Poi che Filomena, finita la sua novella, si tacque, avendo Dioneo con dolci parole molto lo 'ngegno della donna commendato e ancora la preghiera da Filomena ultimamente fatta, la reina ridendo guardò verso Panfilo, e disse:
- Ora appresso, Panfilo, continua con alcuna piacevol cosetta il nostro diletto.
Panfilo prestamente rispose che volontieri, e cominciò .
Madonna, assai persone sono che, mentre che essi si sforzano d'andarne in paradiso, senza avvedersene vi mandano altrui; il che ad una nostra vicina, non ha ancor lungo tempo, sì come voi potrete udire, intervenne.
Secondo che io udii già dire, vicino di san Brancazio stette un buon uomo e ricco, il quale fu chiamato Puccio di Rinieri, che poi, essendo tutto dato allo spirito, si fece bizzoco di quegli di san Francesco, e fu chiamato frate Puccio, e seguendo questa sua vita spirituale, per ciò che altra famiglia non avea che una sua donna e una fante, né per questo ad alcuna arte attender gli bisognava, usava molto la chiesa. E per ciò che uomo idiota era e di grossa pasta, diceva suoi paternostri, andava alle prediche, stava alle messe, né mai falliva che alle laude che cantavano i secolari esso non fosse, e digiunava e disciplinavasi, e bucinavasi che egli era degli scopatori.
La moglie, che monna Isabetta avea nome, giovane ancora di ventotto in trenta anni, fresca e bella e ritondetta che pareva una mela casolana, per la santità del marito e forse per la vecchiezza, faceva molto spesso troppo più lunghe diete che voluto non avrebbe; e, quand'ella si sarebbe voluta dormire o forse scherzar con lui, ed egli le raccontava la vita di Cristo e le prediche di frate Nastagio o il lamento della Maddalena o così fatte cose.
Tornò in questi tempi da Parigi un monaco chiamato don Felice, conventuale di san Brancazio, il quale assai giovane e bello della persona era e d'aguto ingegno e di profonda scienza, col qual frate Puccio prese una stretta dimestichezza. E per ciò che costui ogni suo dubbio molto bene gli solvea, e oltre a ciò , avendo la sua condizion conosciuta, gli si mostrava santissimo, se lo incominciò frate Puccio a menare talvolta a casa e a dargli desinare e cena, secondo che fatto gli venia; e la donna altressì per amor di fra Puccio era sua dimestica divenuta e volentier gli faceva onore.
Continuando adunque il monaco a casa di fra Puccio e veggendo la moglie così fresca e ritondetta, s'avvisò qual dovesse essere quella cosa della quale ella patisse maggior difetto; e pensossi, se egli potesse, per tor fatica a fra Puccio, di volerla supplire. E, postole l'occhio addosso e una volta e altra bene astutamente, tanto fece che egli l'accese nella mente quello medesimo disidero che aveva egli; di che accortosi il monaco, come prima destro gli venne, con lei ragionò il suo piacere. Ma, quantunque bene la trovasse disposta a dover dare all'opera compimento, non si poteva trovar modo, per ciò che costei in niun luogo del mondo si voleva fidare ad esser col monaco se non in casa sua; e in casa sua non si potea, perché fra Puccio non andava mai fuor della terra; di che il monaco avea gran malinconia.
E dopo molto gli venne pensato un modo da dover potere essere colla donna in casa sua senza sospetto, non ostante che fra Puccio in casa fosse. Ed essendosi un dì andato a star con lui frate Puccio, gli disse così:
- Io ho già assai volte compreso, fra Puccio, che tutto il tuo disidero è di divenir santo, alla qual cosa mi par che tu vadi per una lunga via, là dove ce n'è una che è molto corta, la quale il papa e gli altri suoi maggior prelati, che la sanno e usano, non vogliono che ella si mostri; per ciò che l'ordine chericato, che il più di limosine vive, incontanente sarebbe disfatto, sì come quello al quale più i secolari né con limosine né con altro attenderebbono. Ma, per ciò che tu se'mio amico e ha' mi onorato molto, dove io credessi che tu a niuna persona del mondo l'appalesassi, e volessila seguire, io la t'insegnerei.
Frate Puccio, divenuto disideroso di questa cosa, prima cominciò 'a pregare con grandissima instanzia che gliele insegnasse, e poi a giurare che mai, se non quanto gli piacesse, ad alcuno nol direbbe, affermando che, se tal fosse che esso seguir la potesse, di mettervisi.
- Poi che tu così mi prometti, – disse il monaco – e io la ti mosterrò . Tu dei sapere che i santi dottori tengono che a chi vuol divenir beato si convien fare la penitenzia che tu udirai; ma intendi sanamente: io non dico, che dopo la penitenzia tu non sii peccatore come tu ti se'; ma avverrà questo, che i peccati che tu hai infino all'ora della penitenzia fatti, tutti si purgheranno e sarannoti per quella perdonati; e quegli che tu farai poi non saranno scritti a tua dannazione, anzi se n'andranno con l'acqua benedetta, come ora fanno i veniali.
Conviensi adunque l'uomo principalmente con gran diligenzia confessare de'suoi peccati quando viene a cominciar la penitenzia; e appresso questo li convien cominciare un digiuno e una astinenzia grandissima, la qual convien che duri quaranta dì, ne'quali, non che da altra femina, ma da toccare la propria tua moglie ti conviene astenere. E oltre a questo si conviene avere nella tua propria casa alcun luogo donde tu possi la notte vedere il cielo, e in su l'ora della compieta andare in questo luogo, e quivi avere una tavola molto larga ordinata in guisa che, stando tu in pie', vi possi le reni appoggiare, e tenendo gli piedi in terra distender le braccia a guisa di crucifisso; e se tu quelle volessi appoggiare ad alcun cavigliuolo, puoil fare; e in questa maniera guardando il cielo, star senza muoverti punto insino a matutino. E, se tu fossi litterato, ti converrebbe in questo mezzo dire certe orazioni che io ti darei; ma, perché non se', ti converrà dire trecento paternostri con trecento avemarie a reverenzia della Trinità , e riguardando il cielo, sempre aver nella memoria Iddio essere stato creatore del cielo e della terra, e la passion di Cristo, stando in quella maniera che stette egli in su la croce.
Poi, come matutino suona, te ne puoi, se tu vuogli, andare e così vestito gittarti sopra 'l letto tuo e dormire: e la mattina appresso si vuole andare alla chiesa, e quivi udire almeno tre messe e dir cinquanta paternostri con altrettante avemarie; e appresso questo con simplicità fare alcuni tuoi fatti, se a far n'hai alcuno, e poi desinare, ed essere appresso al vespro nella chiesa e quivi dire certe orazioni che io ti darò scritte, senza le quali non si può fare; e poi in su la compieta ritornare al modo detto. E faccendo questo, sì come io feci già , spero che anzi che la fine della penitenzia venga, tu sentirai maravigliosa cosa della beatitudine etterna, se con divozione fatta l'avrai.
Frate Puccio disse allora:
- Questa non è troppo grave cosa, né troppo lunga, e deesi assai ben poter fare; e per ciò io voglio al nome di Dio cominciar domenica.
E da lui partitosene e andatosene a casa, ordinatamente, con sua licenzia perciò , alla moglie disse ogni cosa.
La donna intese troppo bene per lo star fermo infino a matutino senza muoversi ciò che il monaco voleva dire; per che, parendole assai buon modo, disse che di questo e d'ogn'altro bene, che egli per l'anima sua faceva, ella era contenta, e che, acciò che Iddio gli facesse la sua penitenzia profittevole, ella voleva con esso lui digiunare, ma fare altro no.
Rimasi adunque in concordia, venuta la domenica, frate Puccio cominciò la sua penitenzia, e messer lo monaco, convenutosi colla donna, ad ora che veduto non poteva essere, le più delle sere con lei se ne veniva a cenare, seco sempre recando e ben da mangiare e ben da bere, poi con lei si giaceva infino all'ora del matutino, al quale levandosi se n'andava, e frate Puccio tornava al letto.
Era il luogo, il quale frate Puccio aveva alla sua penitenzia eletto, allato alla camera nella quale giaceva la donna, né da altro era da quella diviso che da un sottilissimo muro; per che, ruzzando messer lo monaco troppo colla donna alla scapestrata ed ella con lui, parve a frate Puccio sentire alcuno dimenamento di palco della casa; di che, avendo già detti cento de'suoi paternostri, fatto punto quivi, chiamò la donna senza muoversi, e domandolla ciò che ella faceva.
La donna, che motteggevole era molto, forse cavalcando allora senza sella la bestia di san Benedetto o vero di san Giovanni Gualberto, rispose:
- Gnaffe, marito mio, io mi dimeno quanto io posso.
Disse allora frate Puccio:
- Come ti dimeni? Che vuol dir questo dimenare?
La donna ridendo, che e di buona aria e valente donna era, e forse avendo cagion di ridere, rispose:
- Come non sapete voi quello che questo vuol dire? Ora io ve l'ho udito dire mille volte: chi la sera non cena, tutta notte si dimena.
Credettesi frate Puccio che il digiunare, il quale ella a lui mostrava di fare, le fosse cagione di non poter dormire, e per ciò per lo letto si dimenasse, per che egli di buona fede disse
- Donna, io t'ho ben detto, non digiunare; ma, poiché pur l'hai voluto fare, non pensare a ciò, pensa di riposarti; tu dai tali volte per lo letto, che tu fai dimenar ciò che ci e'.
Disse allora la donna:
- Non ve ne caglia no; io so ben ciò ch'i'mi fo; fate pur ben voi, ché io farò bene io, se io potrò .
Stettesi adunque cheto frate Puccio e rimise mano à suoi paternostri; e la donna e messer lo monaco da questa notte innanzi, fatto in altra parte della casa ordinare un letto, in quello, quanto durava il tempo della penitenzia di frate Puccio, con grandissima festa si stavano, e ad una ora il monaco se n'andava e la donna al suo letto tornava, e poco stante dalla penitenzia a quello se ne venia frate Puccio.
Continuando adunque in così fatta maniera il frate la penitenzia e la donna col monaco il suo diletto, più volte motteggiando disse con lui:
- Tu fai fare la penitenzia a frate Puccio, per la quale noi abbiam guadagnato il paradiso.
E parendo molto bene stare alla donna, sì s'avvezzò à cibi del monaco che, essendo dal marito lungamente stata tenuta in dieta, ancora che la penitenzia di frate Puccio si consumasse, modo trovò di cibarsi in altra parte con lui, e con discrezione lungamente ne prese il suo piacere.
Di che, acciò che l'ultime parole non sieno discordanti alle prime, avvenne che, dove frate Puccio, faccendo penitenzia sé credette mettere in paradiso, egli vi mise il monaco, che da andarvi tosto gli avea mostrata la via, e la moglie, che con lui in gran necessità vivea di ciò che messer lo monaco, come misericordioso, gran divizia le fece.

Taceva già Pampinea, e l'ardire e la cautela del pallafreniere era dà più di loro stata lodata, e similmente il senno del re, quando la reina, a Filomena voltatasi, le 'mpose il seguitare; per la qual cosa Filomena vezzosamente così incominciò a parlare.
