focosa, non poté far altro che prospettare ogni immaginabile successo.

Dopo aver conversato abbastanza a lungo, la mia compagna di letto mi lasciò riposare e, una volta addormentata, esausta per tutte quelle violente emozioni a cui ero stata sottoposta, la natura venne in soccorso dei miei sensi sconvolti ed eccitati appagandoli con uno di quei sogni lascivi le cui sensazioni sono di poco inferiori a quelle dell’atto reale.

La mattina seguente mi alzai alle dieci circa, allegra e riposata. Phoebe era in piedi davanti a me e mi chiese con molta gentilezza come avevo riposato e se fossi pronta per la colazione, stando bene attenta, allo stesso tempo, a non aumentare lo stato di confusione in cui mi trovavo guardandola in faccia, evitando con cura ogni riferimento ai fatti della notte precedente. Le risposi che mi sarei alzata e mi sarei resa disponibile per fare qualsiasi lavoro che lei riteneva di affidarmi. Sorrise. Subito dopo la cameriera portò il vassoio con il tè, e io avevo appena indossato i miei abiti quando la padrona entrò. Mi aspettavo di essere ripresa, se non addirittura sgridata, per essermi alzata tardi, invece fui piacevolmente delusa dai suoi complimenti sul mio aspetto fresco e puro. «Deliziosa come un bocciolo», mi disse nel suo stile, «tutti gli uomini ti ammireranno». Le risposte che le diedi, glielo posso assicurare, non smentirono la mia educazione: erano banali e sciocche come loro desideravano e, senza dubbio, le preferivano infinitamente a quelle che al contrario avrebbero dimostrato una buona istruzione e conoscenza del mondo.

Una volta finita la colazione, furono portati due cesti di biancheria e indumenti che, come dissero loro, erano tutto il necessario per agghindarmi.

S’immagini, signora, come il mio piccolo cuore frivolo esultasse di gioia alla vista di un abito di taffetà bianco ricamato con fiori argentati, di certo usato, ma a me sembrava nuovo di zecca, una cuffia in pizzo di Bruxelles, scarpe intrecciate e tutto il resto. Erano articoli di seconda mano procurati per l’occasione grazie alla diligenza e ingegnosità dell’abile signora Brown, la quale aveva già pronto per me un cliente che attendeva di passare in rassegna le mie grazie. L’uomo non aveva solo insistito per un incontro preliminare, ma aveva anche preteso che gli venissi concessa all’istante nel caso in cui fossi stata di suo gradimento, poiché, come aveva saggiamente concluso, il luogo in cui mi trovavo mal si prestava alla conservazione di un bene così deteriorabile come la verginità.

Le cure nel vestirmi e agghindarmi per il mercato furono affidate a Phoebe, la quale svolse il suo compito se non bene, per lo meno in maniera adeguata a soddisfare tutto tranne la mia impazienza di vedermi vestita. Quando ebbe finito, mi guardai allo specchio: ero senza dubbio troppo spontanea e ingenua per nascondere la mia gioia infantile per quella trasformazione. Una trasformazione, per la verità, in peggio, poiché stavo molto meglio nella semplicità e pulizia del mio abito rustico piuttosto che in quello scomodo e vistoso nel quale ero evidentemente a disagio.

Tuttavia i complimenti di Phoebe, i quali non mancarono di sottolineare la sua parte di merito nel vestirmi, confermarono l’idea che mi ero fatta sulla mia persona che, lo dico senza vanto, era allora abbastanza tollerabile per giustificare un apprezzamento, perciò non è fuori luogo che io le faccia, qui, un breve resoconto.

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