Dic 142019
 

Personalmente sono un grande appassionato di argenteria. Di boccali grandi come urne ne avrò su per giù un centinaio… con sopra scolpita la storia di Cassandra che uccide i figli e tutti quei bambini morti lunghi distesi, che li diresti vivi tanto son fatti bene. E poi ho anche un vaso che mi ha lasciato in eredità il mio padrone, dove Dedalo rinchiude Niobe nel cavallo di Troia. Le battaglie di Ermerote e Petraite ce l’ho invece sui bicchieri, che sono tutta roba massiccia. Me ne intendo io, e la mia competenza non ho intenzione di venderla nemmeno per tutto l’oro del mondo».

Mentre ci rifila questo elenco di roba, un ragazzo lascia cadere una coppa. E Trimalcione, girandosi verso di lui, gli ordina: «Prenditi immediatamente a schiaffi da solo, inetto che non sei altro». Il ragazzo abbassa la testa e attacca subito a implorarlo. E lui: «Ma perché mi preghi? Nemmeno se fossi io a procurarti guai. Dammi retta, è te stesso che dovresti implorare, di non essere sempre con la testa tra le nuvole!». E alla fine, supplicato anche da tutti noi, lascia andare il ragazzo che, per la gioia di esser stato graziato, si mette a correre intorno al tavolo…

«Fuori l’acqua e dentro il vino» esclama Trimalcione…

Gradiamo tutti quest’altra sua facezia, e soprattutto Agamennone, che ormai aveva capito con quali meriti si potesse rimediare un’altra abbuffata. E Trimalcione, a sentirsi lodare, riprende a bere di gusto e, ormai mezzo ubriaco, dice: «Possibile che nessuno di voi chieda alla mia Fortunata di farci danzare? Fidatevi di me: nessuno al mondo balla il cordace meglio di lei».

Ed ecco che lui stesso, tenendo le mani alzate sopra la testa, si mette a imitare l’attore Siro, mentre tutta la servitù lo accompagna intonando in coro Madeia, Perimadeia. E si sarebbe andato a esibire al centro della sala, se Fortunata non gli avesse sussurrato qualcosa all’orecchio. Presumo gli avesse detto che stupidaggini di quel genere non si addicevano a un uomo del suo rango. Mai vista però tanta instabilità di umore: un attimo era quasi in soggezione di fronte alla sua Fortunata, e un attimo dopo si lasciava di nuovo trascinare dall’istinto.

A togliergli la fregola del ballo ci pensa un contabile che entra in sala e con un tono da bando comunale annuncia: «Oggi, 26 luglio, nel podere cumano di Trimalcione, nati 30 bambini e 40 bambine; trasportati dall’aia nel granaio 500.000 moggi di frumento; aggiogati 500 buoi. Stesso giorno: lo schiavo Mitridate crocifisso causa bestemmie contro il nume tutelare del nostro Gaio. Stesso giorno: chiusi in cassaforte 10 milioni di sesterzi perché non si è trovato il modo di impiegarli. Stesso giorno: scoppiato un incendio negli orti Pompeiani con inizio nella casa del fattore Nasta». «Cosa?» lo interrompe Trimalcione «E quando me li sarei comprati gli Orti Pompeiani?». «L’anno passato» risponde il contabile, «per questo non sono ancora stati registrati». Trimalcione perde il controllo e sbraita: «Qualunque fondo si compri, se io non ne vengo informato entro sei mesi, vi proibisco di includerlo tra le mie proprietà». Poi si passa alla lettura delle ordinanze emesse dagli edili, nonché di testamenti fatti da guardie forestali, nei quali Trimalcione viene diseredato tramite un’apposita clausola. Vengono quindi letti i nomi dei fattori, quello di una liberta ripudiata da un guardiano perché sorpresa a letto con un bagnino, quello di un portinaio relegato a Baia, e in ultimo quello di un tesoriere incriminato e gli atti di una vertenza tra camerieri.

Alla fine arrivano gli acrobati. Un mezzo deficiente tira su una scala e dice a un ragazzo di salirci in cima un gradino dopo l’altro, ballando al suono di certe canzonette; poi di buttarsi attraverso dei cerchi di fuoco e di reggere un’anfora coi denti. L’unico che seguisse a bocca aperta era Trimalcione, il quale diceva che quello sì era un mestiere ingrato, e che gli piaceva vedere solo due cose al mondo, e cioè gli acrobati e i suonatori di corno. Tutto il resto – animali, concerti, ecc. – erano pure e semplici fesserie. «Un tempo avevo scritturato anche degli attori di commedia» aggiunge, «ma ho preferito che recitassero soltanto delle Atellane, e al mio flautista ho ordinato di suonare roba delle nostre parti».

Sul più bello dello sproloquio di Gaio, il ragazzino… di Trimalcione gli rovina addosso. La servitù è tutta un urlo, e i commensali non sono da meno, mica per quella nullità che tutti avrebbero visto volentieri con l’osso del collo rotto, ma piuttosto per l’orribile fine che la cena avrebbe avuto, se solo si fosse dovuto piangere un morto di cui non fregava niente a nessuno. Ma siccome Trimalcione si lamentava di brutto piegandosi sul braccio come se fosse fratturato, ecco accorrere i medici da ogni parte e, in mezzo a loro, Fortunata che, coi capelli sciolti e una tazza in mano, urlava di essere la più sfortunata e infelice delle donne. Nel mentre, il ragazzino che gli era franato addosso si era messo a strisciare ai nostri piedi, implorandoci di perdonarlo. A me la cosa puzzava alquanto: temevo che tutto quel piagnisteo preparasse il colpo di scena di qualche trovata di cattivo gusto. Infatti non mi era uscito di mente quel cuoco che aveva dimenticato di sventrare il maiale. Così mi metto a ispezionare la sala da pranzo in lungo e in largo, caso mai dovesse saltar fuori da qualche parete una nuova diavoleria, specie dopo essermi reso conto che stavano fustigando un servo che aveva fasciato il braccio contuso del padrone con una benda di lana e non di porpora. Non mi ero sbagliato di troppo: infatti, al posto della punizione ecco arrivare l’ordine di Trimalcione di rimettere in libertà il ragazzino, per evitare che qualcuno andasse in giro a dire che un pezzo d’uomo come lui era stato ferito da uno schiavo.

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