Io intendo di raccontarvi una beffe che fu da dovero fatta da una bella donna ad uno solenne religioso, tanto più ad ogni secolar da piacere, quanto essi, il più stoltissimi e uomini di nuove maniere e costumi, si credono più che gli altri in ogni cosa valere e sapere, dove essi di gran lunga sono da molto meno, sì come quegli che per viltà d'animo non avendo argomento, come gli altri uomini, di civanzarsi, si rifuggono dove aver possano da mangiar come il porco. La quale, o piacevoli donne, io racconterò non solamente per seguire l'ordine imposto, ma ancora per farvi accorte che eziandio i religiosi, à quali noi, oltre modo credule, troppa fede prestiamo, possono essere e sono alcuna volta, non che dagli uomini, ma da alcuna di noi cautamente beffati.
Nella nostra città , più d'inganni piena che d'amore o di fede, non sono ancora molti anni passati, fu una gentil donna di bellezze ornata e di costumi, d'altezza d'animo e di sottili avvedimenti quanto alcun'altra dalla natura dotata, il cui nome, né ancora alcuno altro che alla presente novella appartenga, come che io gli sappia, non intendo di palesare, per ciò che ancora vivono di quegli che per questo si caricherebber di sdegno, dove di ciò sarebbe con risa da trapassare.
Costei adunque, d'alto legnaggio veggendosi nata e maritata ad uno artefice lanaiuolo, per ciò che ricchissimo era, non potendo lo sdegno dell'animo porre in terra, per lo quale estimava niuno uomo di bassa condizione, quantunque ricchissimo fosse, esser di gentil donna degno; e veggendo lui ancora con tutte le sue ricchezze da niuna altra cosa essere più avanti che da saper divisare un mescolato o fare ordire una tela o con una filatrice disputare del filato, propose di non volere de'suoi abbracciamenti in alcuna maniera se non in quanto negare non gli potesse; ma di volere a soddisfazione di sé medesima trovare alcuno, il quale più di ciò che il lanaiuolo le paresse che fosse degno, e innamorossi d'uno assai valoroso uomo e di mezza età , tanto che qual dì nol vedeva, non poteva la seguente notte senza noia passare.
Ma il valente uomo, di ciò non accorgendosi, niente ne curava; ed ella, che molto cauta era, né per ambasciata di femina né per lettera ardiva di fargliele sentire, temendo de'pericoli possibili ad avvenire. Ed essendosi accorta che costui usava molto con un religioso, il quale, quantunque fosse tondo e grosso uomo, nondimeno, per ciò che di santissima vita era, quasi da tutti avea di valentissimo frate fama, estimò costui dovere essere ottimo mezzano tra lei e il suo amante; e avendo seco pensato che modo tener dovesse, se n'andò a convenevole ora alla chiesa dove egli dimorava, e fattosel chiamare, disse, quando gli piacesse, da lui si volea confessare.
Il frate, vedendola, ed estimandola gentil donna, l'ascoltò volentieri; ed essa dopo la confessione disse:
- Padre mio, a me convien ricorrere a voi per aiuto e per consiglio di ciò che voi udirete. Io so, come colei che detto ve l'ho, che voi conoscete i miei parenti e '1 mio marito, dal quale io sono più che la vita sua amata, né alcuna cosa disidero che da lui, sì come da ricchissimo uomo e che 'l può ben fare, io non l'abbia incontanente, per le quali cose io più che me stessa l'amo; e, lasciamo stare che io facessi, ma se io pur pensassi cosa niuna che contro al suo onore e piacer fosse, niuna rea femina fu mai del fuoco degna come sarei io.
Ora uno, del quale nel vero io non so il nome, ma per sona dabbene mi pare, e, se io non ne sono ingannata, usa molto con voi, bello e grande della persona, vestito di panni bruni assai onesti, forse non avvisandosi che io così fatta intenzione abbia come io ho, pare che m'abbia posto l'assedio, né posso farmi né ad uscio né a finestra, né uscir di casa, che egli incontanente non mi si pari innanzi; e maravigliom'io come egli non è ora qui; di che io mi dolgo forte, per ciò che questi così fatti modi fanno sovente senza colpa alle oneste donne acquistar biasimo.
Hommi posto in cuore di fargliele alcuna volta dire à miei fratelli; ma poscia m'ho pensato che gli uomini fanno alcuna volta l'ambasciate per modo che le risposte seguitan cattive, di che nascon parole e dalle parole si perviene à fatti; per che, acciò che male e scandalo non ne nascesse, me ne son taciuta, e diliberami di dirlo più tosto a voi che ad altrui, sì perché pare che suo amico siate, sì ancora perché a voi sta bene di così fatte cose, non che gli amici, ma gli strani ripigliare. Per che io vi priego per solo Iddio che voi di ciò il dobbiate riprendere e pregare che più questi modi non tenga. Egli ci sono dell'altre donne assai le quali per avventura son disposte a queste cose, e piacerà loro d'esser guatate e vagheggiate da lui, là dove a me è gravissima noia, sì come a colei che in niuno atto ho l'animo disposto a tal materia.
E detto questo, quasi lagrimar volesse, bassò la testa.
Il santo frate comprese incontanente che di colui dicesse di cui veramente diceva, e commendata molto la donna di questa sua disposizion buona, fermamente credendo quello esser vero che ella diceva, le promise d'operar sì e per tal modo che più da quel cotale non le sarebbe dato noia; e conoscendola ricca molto, le lodò l'opera della carità e della limosina, il suo bisogno raccontandole.
A cui la donna disse:
- Io ve ne priego per Dio; e s'egli questo negasse, sicuramente gli dite che io sia stata quella che questo v'abbia detto e siamevene doluta.
E quinci, fatta la confessione e presa la penitenza, ricordandosi de'conforti datile dal frate dell'opera della limosina, empiutagli nascosamente la man di denari, il pregò che messe dicesse per l'anima dei morti suoi; e dai piè di lui levatasi, a casa se ne tornò.
Al santo frate non dopo molto, sì come usato era, venne il valente uomo, col quale poi che d'una cosa e d'altra ebbero insieme alquanto ragionato, tiratol da parte, per assai cortese modo il riprese dello intendere e del guardare che egli credeva che esso facesse a quella donna, sì come ella gli aveva dato ad intendere.
Il valente uomo si maravigliò, sì come colui che mai guatata non l'avea e radissime volte era usato di passare davanti a casa sua, e cominciò a volersi scusare; ma il frate non lo lasciò dire, ma disse egli:
- Or non far vista di maravigliarti, né perder parole in negarlo, per ciò che tu non puoi; io non ho queste cose sapute dà vicini; ella medesima, forte di te dolendosi, me l'ha dette. E quantunque a te queste ciance omai non ti stean bene, ti dico io di lei cotanto, che, se mai io ne trovai alcuna di queste sciocchezze schifa, ella è dessa; e per ciò , per onor di te e per consolazione di lei, ti priego te ne rimanghi e lascila stare in pace.
Il valente uomo, più accorto che '1 santo frate, senza troppo indugio la sagacità della donna comprese, e mostrando alquanto di vergognarsi, disse di più non intramettersene per innanzi; e dal frate partitosi, dalla casa n'andò della donna, la quale sempre attenta stava ad una picciola finestretta per doverlo vedere, se vi passasse. E vedendol venire, tanto lieta e tanto graziosa gli si mostrò , che egli assai bene potè comprendere sé avere il vero compreso dalle parole del frate; e da quel dì innanzi assai cautamente, con suo piacere e con grandissimo diletto e consolazion della donna, faccendo sembianti che altra faccenda ne fosse cagione, continuò di passar per quella contrada. Ma la donna, dopo alquanto già accortasi che ella a costui così piacea come egli a lei, disiderosa di volerlo più accendere e certificare dello amore che ella gli portava, preso luogo e tempo, al santo frate se ne tornò , e postaglisi nella chiesa a sedere à piedi, a piagnere incominciò .
Il frate, questo vedendo, la domandò pietosamente che novella ella avesse.
La donna rispose:
- Padre mio, le novelle che io ho non sono altre che di quel maledetto da Dio vostro amico, di cui io mi vi ramaricai l'altr'ieri, per ciò che io credo che egli sia nato per mio grandissimo stimolo e per farmi far cosa, che io non sarò mai lieta né mai ardirò poi di più pormivi a'piedi.
- Come! – disse il frate – non s'è egli rimaso di darti più noia?
- Certo no, – disse la donna – anzi, poi che io mi vene dolfi, quasi come per un dispetto, avendo forse avuto per male che io mi ve ne sia doluta, per ogni volta che passar vi solea, credo che poscia vi sia passato sette. E or volesse Iddio che il passarvi e il guatarmi gli fosse bastato, ma egli è stato sì ardito e sì sfacciato, che pure ieri mi mandò una femina in casa con sue novelle e con sue frasche, e quasi come se io non avessi delle borse e delle cintole, mi mandò una borsa e una cintola; il che io ho avuto e ho sì forte per male, che io credo, se io non avessi guardato al peccato, e poscia per vostro amore, io avrei fatto il diavolo, ma pure mi son rattemperata, né ho voluto fare né dire cosa alcuna che io non vel faccia prima assapere.
E oltre a questo, avendo io già renduta indietro la borsa e la cintola alla feminetta che recata l'avea, che gliele riportasse, e brutto commiato datole, temendo che ella per sé non la tenesse e a lui; dicesse che io l'avessi ricevuta, sì com'io intendo che elle fanno alcuna volta, la richiamai indietro e piena di stizza gliele tolsi di mano e holla recata a voi, acciò che voi gliele rendiate e gli diciate che io non ho bisogno di sue cose per ciò che, la mercé di Dio e del marito mio io ho tante borse e tante cintole che io ve l'affogherei entro. E appresso questo, sì come a padre mi vi scuso che, se egli di questo non si rimane, io il dirò al marito mio e a'fratei miei, e avvegnane che può; ché io ho molto più caro che egli riceva villania, se ricevere ne la dee, che io abbia biasimo per lui: frate, bene sta.
E detto questo, tuttavia piagnendo forte, si trasse di sotto alla guarnacca una bellissima e ricca borsa con una leggiadra e cara cinturetta, e gittolle in grembo al frate; il quale, pienamente credendo ciò che la donna diceva, turbato oltre misura le prese, e disse:
- Figliuola, se tu di queste cose ti crucci, io non me ne maraviglio né te ne so ripigliare; ma lodo molto che tu in questo seguiti il mio consiglio. Io il ripresi l'altr'ieri, ed egli m'ha male attenuto quello che egli mi promise: per che, tra per quello e per questo che nuovamente fatto ha, io gli credo per sì fatta maniera riscaldare gli orecchi; che egli più briga non ti darà; e tu colla benedizion d'Iddio non ti lasciassi vincer tanto all'ira, che tu ad alcuno dei tuoi il dicessi, ché gli ne potrebbe troppo di mal seguire. Né dubitar che mai di questo biasimo ti segua, ché io sarò sempre e dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini fermissimo testimonio della tua onestà.
La donna fece sembiante di riconfortarsi alquanto, e lasciate queste parole, come colei che l'avarizia sua e degli altri conoscea, disse:
- Messere, a queste notti mi sono appariti più miei parenti, e parmi che egli sieno in grandissime pene, e non domandino altro che limosine, e spezialmente la mamma mia, la quale mi pare sì afflitta e cattivella, che è una pietà a vedere. Credo che ella porti grandissime pene di vedermi in questa tribulazione di questo nemico d'Iddio, e per ciò vorrei che voi mi diceste per l'anime loro le quaranta messe di san Grigorio e delle vostre orazioni, acciò che Iddio gli tragga di quel fuoco pennace -; e così detto, gli pose in mano un fiorino.
Il santo frate lietamente il prese, e con buone parole e con molti essempli confermò la divozion di costei e, datale la sua benedizione, la lasciò andare.
E partita la donna, non accorgendosi ch'egli era uccellato, mandò per l'amico suo; il qual venuto, e vedendol turbato, in contanente s'avvisò che egli avrebbe novelle dalla donna, e aspettò che dir volesse il frate. Il quale, ripetendogli le parole altre volte dettegli e di nuovo ingiuriosamente e crucciato parlandogli, il riprese molto di ciò che detto gli avea la donna che egli doveva aver fatto.
Il valente uomo, che ancor non vedea a che il frate riuscir volesse, assai tiepidamente negava sé aver mandata la borsa e la cintura, acciò che al frate non togliesse fede di ciò , se forse data gliele avesse la donna.
Ma il frate, acceso forte, disse:
- Come il puo'tu negare, malvagio uomo? Eccole, ché ella medesima piagnendo me l'ha recate; vedi se tu le conosci! Il valente uomo, mostrando di vergognarsi forte, disse:
- Mai sì che io le conosco, e confessovi che io feci male, e giurovi che, poi che io così la veggio disposta, che mai di questo voi non sentirete più parola.
Ora le parole fur molte; alla fine il frate montone diede la borsa e la cintura allo amico suo, e dopo molto averlo ammaestrato e pregato che più a queste cose non attendesse, ed egli avendogliele promesso, il licenziò.
Il valente uomo, lietissimo e della certezza che aver gli parea dello amor della donna e del bel dono, come dal frate partito fu, in parte n'andò dove cautamente fece alla sua donna vedere che egli avea e l'una e l'altra cosa; di che la donna fu molto contenta, e più ancora per ciò che le parea che '1 suo avviso andasse di bene in meglio. E niuna altra cosa aspettando se non che il marito andasse in alcuna parte per dare all'opera compimento, avvenne che per alcuna cagione non molto dopo a questo convenne al marito andare infino a Genova.
E come egli fu la mattina montato a cavallo e andato via, così la donna n'andò al santo frate e dopo molte querimonie piagnendo gli disse:
- Padre mio, or vi dico io bene che io non posso più sofferire; ma per ciò che l'altr'ieri io vi promisi di niuna cosa farne che io prima nol vi dicessi, son venuta ad iscusarmivi, e acciò che voi crediate che io abbia ragione e di piagnere e di ramaricarmi, io vi voglio dire ciò che '1 vostro amico, anzi dia volo del ninferno, mi fece stamane poco innanzi mattutino.
Io non so qual mala ventura gli facesse assapere che il marito mio andasse iermattina a Genova, se non che stamane, all'ora che io v'ho detta, egli entrò in un mio giardino e venne sene su per uno albero alla finestra della camera mia, la quale è sopra il giardino, e già aveva la finestra aperta e voleva nella camera entrare, quando io destatami subito mi levai, e aveva cominciato a gridare e per Dio e per voi, dicendomi chi egli era; laonde io, udendolo, per amor di voi tacqui, e ignuda come io nacqui corsi e serragli la finestra nel viso, ed egli nella sua mal'ora credo che se ne andasse, perciò che poi più nol sentii. Ora, se questa è bella cosa ed è da sofferire, vedetel voi; io per me non intendo di più comportargliene, anzi ne gli ho io bene per amor di voi sofferte troppe.
Il frate, udendo questo, fu il più turbato uomo del mondo, e non sapeva che dirsi, se non che più volte la domandò se ella aveva ben conosciuto che egli non fosse stato altri.
A cui la donna rispose:
- Lodato sia Iddio, se io non conosco ancor lui da un altro! Io vi dico ch'e'fu egli, e perche'egli il negasse, non gliel credete.
- Figliuola, qui non ha altro da dire, se non che questo è stato troppo grande ardire e troppo mal fatta cosa, e tu facesti quello che far dovevi di mandarnelo come facesti. Ma io ti voglio pregare, poscia che Iddio ti guardò di vergogna, che, come due volte seguito hai il mio consiglio, così ancora questa volta facci, cioè che senza dolertene ad alcuno tuo parente lasci fare a me, a vedere se io posso raffrenare questo diavolo scatenato, che io credeva che fosse un santo; e se io posso tanto fare che io il tolga da questa bestialità , bene sta; e se io non potrò , infino ad ora con la mia benedizione ti do la parola che tu ne facci quello che l'animo ti giudica che ben sia fatto.
- Ora ecco, – disse la donna – per questa volta io non vi voglio turbare né disubidire; ma sì adoperate che egli si guardi di più noiarmi, ché io vi prometto di non tornar più per questa cagione a voi -; e senza più dire, quasi turbata, dal frate si partì .
Né era appena ancor fuor della chiesa la donna, che il valente uomo sopravenne e fu chiamato dal frate, al quale, da parte tiratol, esso disse la maggior villania che mai ad uomo fosse detta, disleale e spergiuro e traditor chiamandolo. Costui, che già due altre volte conosciuto avea che montavano i mordimenti di questo frate, stando attento, e con risposte perplesse ingegnandosi di farlo parlare, primieramente disse:
- Perché questo cruccio, messere? Ho io crocifisso Cristo?
A cui il frate rispose:
- Vedi svergognato! Odi ciò ch'e'dice! Egli parla né più né meno come se uno anno o due fosser passati e per la lunghezza del tempo avesse le sue tristizie e disonestà dimenticate. Etti egli da stamane a mattutino in qua uscito di mente l'avere altrui ingiuriato? Ove fostù stamane poco avanti al giorno?
Rispose il valente uomo:
- Non so io ove io mi fui; molto tosto ve n'è giunto il messo.
- Egli è il vero, – disse il frate – che il messo me n'è giunto; io m'avviso che tu ti credesti, per ciò che il marito non c'era, che la gentil donna ti dovesse incontanente ricevere in braccio. Hi meccere: ecco onesto uomo! è divenuto andator di notte, apritor di giardini e salitor d'alberi. Credi tu per improntitudine vincere la santità di questa donna, che le vai alle finestre su per gli alberi la notte? Niuna cosa è al mondo che a lei dispiaccia, come fai tu; e tu pur ti vai riprovando. In verità, lasciamo stare che ella te l'abbia in molte cose mostrato, ma tu ti se'molto bene ammendato per li miei gastigamenti. Ma così ti vo' dire: ella ha infino a qui, non per amore che ella ti porti ma ad instanzia de'prieghi miei, taciuto di ciò che fatto hai; ma essa non tacerà più ; conceduta l'ho la licenzia che, se tu più in cosa alcuna le spiaci, ch'ella faccia il parer suo. Che farai tu, se ella il dice à fratelli?
Il valente uomo, avendo assai compreso di quello che gli bisognava, come meglio seppe e potè con molte ampie promesse racchetò il frate; e da lui partitosi, come il mattutino della seguente notte fu, così egli nel giardino entrato e su per lo albero salito e trovata la finestra aperta, se n'entrò nella camera, e come più tosto potè nelle braccia della sua bella donna si mise. La quale, con grandissimo disidero avendolo aspettato, lietamente il ricevette, dicendo:
- Gran mercé a messer lo frate, che così bene t'insegnò la via da venirci. E appresso, prendendo l'un dell'altro piacere, ragionando e ridendo molto della simplicità del frate bestia, biasimando i lucignoli e'pettini e gli scardassi, insieme con gran diletto si sollazzarono. E dato ordine à lor fatti, sì fecero, che senza aver più a tornare a messer lo frate, molte altre notti con pari letizia insieme si ritrovarono; alle quali io priego Iddio per la sua santa misericordia che tosto conduca me e tutte l'anime cristiane che voglia ne hanno.

Avendo Elissa colla sua compassionevole novella il suo dover fornito, Filomena reina, la quale bella e grande era della persona, e nel viso più che altra piacevole e ridente, sopra sé recatasi, disse:
- Servar si vogliono i patti a Dioneo, e però, non restandoci altri che egli e io a novellare, io dirò prima la mia, ed esso, che di grazia il chiese, l'ultimo fia che dirà- ; e questo detto, così cominciò.
Suolsi tra'volgari spesse volte dire un cotal proverbio, che lo 'ngannatore rimane a piè dello 'ngannato; il quale non pare che per alcuna ragione si possa mostrare esser vero, se per gli accidenti che avvengono non si mostrasse. E per ciò seguendo la proposta, questo insiememente, carissime donne, esser vero come si dice m'è venuto in talento di dimostrarvi; né vi dovrà esser discaro d'averlo udito, acciò che dagli 'ngannatori guardar vi sappiate.
Erano in Parigi in uno albergo alquanti grandissimi mercatanti italiani, qual per una bisogna e qual per un'altra, secondo la loro usanza; e avendo una sera fra l'altre tutti lietamente cenato, cominciarono di diverse cose a ragionare; e d'un ragionamento in altro travalicando, pervennero a dire delle lor donne, le quali alle lor case avevan lasciate. E motteggiando cominciò alcuno a dire:
- Io non so come la mia si fa, ma questo so io bene, che quando qui mi viene alle mani alcuna giovinetta che mi piaccia, io lascio stare dall'un de'lati l'amore il quale io porto a mia mogliere, e prendo di questa qua quel piacere che io posso.
L'altro rispose:
- E io fo il simigliante, perciò che se io credo che la mia donna alcuna sua ventura procacci, ella il fa, e se io nol credo, sì 'l fa; e per ciò a fare a far sia; quale asino dà in parete, tal riceve.
Il terzo quasi in questa medesima sentenzia parlando pervenne; e brievemente tutti pareva che a questo s'accordassero, che le donne lasciate da loro non volessero perder tempo.
Un solamente, il quale avea nome Bernabò Lomellin da Genova, disse il contrario, affermando sé di spezial grazia da Dio avere una donna per moglie la più compiuta di tutte quelle virtù che donna o ancora cavaliere in gran parte o donzello dee avere, che forse in Italia ne fosse un'altra; per ciò che ella era bella del corpo e giovine ancora assai e destra e atante della persona, né alcuna cosa era che a donna appartenesse, sì come di lavorar lavorii di seta e simili cose, che ella non facesse meglio che alcun'altra. Oltre a questo niuno scudiere, o famigliar che dir vogliamo, diceva trovarsi, il quale meglio né più accortamente servisse ad una tavola d'un signore, che serviva ella, sì come colei che era costumatissima savia e discreta molto. Appresso questo la commendò meglio sapere cavalcare un cavallo, tenere uno uccello, leggere e scrivere e fare una ragione, che se un mercatante fosse; e da questo, dopo molte altre lode, pervenne a quello di che quivi si ragionava, affermando con saramento niun'altra più onesta né più casta potersene trovar di lei; per la qual cosa egli credeva certamente che, se egli diece anni o sempre mai fuor di casa dimorasse, che ella mai a così fatte novelle non intenderebbe con altro uomo.
Era, tra questi mercatanti che così ragionavano, un giovane mercatante, chiamato Ambrogiuolo da Piagenza, il quale di questa ultima loda che Bernabò avea data alla sua donna cominciò a far le maggior risa del mondo, e gabbando il domandò se lo 'mperadore gli avea questo privilegio più che a tutti gli altri uomini conceduto.
Bernabò, un poco turbatetto, disse che non lo 'mperadore ma Iddio, il quale poteva un poco più che lo 'mperadore, gli avea questa grazia conceduta.
Allora disse Ambrogiuolo:
- Bernabò, io non dubito punto che tu non ti creda dir vero; ma, per quello che a me paia, tu hai poco riguardato alla natura delle cose; per ciò che, se riguardato v'avessi, non ti sento di sì grosso ingegno che tu non avessi in quella cognosciuto cose che ti farebbono sopra questa materia più temperatamente parlare. E per ciò che tu non creda che noi, che molto largo abbiamo delle nostre mogli parlato, crediamo avere altra moglie o altrimenti fatta che tu, ma da uno naturale avvedimento mossi così abbiam detto, voglio un poco con teco sopra questa materia ragionare.
Io ho sempre inteso l'uomo essere il più nobile animale che tra'mortali fosse creato da Dio, e appresso la femina; ma l'uomo, sì come generalmente si crede e vede per opere, è più perfetto; e avendo più di perfezione, senza alcun fallo dee avere più di fermezza e così ha, per ciò che universalmente le femine sono più mobili, e il perché si potrebbe per molte ragioni naturali dimostrare, le quali al presente intendo di lasciare stare. Se l'uomo adunque è di maggior fermezza e non si può tenere che non condiscenda, lasciamo stare ad una che 'l prieghi, ma pure a non disiderare una che gli piaccia, e oltre al disidero, di far ciò che può acciò che con quella esser possa, e questo non una volta il mese, ma mille il giorno avvenirgli; che speri tu che una donna naturalmente mobile, possa fare a'prieghi, alle lusinghe, a'doni, a mille altri modi che userà uno uomo savio che l'ami? Credi che ella si possa tenere? Certo, quantunque tu te l'affermi, io non credo che tu 'l creda; e tu medesimo dì che la moglie tua è femina e ch'ella è di carne e d'ossa come sono l'altre. Per che, se così è, quegli medesimi disideri deono essere i suoi e quelle medesime forze che nell'altre sono a resistere a questi naturali appetiti; per che possibile è, quantunque ella sia onestissima, che ella quello che l'altre faccia; e niuna cosa possibile è così acerbamente da negare, o da affermare il contrario a quella, come tu fai.
Al quale Bernabò rispose e disse:
- Io son mercatante e non fisofolo, e come mercatante risponderò. E dico che io conosco ciò che tu dì potere avvenire alle stolte, nelle quali non è alcuna vergogna; ma quelle che savie sono hanno tanta sollecitudine dello onor loro, che elle diventan forti più che gli uomini, che di ciò non si curano, a guardarlo; e di queste così fatte è la mia.
Disse Ambrogiuolo:
- Veramente, se per ogni volta che elle a queste così fatte novelle attendono, nascesse loro un corno nella fronte, il quale desse testimonianza di ciò che fatto avessero, io mi credo che poche sarebber quelle che v'attendessero; ma, non che il corno nasca, egli non se ne pare a quelle che savie sono né pedata né orma; e la vergogna e 'l guastamento del l'onore non consiste se non nelle cose palesi; per che, quando possono occultamente, il fanno, o per mattezza lasciano. E abbi questo per certo che colei sola è casta, la quale o non fu mai da alcun pregata, o se pregò, non fu esaudita. E quantunque io conosca per naturali e vere ragioni così dovere essere, non ne parlerei io così appieno come io fo, se io non ne fossi molte volte e con molte stato alla pruova. E dicoti così , che se io fossi presso a questa tua così santissima donna, io mi crederrei in brieve spazio di tempo recarla a quello che io ho già dell'altre recate.
Bernabò turbato rispose:
- Il quistionar con parole potrebbe distendersi troppo; tu diresti e io direi, e alla fine niente monterebbe. Ma poi che tu dì che tutte sono così pieghevoli e che 'l tuo ingegno è cotanto, acciò che io ti faccia certo della onestà della mia donna, io son disposto che mi sia tagliata la testa se tu mai a cosa che ti piaccia in cotale atto la puoi conducere; e se tu non puoi, io non voglio che tu perda altro che mille fiorin d'oro.
Ambrogiuolo, già in su la novella riscaldato, rispose:
- Bernabò, io non so quello ch'io mi facessi del tuo sangue se io vincessi; ma se tu hai voglia di vedere pruova di ciò che io ho già ragionato, metti cinquemilia fiorin d'oro de'tuoi, che meno ti deono esser cari che la testa, contro a mille de'miei; e dove tu niuno termine poni, io mi voglio obbligare d'andare a Genova e infra tre mesi dal dì che io mi partirò di qui aver della tua donna fatta mia volontà, e in segno di ciò recarne meco delle sue cose più care e sì fatti e tanti indizi che tu medesimo confesserai esser vero; sì veramente che tu mi prometterai sopra la tua fede infra questo termine non venire a Genova né scrivere a lei alcuna cosa di questa materia.
Bernabò disse che gli piacea molto; e quantunque gli altri mercatanti, che quivi erano, s'ingegnassero di sturbar questo fatto, conoscendo che gran male ne potea nascere, pure erano de'due mercatanti sì gli animi accesi, che, oltre al voler degli altri, per belle scritte di lor mano s'obbligarono ]'uno all'altro.
E fatta la obbligagione, Bernabò rimase e Ambrogiuolo quanto più tosto potè se ne venne a Genova. E dimoratovi alcun giorno e con molta cautela informatosi del nome della contrada e de'costumi della donna, quello e più ne 'ntese che da Bernabò udito n'avea; per che gli parve matta impresa aver fatta. Ma pure, accontatosi con una povera femina che molto nella casa usava e a cui la donna voleva gran bene, non potendola ad altro inducere, con denari la corruppe e a lei in una cassa artificiata a suo modo si fece portare, non solamente nella casa, ma nella camera della gentil donna; e quivi, come se in alcuna parte andar volesse, la buona femina, secondo l'ordine datole da Ambrogiuolo, la raccomandò per alcun dì .
Rimasa adunque la cassa nella camera e venuta la notte, all'ora che Ambrogiuolo avvisò che la donna dormisse, con certi suoi ingegni apertala, chetamente nella camera uscì , nella quale un lume acceso avea. Per la qual cosa egli il sito della camera, le dipinture e ogni altra cosa notabile che in quella era cominciò a ragguardare e a fermare nella sua memoria.
Quindi, avvicinatosi al letto e sentendo che la donna e una piccola fanciulla, che con lei era, dormivan forte, pianamente scopertola tutta, vide che così era bella ignuda come vestita, ma niuno segnale da potere rapportare le vide, fuori che uno ch'ella n'avea sotto la sinistra poppa, ciò era un neo d'intorno al quale erano alquanti peluzzi biondi come oro; e, ciò veduto, chetamente la ricoperse, come che, così bella vedendola, in disiderio avesse di mettere in avventura la vita sua e coricarlesi allato. Ma pure, avendo udito lei essere così cruda e alpestra intorno a quelle novelle, non s'arrischiò; e statosi la maggior parte della notte per la camera a suo agio, una borsa e una guarnacca d'un suo forziere trasse e alcuno anello e alcuna cintura, e ogni cosa nella cassa sua messa, egli altressì vi si ritornò, e così la serrò come prima stava; e in questa maniera fece due notti, senza che la donna di niente s'accorgesse.
Vegnente il terzo dì , secondo l'ordine dato, la buona femina tornò per la cassa sua e colà la riportò onde levata l'avea; della quale Ambrogiuolo uscito, e contentata secondo la promessa la femina, quanto più tosto potè con quelle cose si tornò a Parigi avanti il termine preso. Quivi, chiamati que'mercatanti che presenti erano stati alle parole e al metter de'pegni, presente Bernabò, disse sé aver vinto il pegno tra lor messo, perciò che fornito aveva quello di che vantato s'era; e che ciò fosse vero, primieramente disegnò la forma della camera e le dipinture di quella, e appresso mostrò le cose che di lei aveva seco recate, affermando da lei averle avute.
Confessò Bernabò così esser fatta la camera come diceva e oltre a ciò sé riconoscere quelle cose veramente della sua donna essere state; ma disse lui aver potuto da alcuno de'fanti della casa sapere la qualità della camera e in simil maniera avere avute le cose; per che, se altro non dicea, non gli parea che questo bastasse a dovere aver vinto.
Per che Ambrogiuolo disse:
- Nel vero questo doveva bastare; ma, poi che tu vuogli che io più avanti ancora dica, e io il dirò. Dicoti che madonna Zinevra tua mogliere ha sotto la sinistra poppa un neo ben grandicello, dintorno al quale son forse sei peluzzi biondi come oro.
Quando Bernabò udì questo, parve che gli fosse dato d'un coltello al cuore, siffatto dolore sentì ; e tutto nel viso cambiato, eziandio se parola non avesse detta, diede assai manifesto segnale ciò esser vero che Ambrogiuolo diceva, e dopo alquanto disse:
- Signori, ciò che Ambrogiuolo dice è vero; e perciò, avendo egli vinto, venga qualor gli piace e sì si paghi- ; e così fu il dì seguente Ambrogiuolo interamente pagato.
E Bernabò, da Parigi partitosi, con fellone animo contro alla donna verso Genova se ne venne. E appressandosi a quella non volle in essa entrare, ma si rimase ben venti miglia lontano ad essa ad una sua possessione; e un suo famigliare, in cui molto si fidava, con due cavalli e con sue lettere mandò a Genova, scrivendo alla donna come tornato era e che con lui a lui venisse; e al famiglio segretamente impose che, come in parte fosse colla donna che migliore gli paresse, senza niuna misericordia la dovesse uccidere e a lui tornarsene.
Giunto adunque il famigliare a Genova e date le lettere e fatta l'ambasciata, fu dalla donna con gran festa ricevuto, la quale la seguente mattina, montata col famigliare a cavallo, verso la sua possessione prese il cammino. E camminando insieme e di varie cose ragionando, pervennero in uno vallone molto profondo e solitario e chiuso d'alte grotte e d'alberi, il quale parendo al famigliare luogo da dovere sicuramente per sé fare il comandamento del suo signore, tratto fuori il coltello e presa la donna per lo braccio, disse
- Madonna, raccomandate l'anima vostra a Dio, ché a voi, senza passar più avanti, convien morire.
La donna, vedendo il coltello e udendo le parole, tutta spaventata disse:
- Mercè per Dio! anzi che tu mi uccida, dimmi di che io t'ho offeso, che tu uccider mi debbi.
- Madonna,- disse il famigliare- me non avete offeso d'alcuna cosa; ma di che voi offeso abbiate il vostro marito io nol so, se non che egli mi comandò che, senza alcuna misericordia aver di voi, io in questo cammin v'uccidessi; e se io nol facessi, mi minacciò di farmi impiccar per la gola. Voi sapete bene quant'io gli son tenuto, e come io di cosa che egli m'imponga possa dir di no; sallo Iddio che di voi m'incresce, ma io non posso altro.
A cui la donna piagnendo disse:
- Ahi mercé per Dio! non volere divenire micidiale di chi mai non t'offese, per servire altrui. Iddio, che tutto conosce, sa che io non feci mai cosa per la quale io dal mio marito debbia così fatto merito ricevere. Ma lasciamo ora star questo; tu puoi, quando tu vogli, ad una ora piacere a Dio e al tuo signore e a me in questa maniera: che tu prenda questi miei panni, e solamente il tuo farsetto e un cappuccio; e con essi torni al mio e tuo signore, e dichi che tu m'abbi uccisa; e io ti giuro, per quella salute la quale tu donata m'avrai, che io mi dileguerò e andronne in parte che mai né a lui né a te né in queste contrade di me perverrà alcuna novella.
Il famigliare, che mal volentieri l'uccidea, leggiermente divenne pietoso; per che, presi i drappi suoi e datole un suo farsettaccio e un cappuccio, e lasciatile certi denari li quali essa avea, pregandola che di quelle contrade si dileguasse, la lasciò nel vallone e a piè, e andonne al signor suo, al qual disse che il suo comandamento non solamente era fornito, ma che il corpo di lei morto aveva tra parecchi lupi lasciato.
Bernabò dopo alcun tempo se ne tornò a Genova e, saputosi il fatto, forte fu biasimato.
La donna, rimasa sola e sconsolata, come la notte fu venuta, contraffatta il più che potè, n'andò ad una villetta ivi vicina, e quivi da una vecchia procacciato quello che le bisognava, racconciò il farsetto a suo dosso, e fattol corto, e fattosi della sua camicia un paio di pannilini, e i capelli tondutosi e trasformatasi tutta in forma d'un matinaro, verso il mare se ne venne; dove per avventura trovò un gentile uomo catalano, il cui nome era segner En Cararch, il quale d'una sua nave, la quale alquanto di quivi era lontana, in Albegna disceso era a rinfrescarsi ad una fontana. Col quale entrata in parole, con lui s'acconciò per servidore, e salissene sopra la nave, faccendosi chiamar Sicuran da Finale. Quivi, di miglior panni rimesso in arnese dal gentile uomo, lo 'ncominciò a servir sì bene e sì acconciamente, che egli gli venne oltre modo a grado.
Avvenne, ivi a non gran tempo, che questo catalano con un suo carico navicò in Alessandria e portò certi falconi pellegrini al soldano, e presentogliele; al quale il soldano avendo alcuna volta dato mangiare, e veduti i costumi di Sicurano, che sempre a servir l'andava, e piaciutigli, al catalano il domandò; e quegli, ancora che grave gli paresse, gliele lasciò.
Sicurano in poco di tempo non meno la grazia e l'amor del soldano acquistò col suo bene adoperare, che quella del catalano avesse fatto. Per che in processo di tempo avvenne che, dovendosi in un certo tempo dell'anno, a guisa d'una fiera, fare una gran ragunanza di mercatanti e cristiani e saracini in Acri, la quale sotto la signoria del soldano era; acciò che i mercatanti e le mercatantie sicure stessero, era il soldano sempre usato di mandarvi, oltre agli altri suoi uficiali, alcuno de'suoi grandi uomini con gente che alla guardia attendesse. Nella qual bisogna, sopravvegnendo il tempo, diliberò di mandare Sicurano il quale già ottimamente la lingua sapeva; e così fece.
Venuto adunque Sicurano in Acri signore e capitano della guardia de'mercatanti e della mercatantia, e quivi bene e sollicitamente faccendo ciò che al suo uficio apparteneva, e andando dattorno veggendo, e molti mercatanti e ciciliani e pisani e genovesi e viniziani e altri italiani vedendovi, con loro volentieri si dimesticava per rimembrarza della contrada sua.
Ora avvenne, tra l'altre volte, che, essendo egli ad un fondaco di mercatanti viniziani smontato, gli vennero vedute tra altre gioie una borsa e una cintura, le quali egli prestamente riconobbe essere state sue, e maravigliossi; ma, senza altra vista fare, piacevolmente domandò di cui fossero e se vendere si voleano.
Era quivi venuto Ambrogiuolo da Piagenza con molta mercatantia in su una nave di viniziani, il quale, udendo che il capitano della guardia domandava di cui fossero, si trasse avanti e ridendo disse:
- Messere, le cose son mie e non le vendo; ma s'elle vi piacciono, io le vi donerò volentieri.
Sicurano, vedendol ridere, suspicò non costui in alcuno atto l'avesse raffigurato; ma pur, fermo viso faccendo, disse:
- Tu ridi forse, perché vedi me uom d'arme andar domandando di queste cose feminili?
Disse Ambrogiuolo:
- Messere, io non rido di ciò, ma rido del modo ne quale io le guadagnai.
A cui Sicuran disse:
- Deh, se Iddio ti dea buona ventura, se egli non è disdicevole, diccelo come tu le guadagnasti.
- Messere,- disse Ambrogiuolo- queste mi donò con alcuna altra cosa una gentil donna di Genova chiamata madonna Zinevra, moglie di Bernabò Lomellin, una notte che io giacqui con lei, e pregommi che per suo amore io le tenessi. Ora risi io, per ciò che egli mi ricordò della sciocchezza di Bernabò, il qual fu di tanta follia che mise cinquemilia fiorin d'oro contro a mille che io la sua donna non recherei a'miei piaceri; il che io feci e vinsi il pegno; ed egli, che più tosto sé della sua bestialità punir dovea che lei d'aver fatto quello che tutte le femine fanno, da Parigi a Genova tornandosene, per quello che io abbia poi sentito, la fece uccidere.
Sicurano, udendo questo, prestamente comprese qual fosse la cagione dell'ira di Bernabò verso lei e manifestamente conobbe costui di tutto il suo male esser cagione; e seco pensò di non lasciargliele portare impunita.
Mostrò adunque Sicurano d'aver molto cara questa novella, e artatamente prese con costui una stretta dimestichezza, tanto che per gli suoi conforti Ambrogiuolo, finita la fiera, con essolui e con ogni sua cosa se n'andò in Alessandria, dove Sicurano gli fece fare un fondaco e misegli in mano de'suoi denari assai; per che egli, util grande veggendosi, vi dimorava volentieri.
Sicurano, sollicito a volere della sua innocenzia far chiaro Bernabò, mai non riposò infino a tanto che con opera d'alcuni grandi mercatanti genovesi che in Alessandria erano, nuove cagioni trovando, non l'ebbe fatto venire; il quale, in assai povero stato essendo, ad alcun suo amico tacitamente fece ricevere, infino che tempo gli paresse a quel fare che di
fare intendea.
Avea già Sicurano fatta raccontare ad Ambrogiuolo la novella davanti al soldano, e fattone al soldano prendere piacere; ma poi che vide quivi Bernabò, pensando che alla bisogna non era da dare indugio, preso tempo convenevole, dal soldano impetrò che davanti venir si facesse Ambrogiuolo e Bernabò, e in presenzia di Bernabò, se agevolmente fare
non si potesse, con severità da Ambrogiuolo si traesse il vero come stato fosse quello di che egli della moglie di Bernabò si vantava.
Per la qual cosa, Ambrogiuolo e Bernabò venuti, il soldano in presenzia di molti con rigido viso ad Ambrogiuol comandò che il vero dicesse come a Bernabò vinti avesse cinquemilia fiorin d'oro; e quivi era presente Sicurano, in cui Ambrogiuolo più avea di fidanza, il quale con viso troppo più turbato gli minacciava gravissimi tormenti se nol dicesse. Per che Ambrogiuolo, da una parte e d'altra spaventato e ancora alquanto costretto, in presenzia di Bernabò e di molti altri, niuna pena più aspettandone che la restituzione di fiorini cinquemilia d'oro e delle cose, chiaramente, come stato era il fatto, narrò ogni cosa.
E avendo Ambrogiuolo detto, Sicurano, quasi esecutore del soldano, in quello rivolto a Bernabò disse: – E tu che facesti per questa bugia alla tua donna? A cui Bernabò rispose:
- Io, vinto dalla ira della perdita de'miei denari e dall'onta della vergogna che mi parea avere ricevuta dalla mia donna, la feci ad un mio famigliare uccidere; e, secondo che egli mi rapportò, ella fu prestamente divorata da molti lupi.
Queste cose così nella presenzia del soldan dette e da lui tutte udite e intese, non sappiendo egli ancora a che Sicurano, che questo ordinato avea e domandato, volesse riuscire, gli disse Sicurano:
- Signor mio assai chiaramente potete conoscere quanto quella buona donna gloriar si possa d'amante e di marito; ché l'amante ad una ora lei priva d'onore, con bugie guastando la fama sua, e diserta il marito di lei; e il marito, più credulo alle altrui falsità che alla verità da lui per lunga esperienza potuta conoscere, la fa uccidere e mangiare a'lupi; e oltre a questo tanto il bene e l'amore che l'amico e 'l marito le porta, che, con lei lungamente dimorati, niuno la conosce. Ma per ciò che voi ottimamente conosciate quello che ciascun di costoro ha meritato, ove voi mi vogliate di spezial grazia fare di punire lo 'ngannatore e perdonare allo 'ngannato, io la farò qui in vostra e in loro presenzia venire.
Il soldano, disposto in questa cosa di volere in tutto compiacere a Sicurano, disse che gli piacea e che facesse la donna venire. Maravigliossi forte Bernabò, il quale lei per fermo morta credea; e Ambrogiuolo, già del suo male indovino, di peggio avea paura che di pagar denari, né sapea che si sperare o che più temere, perché quivi la donna venisse, ma più con maraviglia la sua venuta aspettava.
Fatta adunque la concessione dal soldano a Sicurano, esso, piagnendo e in ginocchion dinanzi al soldan gittatosi, quasi ad una ora la maschil voce e il più voler maschio parere si partì , e disse:
- Signor mio, io sono la misera sventurata Zinevra, sei anni andata tapinando in forma d'uom per lo mondo, da questo traditor d'Ambrogiuol falsamente e reamente vituperata, e da questo crudele e iniquo uomo data ad uccidere ad un suo fante e a mangiare a'lupi.
E stracciando i panni dinanzi e mostrando il petto, sé esser femina e al soldano e a ciascuno altro fece palese; rivolgendosi poi ad Ambrogiuolo, ingiuriosamente domandandolo quando mai, secondo che egli avanti si vantava, con lei giaciuto fosse. Il quale, già riconoscendola, e per vergogna quasi mutolo divenuto, niente dicea.
Il soldano, il qual sempre per uomo avuta l'avea, questo vedendo e udendo, venne in tanta maraviglia, che più volte quello che egli vedeva e udiva credette più tosto esser sogno che vero. Ma pur, poi che la maraviglia cessò, la verità conoscendo, con somma laude la vita e la constanzia e i costumi e la virtù della Zinevra, infino allora stata Sicuran chiamata, commendò. E, fattili venire onorevolissimi vestimenti femminili e donne che compagnia le tenessero, secondo la dimanda fatta da lei, a Bernabò perdonò la meritata morte.
Il quale, riconosciutola, a'piedi di lei si gittò piagnendo e domandando perdonanza, la quale ella, quantunque egli maldegno ne fosse, benignamente gli diede, e in piede il fece levare, teneramente sì come suo marito abbracciandolo.
Il soldano appresso comandò che incontanente Ambrogiuolo in alcuno alto luogo della città fosse al sole legato ad un palo e unto di mele, né quindi mai, infino a tanto che per sé medesimo non cadesse, levato fosse; e così fu fatto. Appresso questo, comandò che ciò che d'Ambrogiuolo stato era fosse alla donna donato; che non era sì poco che oltre a diecimilia dobbre non valesse; ed egli, fatta apprestare una
bellissima festa, in quella Bernabò, come marito di madonna Zinevra, e madonna Zinevra sì come valorosissima donna, onorò, e donolle che in gioie e che in vasellamenti d'oro e d'ariento e che in denari, quello che valse meglio d'altre diecemilia dobbre.
E, fatto loro apprestare un legno, poi che finita fu la festa per loro fatta, gli licenziò di potersi tornare a Genova al lor piacere; dove ricchissimi e con grande allegrezza tornarono, e con sommo onore ricevuti furono, e spezialmente madonna Zinevra, la quale da tutti si credeva che morta fosse; e sempre di gran virtù e da molto, mentre visse, fu reputata.
Ambrogiuolo il dì medesimo che legato fu al palo e unto di mele, con sua grandissima angoscia dalle mosche e dalle vespe e da'tafani, de'quali quel paese è copioso molto, fu non solamente ucciso, ma infino all'ossa divorato; le quali bianche rimase e a'nervi appiccate, poi lungo tempo, senza esser mosse, della sua malvagità fecero a chiunque le vide testimonianza. E così rimase lo 'ngannatore a piè dello 'ngannato.

Sospirato fu molto dalle donne per li vari casi della bella donna: ma chi sa che cagione moveva que'sospiri? Forse v'eran di quelle che non meno per vaghezza di così spesse nozze che per pietà di colei sospiravano. Ma lasciando questo stare al presente, essendosi da loro riso per l'ultime parole da Panfilo dette, e veggendo la reina in quelle la novella di lui esser finita, ad Elissa rivolta, impose che con una delle sue l'ordine seguitasse. La quale, lietamente faccendolo, in cominciò.
Ampissimo campo è quello per lo quale noi oggi spaziando andiamo, né ce n'è alcuno, che, non che uno aringo, ma diece non ci potesse assai leggiermente correre, sì copioso l'ha fatto la Fortuna delle sue nuove e gravi cose; e per ciò, venendo di quelle che infinite sono a raccontare alcuna, dico che essendo lo 'mperio di Roma da'franceschi né tedeschi trasportato, nacque tra l'una nazione e l'altra grandissima nimistà e acerba e continua guerra, per la quale, sì per la difesa del suo paese e sì per l'offesa dell'altrui, il re di Francia e un suo figliuolo, con ogni sforzo del lor regno, e appresso d'amici e di parenti, che far poterono, ordinarono un grandissimo essercito per andare sopr'a'nimici; e avanti che a ciò procedessero, per non lasciare il regno senza governo, sentendo Gualtieri conte d'Anguersa gentile e savio uomo e molto lor fedele amico e servidore, e ancora che assai ammaestrato fosse nell'arte della guerra, per ciò che loro più alle dilicatezze atto che a quelle fatiche parea, lui in luogo di loro sopra tutto il governo del reame di Francia general vicario lasciarono, e andarono al loro cammino.
Cominciò adunque Gualtieri e con senno e con ordine l'uficio commesso, sempre d'ogni cosa colla reina e colla nuora di lei conferendo; e benché sotto la sua custodia e giurisdizione lasciate fossero, nondimeno come sue donne e maggiori in ciò che per lui si poteva l'onorava. Era il detto Gualtieri del corpo bellissimo e d'età forse di quaranta anni, e tanto piacevole e costumato, quanto alcuno altro gentile uomo il più esser potesse; e, oltre a tutto questo, era il più leggiadro e il più dilicato cavaliere che a quegli tempi si conoscesse, e quegli che più della persona andava ornato.
Ora avvenne che, essendo il re di Francia e il figliuolo nella guerra già detta, essendosi morta la donna di Gualtieri e a lui un figliuol maschio e una femina piccoli fanciulli rimasi di lei senza più , che costumando egli alla corte delle donne predette e con loro spesso parlando delle bisogne del regno, che la donna del figliuol del re gli pose gli occhi addosso e con grandissima affezione la persona di lui e i suoi costumi considerando, d'occulto amore ferventemente di lui s'accese; e sé giovane e fresca sentendo e lui senza alcuna donna, si pensò leggiermente doverle il suo disidero venir fatto, e pensando niuna cosa a ciò contrastare, se non vergogna, di manifestargliele si dispose del tutto e quella cacciar via. Ed, essendo un giorno sola e parendole tempo, quasi d'altre cose con lui ragionar volesse, per lui mandò.
Il conte, il cui pensiero era molto lontano da quel della donna, senza alcuno indugio a lei andò; e postosi, come ella volle, con lei sopra un letto in una camera tutti soli a sedere, avendola il conte già due volte domandata della cagione per che fatto l'avesse venire ed ella taciuto, ultimamente da amor sospinta, tutta di vergogna divenuta vermiglia, quasi piagnendo e tutta tremante, con parole rotte così cominciò a dire:
- Carissimo e dolce amico e signor mio, voi potete, come savio uomo, agevolmente conoscere quanta sia la fragilità e degli uomini e delle donne, e per diverse cagioni più in una che in altra; per che debitamente dinanzi a giusto giudice un medesimo peccato in diverse qualità di persone non dee una medesima pena ricevere. E chi sarebbe colui che dicesse che non dovesse molto più essere da riprendere un povero uomo o una povera femina, a'quali colla loro fatica convenisse guadagnare quello che per la vita loro lor bisognasse, se da amore stimolati fossero e quello seguissero, che una donna la quale fosse ricca e oziosa, e a cui niuna cosa che a'suoi disideri piacesse mancasse? Certo io non credo niuno.
Per la quale ragione io estimo che grandissima parte di scusa debbian fare le dette cose in servigio di colei che le possiede, se ella per avventura si lascia trascorrere ad amare; e il rimanente debbia fare l'avere eletto savio e valoroso amadore, se quella l'ha fatto che ama. Le quali cose con ciò sia cosa che amendune, secondo il mio parere, sieno in me, e, oltre a queste, più altre le quali ad amare mi debbono inducere, sì come a la mia giovanezza e la lontananza del mio marito, ora convien che surgano in servigio di me alla difesa del mio focoso amore nel vostro cospetto; le quali, se quel vi potranno che nella presenza de'savi debbon potere, io vi priego che consiglio e aiuto in quello che io vi dimanderò mi porgiate.
Egli è il vero che, per la lontananza di mio marito, non potend'io agli stimoli della carne né alla forza d'amore contrastare, le quali sono di tanta potenzia che i fortissimi uomini, non che le tenere donne, hanno già molte volte vinti e vincono tutto il giorno, essendo io negli agi e negli ozi né quali voi mi vedete, a secondare li piaceri d'amore e a divenire innamorata mi sono lasciata trascorrere; e come che tal cosa, se saputa fosse, io conosca non essere onesta, nondimeno, essendo e stando nascosa, quasi di niuna cosa esser disonesta la giudichi, pur m'è di tanto Amore stato grazioso, che egli non solamente non m'ha il debito conoscimento tolto nello eleggere l'amante, ma me n'ha molto in ciò prestato, voi degno mostrandomi da dovere da una donna, fatta come sono io, essere amato; il quale, se 'l mio avviso non m'inganna, io reputo il più bello, il più piacevole e 'l più leggiadro e 'l più savio cavaliere, che nel reame di Francia trovar si possa; e sì come io senza marito posso dire che io mi veggia, così voi ancora senza mogliere. Per che io vi priego, per cotanto amore quanto è quello che io vi porto, che voi non neghiate il vostro verso di me e che della mia giovanezza v'incresca, la qual veramente come il ghiaccio al fuoco si consuma per voi.
A queste parole sopravennero in tanta abbondanza le lagrime, che essa, che ancora più prieghi intendeva di porgere, più avanti non ebbe poter di parlare; ma, bassato il viso e quasi vinta, piagnendo, sopra il seno del conte si lasciò colla testa cadere.
Il conte, il quale lealissimo cavaliere era, con gravissime riprensioni cominciò a mordere così folle amore e a sospignerla indietro, che già al collo gli si voleva gittare; e con saramenti ad affermare che egli prima sofferrebbe d'essere squartato, che tal cosa contro allo onore del suo signore né in sé né in altrui consentisse.
Il che la donna udendo, subitamente dimenticato l'amore e in fiero furore accesa, disse:
- Dunque sarò io, villan cavaliere, in questa guisa da voi del mio disidero schernita? Unque a Dio non piaccia, poi che voi volete me far morire, che io voi o morire o cacciar del mondo non faccia.
E così detto, ad una ora messesi le mani né capelli e rabbuffatigli stracciatigli tutti, e appresso nel petto squarciandosi i vestimenti, cominciò a gridar forte:
- Aiuto aiuto, ché 'l conte d'Anguersa mi vuol far forza.
Il conte, veggendo questo e dubitando forte più della invidia cortigiana che della sua coscienza e, temendo per quella non fosse più fede data alla malvagità della donna che alla sua innocenzia, levatosi come più tosto potè della camera e del palagio s'uscì e fuggissi a casa sua, dove, senza altro consiglio prendere, pose i suoi figliuoli a cavallo, ed egli montatovi altressì , quanto più potè, n'andò verso Calese.
Al romor della donna corsero molti, li quali, vedutola e udita la cagione del suo gridare, non solamente per quello dieder fede alle sue parole, ma aggiunsero la leggiadria e la ornata maniera del conte, per potere a quel venire, essere stata da lui lungamente usata. Corsesi adunque a furore alle case del conte per arrestarlo; ma non trovando lui, prima le rubar tutte e appresso infino a'fondamenti le mandar giuso.
La novella, secondo che sconcia si diceva, pervenne nell'oste al re e al figliuolo; li quali turbati molto a perpetuo essilio lui e i suoi discendenti dannarono, grandissimi doni promettendo a chi o vivo o morto loro il presentasse.
Il conte, dolente che d'innocente fuggendo s'era fatto nocente, pervenuto senza farsi conoscere o esser conosciuto co'suoi figliuoli a Calese, prestamente trapassò in Inghilterra, e in povero abito n'andò verso Londra, nella quale prima che entrasse, con molte parole ammaestrò i due piccioli figliuoli, e massimamente in due cose: prima, che essi pazientemente comportassero lo stato povero nel quale senza lor colpa la fortuna con lui insieme gli aveva recati; e appresso, che con ogni sagacità si guardassero di mai non manifestare ad alcuno onde si fossero né di cui figliuoli, se cara avevan la vita.
Era il figliuolo, chiamato Luigi, di forse nove anni, e la figliuola, che nome avea Violante, n'avea forse sette; li quali, secondo che comportava la lor tenera età, assai ben compresero l'ammaestramento del padre loro, e per opera il mostrarono appresso. Il che, acciò che meglio far si potesse, gli parve di dover loro i nomi mutare, e così fece; e nominò il maschio Perotto, e Giannetta la femina; e pervenuti poveramente vestiti in Londra, a guisa che far veggiamo a questi paltoni franceschi, si diedono ad andar la limosina addomandando.
Ed essendo per ventura in tal servigio una mattina ad una chiesa, avvenne che una gran dama, la quale era moglie dell'uno de'maliscalchi del re d'lnghilterra, uscendo della chiesa, vide questo conte e i due suoi figlioletti, che limosina addomandavano; il quale ella domandò donde fosse e se suoi erano quegli figliuoli. Alla quale egli rispose che era di Piccardia e che, per misfatto d'un suo maggior figliuolo, ribaldo, con quegli due che suoi erano, gli era convenuto partire.
La dama, che pietosa era, pose gli occhi sopra la fanciulla, e piacquele molto, per ciò che bella e gentilesca e avvenente era, e disse:
- Valente uomo, se tu ti contenti di lasciare appresso di me questa tua
figlioletta, per ciò che buono aspetto ha, io la prenderò volentieri; e se valente femina sarà, io la mariterò a quel tempo che convenevole sarà in maniera che starà bene.
Al conte piacque molto questa domanda e prestamente rispose del sì , e con lagrime gliele diede e raccomandò molto. E così avendo la figliuola allogata e sappiendo bene a cui, diliberò di più non dimorar quivi; e limosinando traversò l'isola e con Perotto pervenne in Gales non senza gran fatica, sì come colui che d'andare a piè non era uso.
Quivi era un altro de'maliscalchi del re, il quale grande stato e molta famiglia tenea, nella corte del quale il conte alcuna volta, ed egli è l figliuolo, per aver da mangiare, molto si riparavano.
Ed essendo in essa alcun figliuolo del detto maliscalco, e altri fanciulli di gentili uomini, e faccendo cotali pruove fanciullesche sì come di correre e di saltare, Perotto s'incominciò con loro a mescolare e a fare così destramente, o più , come alcuno degli altri facesse, ciascuna pruova che tra lor si faceva. Il che il maliscalco alcuna volta veggendo, e piacendogli molto la maniera è modi del fanciullo, domandò chi egli fosse.
Fugli detto che egli era figliuolo d'un povero uomo, il quale alcuna volta per limosina là entro veniva. A cui il maliscalco il fece addimandare; e il conte, sì come colui che d'altro Iddio non pregava, liberamente gliel concedette, quantunque noioso gli fosse il da lui dipartirsi.
Avendo adunque il conte il figliuolo e la figliuola acconci, pensò di più non voler dimorare in Inghilterra; ma, come il meglio potè, se ne passò in Irlanda, e pervenuto a Stanforda, con un cavaliere d'un conte paesano per fante si pose, tutte quelle cose faccendo che a fante o a ragazzo possono appartenere; e quivi, senza esser mai da alcuno conosciuto, con assai disagio e fatica, dimorò lungo tempo.
Violante, chiamata Giannetta, colla gentil donna in Londra venne crescendo e in anni e in persona e in bellezza e in tanta grazia e della donna e del marito di lei e di ciascuno altro della casa e di chiunque la conoscea, che era a veder maravigliosa cosa; né alcuno era che a'suoi costumi e alle sue maniere riguardasse, che lei non dicesse dovere essere degna d'ogni grandissimo bene e onore. Per la qual cosa la gentil donna che lei dal padre ricevuta avea, senza aver mai potuto sapere chi egli si fosse altramenti che da lui udito avesse, s'era proposta di doverla onorevolmente, secondo la condizione della quale estimava che fosse, maritare.
Ma Iddio, giusto riguardatore degli altrui meriti, lei nobile femina conoscendo e senza colpa penitenzia portar dello altrui peccato, altramente dispose; e acciò che a mano di vile uomo la gentil giovane non venisse, si dee credere che quello che avvenne egli per sua benignità permettesse.
Aveva la gentil donna, colla quale la Giannetta dimorava, un solo figliuolo del suo marito, il quale ed essa e 'l padre sommamente amavano, sì perché figliuolo era e sì ancora perché per virtù e per meriti il valeva, come colui che più che altro e costumato e valoroso e pro' e bello della persona era. Il quale, avendo forse sei anni più che la Giannetta, e lei veggendo bellissima e graziosa, sì forte di lei s'innamorò, che più avanti di lei non vedeva. E per ciò che egli imaginava lei di bassa condizion dovere essere, non solamente non ardiva addomandarla al padre e alla madre per moglie; ma temendo non fosse ripreso che bassamente si fosse ad amar messo, quanto poteva il suo amore teneva nascoso: per la qual cosa troppo più che se palesato l'avesse lo stimolava.
Laonde avvenne che, per soverchio di noia, egli infermò, e gravemente. Alla cura del quale essendo più medici richiesti, e avendo un segno e altro guardato di lui e non potendo la sua infermità tanto conoscere, tutti comunemente si disperavano della sua salute. Di che il padre e la madre del giovane portavano sì gran dolore e malinconia, che maggiore non si saria potuta portare: e più volte con pietosi prieghi il domandavano della cagione del suo male, a'quali o sospiri per risposta dava, o che tutto si sentia consumare.
Avvenne un giorno che, sedendosi appresso di lui un medico assai giovane, ma in scienzia profondo molto, e lui per lo braccio tenendo in quella parte dove essi cercano il polso, la Giannetta, la quale, per rispetto della madre di lui, lui sollicitamente serviva, per alcuna cagione entrò nella camera nella quale il giovane giacea. La quale come il giovane vide, senza alcuna parola o atto fare, sentì con più forza nel cuore l'amoroso ardore, per che il polso più forte cominciò a battergli che l'usato; il che il medico sentì incontanente e maravigliossi, e stette cheto per vedere quanto questo battimento dovesse durare.
Come la Giannetta uscì dalla camera, e il battimento ristette; per che parte parve al medico avere della cagione della infermità del giovane; e stato alquanto, quasi d'alcuna cosa volesse la Giannetta addomandare, sempre tenendo per lo braccio lo 'nfermo, la si fè chiamare. Al quale ella venne incontanente; né prima nella camera entrò, che 'l battimento del polso ritornò al giovane; e lei partita, cessò. Laonde, parendo al medico avere assai piena certezza, levatosi e tratti da parte il padre e la madre del giovane, disse loro:
- La sanità del vostro figliuolo non è nello aiuto de'medici, ma nelle mani della Giannetta dimora, la quale, sì come io ho manifestamente per certi segni conosciuto, il giovane focosamente ama, come che ella non se ne accorge, per quello che io vegga. Sapete omai che a fare v'avete, se la sua vita v'è cara.
Il gentile uomo e la sua donna, questo udendo, furon contenti, in quanto pure alcun modo si trovava al suo scampo, quantunque loro molto gravasse che quello, di che dubitavano, fosse desso, cioè di dover dare la Giannetta al loro figliuolo per isposa.
Essi adunque, partito il medico, se n'andarono allo infermo, e dissegli la donna così :
- Figliuol mio, io non avrei mai creduto che da me d'alcuno tuo disidero ti fossi guardato, e spezialmente veggendoti tu, per non aver quello, venir meno; per ciò che tu dovevi esser certo e dei che niuna cosa è che per contentamento di te far potessi, quantunque meno che onesta fosse, che io come per me medesima non la facessi; ma poi che pur fatta l'hai, è avvenuto che Domeneddio è stato misericordioso di te più che tu medesimo, e a ciò che tu di questa infermità non muoia, m'ha dimostrata la cagione del tuo male, la quale niuna altra cosa è che soverchio amore, il quale tu porti ad alcuna giovane, qual che ella si sia. E nel vero di manifestar questo non ti dovevi tu vergognare, per ciò che la tua età il richiede, e se tu innamorato non fossi, io ti riputerei da assai poco. Adunque, figliuol mio, non ti guardare da me, ma sicuramente ogni tuo disidero mi scuopri; e la malinconia e il pensiero il quale hai e dal quale questa infermità procede, gitta via e confortati e renditi certo che niuna cosa sarà per sodisfacimento di te che tu m'imponghi, che io a mio potere non faccia, sì come colei che te più amo che la mia vita. Caccia via la vergogna e la paura, e dimmi se io posso intorno al tuo amore adoperare alcuna cosa; e se tu non truovi che io a ciò sia sollicita e ad effetto tel rechi, abbimi per la più crudel madre che mai partorisse figliuolo.
Il giovane, udendo le parole della madre, prima si vergognò, poi, seco pensando che niuna persona meglio di lei potrebbe al suo piacere sodisfare, cacciata via la vergogna, così le disse:
- Madonna, niuna altra cosa mi v'ha fatto tenere il mio amor nascoso quanto l'essermi nelle più delle persone avveduto che, poi che attempati sono, d'essere stati giovani ricordar non si vogliono. Ma, poi che in ciò discreta vi veggio, non solamente quello di che dite vi siete accorta non negherò esser vero, ma ancora di cui vi farò manifesto, con cotal patto che effetto seguirà alla vostra promessa a vostro potere, e così mi potrete aver sano.
Al quale la donna (troppo fidandosi di ciò che non le doveva venir fatto nella forma nella qual già seco pensava) liberamente rispose che sicuramente ogni suo disidero l'aprisse; ché ella senza alcuno indugio darebbe opera a fare che egli il suo piacere avrebbe.
- Madama,- disse allora il giovane – l'alta bellezza e le laudevoli maniere della nostra Giannetta, e il non poterla fare accorgere, non che pietosa, del mio amore, e il non avere ardito mai di manifestarlo ad alcuno, m'hanno condotto dove voi mi vedete; e se quello che promesso m'avete o in un modo o in un altro non segue, state sicura che la mia vita fia brieve.
La donna, a cui più tempo da conforto che da riprensioni parea, sorridendo disse:
- Ahi, figliuol mio, dunque per questo t'hai tu lasciato aver male? Confortati e lascia fare a me, poi che guarito sarai.
Il giovane, pieno di buona speranza, in brevissimo tempo di grandissimo miglioramento mostrò segni, di che la donna contenta molto si dispose a voler tentare come quello potesse osservare che promesso avea. E, chiamata un dì la Giannetta per via di motti assai cortesemente la domandò se ella avesse alcuno amadore.
La Giannetta, divenuta tutta rossa, rispose:
- Madama, a povera damigella e di casa sua cacciata, come io sono, e che all'altrui servigio dimori, come io fo, non si richiede né sta bene l'attendere ad amore.
A cui la donna disse:
- E se voi non l'avete, noi ve ne vogliamo donare uno, di che voi tutta giuliva viverete e più della vostra biltà vi diletterete; per ciò che non a'convenevole che così bella damigella, come voi siete, senza amante dimori.
A cui la Giannetta rispose:
- Madama, voi dalla povertà di mio padre togliendomi, come figliuola cresciuta m'avete, e per questo ogni vostro piacer far dovrei; ma in questo io non vi piacerò già, credendomi far bene. Se a voi piacerà di donarmi marito, colui intendo io d'amare, ma altro no; per ciò che della eredità de'miei passati avoli niuna cosa rimasa m'è se non l'onestà, quella intendo io di guardare e di servare quanto la vita mi durerà.
Questa parola parve forte contraria alla donna a quello a che di venire intendea per dovere al figliuolo la promessa servare, quantunque, sì come savia donna, molto seco medesima ne commendasse la damigella, e disse:
- Come, Giannetta? Se monsignore lo re, il quale è giovane cavaliere, e tu sé bellissima damigella, volesse del tuo amore alcun piacere, negherestigliele tu?
Alla quale essa subitamente rispose:
- Forza mi potrebbe fare il re, ma di mio consentimento mai da me, se non quanto onesto fosse, aver non potrebbe.
La donna, comprendendo qual fosse l'animo di lei, lasciò stare le parole e pensossi di metterla alla pruova; e così al figliuol disse di fare, come guarito fosse, di metterla con lui in una camera e ch'egli s'ingegnasse d'avere di lei il suo piacere, dicendo che disonesto le pareva che essa, a guisa d'una ruffiana, predicasse per lo figliuolo e pregasse la sua damigella.
Alla qual cosa il giovane non fu contento in alcuna guisa, e di subito fieramente peggiorò: il che la donna veggendo, aperse la sua intenzione alla Giannetta. Ma più costante che mai trovandola, raccontato ciò che fatto avea al marito, ancora che grave loro paresse, di pari consentimento diliberarono di dargliele per isposa, amando meglio il figliuol vivo con moglie non convenevole a lui che morto senza alcuna; e così , dopo molte novelle, fecero.
Di che la Giannetta fu contenta molto e con divoto cuore ringraziò Iddio che lei non avea dimenticata; né per tutto questo mai altro che figliuola d'un piccardo si disse.
Il giovane guerì , e fece le nozze più lieto che altro uomo, e cominciossi a dare buon tempo con lei.
Perotto, il quale in Gales col maliscalco del re d'lnghilterra era rimaso, similmente crescendo venne in grazia del signor suo, e divenne di persona bellissimo e pro' quanto alcuno altro che nell'isola fosse, intanto che né in tornei né in giostre, né in qualunque altro atto d'arme niuno era nel paese che quello valesse che egli; perché per tutto, chiamato da loro Perotto il piccardo, era conosciuto e famoso.
E come Iddio la sua sorella dimenticata non avea, così similmente d'aver lui a mente dimostrò; per ciò che, venuta in quella contrada una pestilenziosa mortalità, quasi la metà della gente di quella se ne portò; senza che grandissima parte del rimaso per paura in altre contrade se ne fuggirono; di che il paese tutto pareva abbandonato. Nella qual mortalità il maliscalco suo signore e la donna di lui e un suo figliuolo e molti altri e fratelli e nepoti e parenti tutti morirono, né altro che una damigella già da marito di lui rimase e, con alcuni altri famigliari, Perotto. Il quale, cessata al quanto la pestilenza, la damigella, per ciò che prod'uomo e valente era, con piacere e consiglio d'alquanti pochi paesani vivi rimasi, per marito prese e di tutto ciò che a lei per eredità scaduto era il fece signore.
Nè guari di tempo passò che, udendo il re d'lnghilterra il maliscalco esser morto e conoscendo il valor di Perotto il piccardo, in luogo di quello che morto era il sustituì e fecelo suo maliscalco. E così brievemente avvenne de' due innocenti figliuoli del corte d'Anguersa da lui per perduti lasciati.
Era già il deceottesimo anno passato poi che il conte d'Anguersa, fuggendo, di Parigi s'era partito, quando a lui dimorante in Irlanda, avendo in assai misera vita molte cose patite, già vecchio veggendosi, venne voglia di sentire, se egli potesse, quello che de'figliuoli fosse addivenuto. Per che del tutto della forma, della quale esser solea, veggendosi trasmutato e sentendosi per lo lungo esercizio più della persona atante che quando giovane in ozio dimorando non era, partitosi assai povero e male in arnese da colui col quale lungamente era stato, se ne venne in Inghilterra e là se ne andò dove Perotto avea lasciato, e trovò lui esser maliscalco e gran signore, e videlo sano e atante e bello della persona; il che gli aggradì forte, ma farglisi conoscere non volle infino a tanto che saputo non avesse della Giannetta.
Per che, messosi in cammino, prima non ristette che in Londra pervenne; e quivi, cautamente domandato della donna alla quale la figliuola lasciata avea e del suo stato, trovò la Giannetta moglie del figliuolo; il che forte gli piacque, e ogni sua avversità preterita reputò piccola, poiché vivi aveva ritrovati i figliuoli e in buono stato. E disideroso di poterla vedere, cominciò come povero uomo a ripararsi vicino alla casa di lei. Dove un giorno, veggendol Giachetto Lamiens, che così era chiamato il marito della Giannetta, avendo di lui compassione per ciò che povero e vecchio il vide, comandò ad uno de'suoi famigliari che nella sua casa il menasse e gli facesse dare da mangiar per Dio, il che il famigliare volentier fece.
Aveva la Giannetta avuti di Giachetto già più figliuoli, de'quali il maggiore non avea oltre ad otto anni, ed erano i più belli e i più vezzosi fanciulli del mondo. Li quali, come videro il conte mangiare, così tutti quanti gli fur dintorno e cominciarogli a far festa, quasi da occulta virtù mossi avesser sentito costui loro avolo essere. Il quale, suoi nepoti cognoscendoli, cominciò loro a mostrare amore e a far carezze; per la qual cosa i fanciulli da lui non si volean partire, quantunque colui che al governo di loro attendea gli chiamasse. Per che la Giannetta, ciò sentendo, uscì d'una camera e quivi venne laddove era il conte, e minacciogli forte di battergli, se quello che il lor maestro volea non facessero. I fanciulli cominciarono a piagnere e a dire ch'essi volevano stare appresso a quel prod'uomo, il quale più che il lor maestro gli amava; di che e la donna e 'l conte si rise.
Erasi il conte levato, non miga a guisa di padre ma di povero uomo, a fare onore alla figliuola sì come a donna, e maraviglioso piacere veggendola avea sentito nell'animo. Ma ella né allora né poi il conobbe punto, per ciò che oltre modo era trasformato da quello che esser soleva, sì come colui che vecchio e canuto e barbuto era, e magro e bruno divenuto, e più tosto un altro uomo pareva che il conte. E veggendo la donna che i fanciulli da lui partir non si
voleano, ma volendogli partire piagnevano, disse al maestro che alquanto gli lasciasse stare.
Standosi adunque i fanciulli col prod'uomo, avvenne che il padre di Giachetto tornò e dal maestro loro sentì questo fatto; per che egli, il quale a schifo avea la Giannetta, disse:
- Lasciagli stare colla mala ventura che Iddio dea loro; ché essi fanno ritratto da quello onde nati sono. Essi son per madre discesi di paltoniere, e per ciò non a'da maravigliarsi se volentier dimoran con paltonieri.
Queste parole udì il conte, e dolfergli forte; ma pure nelle spalle ristretto, così quella ingiuria sofferse come molte altre sostenute avea.
Giachetto, che sentita aveva la festa che i figliuoli al prod'uomo, cioè al conte, facevano, quantunque gli dispiacesse, nondimeno tanto gli amava che, avanti che piagner gli vedesse, comandò che, se 'l prod'uomo ad alcun servigio là entro dimorar volesse, che egli vi fosse ricevuto. Il quale rispose che vi rimanea volentieri, ma che altra cosa far non sapea che attendere a'cavalli, di che tutto il tempo della sua vita era usato. Assegnatogli adunque un cavallo, come quello governato avea, al trastullare i fanciulli intendea.
Mentre che la fortuna, in questa guisa che divisata è, il conte d'Anguersa e i figliuoli menava, avvenne che il re di Francia, molte triegue fatte con gli alamanni, morì , e in suo luogo fu coronato il figliuolo, del quale colei era moglie per cui il conte era stato cacciato. Costui, essendo l'ultima triegua finita, co'tedeschi ricominciò asprissima guerra; in aiuto del quale, sì come nuovo parente, il re d'lnghilterra mandò molta gente sotto il governo di Perotto suo maliscalco e di Giachetto Lamiens figliuolo dell'altro maliscalco; col quale il prod'uomo, cioè il conte, andò e, senza essere da alcuno riconosciuto, dimorò nell'oste per buono spazio a guisa di ragazzo; e quivi, come valente uomo, e con consigli e con fatti più che a lui non si richiedea, assai di bene adoperò.
Avvenne durante la guerra che la reina di Francia infermò gravemente; e conoscendo ella sé medesima venire alla morte, contrita d'ogni suo peccato, divotamente si confessò dallo arcivescovo di Ruem, il quale da tutti era tenuto uno santissimo e buono uomo, e tra gli altri peccati gli narrò ciò che per lei a gran torto il conte d'Anguersa ricevuto avea. Nè solamente fu a lui contenta di dirlo, ma davanti a molti altri valenti uomini tutto come era stato raccontò, pregandogli che col re operassono che 'l conte, se vivo fosse, e se non, alcun de'suoi figliuoli nel loro stato restituiti fossero; né guari poi dimorò che, di questa vita passata, onorevolmente fu sepellita.
La qual confessione al re raccontata, dopo alcun doloroso sospiro delle
ingiurie fatte al valente uomo a torto, il mosse a fare andare per tutto l'essercito, e oltre a ciò in molte altre parti, una grida, che chi il conte d'Anguersa o alcuno de'figliuoli gli rinsegnasse, maravigliosamente da lui per ogn'uno guiderdonato sarebbe; con ciò fosse cosa che egli lui per innocente di ciò per che in essilio andato era l'avesse, per la confessione fatta dalla reina, e nel primo stato e in maggiore intendeva di ritornarlo. Le quali cose il conte in forma di ragazzo udendo, e sentendo che così era il vero, subitamente fu a Giachetto e il pregò che con lui insieme fosse con Perotto, per ciò che egli voleva lor mostrare ciò che il re andava cercando.
Adunati adunque tutti e tre insieme, disse il conte a Perotto, che già era in pensiero di palesarsi:
- Perotto, Giachetto, che è qui, ha tua sorella per mogliere, né mai n'ebbe alcuna dota; e per ciò, acciò che tua sorella senza dota non sia, io intendo che egli e non altri abbia questo benificio che il re promette così grande per te, e ti rinsegni sì come figliuolo del conte d'Anguersa, e per la Violante tua sorella e sua mogliere, e per me che il conte d'Anguersa e vostro padre sono.
Perotto, udendo questo e fiso guardandolo, tantosto il riconobbe, e piagnendo gli si gittò a'piedi e abbracciollo dicendo:
- Padre mio, voi siate il molto ben venuto.
Giachetto, prima udendo ciò che il conte detto avea e poi veggendo quello che Perotto faceva, fu ad un'ora da tanta maraviglia e da tanta allegrezza soprappreso, che appena sapeva che far si dovesse; ma pur, dando alle parole fede e vergognandosi forte di parole ingiuriose già da lui verso il conte ragazzo usate, piagnendo gli si lasciò cadere a'piedi e umilmente d'ogni oltraggio passato domandò perdonanza, la quale il conte assai benignamente, in piè rilevatolo, gli diede.
E poi che i vari casi di ciascuno tutti e tre ragionati ebbero, e molto piantosi e molto rallegratosi insieme, volendo Perotto e Giachetto rivestire il conte, per niuna maniera il sofferse, ma volle che, avendo prima Giachetto certezza d'avere il guiderdon promesso, così fatto e in quello abito di ragazzo, per farlo più vergognare, gliele presentasse.
Giachetto adunque col conte e con Perotto appresso venne davanti al re e offerse di presentargli il conte e i figliuoli, dove, secondo la grida fatta, guiderdonare il dovesse. Il re prestamente per tutti fece il guiderdon venire maraviglioso agli occhi di Giachetto, e comandò che via il portasse dove con verità il conte e i figliuoli dimostrasse come promettea. Giachetto allora, voltatosi indietro e davanti messosi il conte suo ragazzo e Perotto, disse:
- Monsignore, ecco qui il padre e 'l figliuolo; la figliuola, ch'è mia mogliere, e non è qui, con l'aiuto di Dio tosto vedrete.
Il re, udendo questo, guardò il conte e, quantunque molto da quello che esser solea trasmutato fosse, pur, dopo l'averlo alquanto guardato, il riconobbe; e quasi con le lagrime in su gli occhi, lui che ginocchione stava levò in piede, e il baciò e abbracciò, e amichevolmente ricevette Perotto, e comandò che incontanente il conte di vestimenti, di famiglia e di cavalli e d'arnesi rimesso fosse in assetto, secondo che alla sua nobilità si richiedea; la qual cosa tantosto fu fatta. Oltre a questo, onorò il re molto Perotto, e volle ogni cosa sapere di tutti i suoi preteriti casi.
E quando Giachetto prese gli alti guiderdoni per l'avere insegnati il conte è figliuoli, gli disse il conte:
- Prendi cotesti doni dalla magnificenza di monsignore lo re, e ricordera'ti di dire a tuo padre che i tuoi figliuoli, suoi e miei nepoti, non sono per madre nati di paltoniere.
Giachetto prese i doni, e fece a Parigi venir la moglie e la suocera, e vennevi la moglie di Perotto; e quivi in grandissima festa furon col conte, il quale il re avea in ogni suo ben rimesso e maggior fattolo che fosse giammai. Poi ciascuno colla sua licenzia tornò a casa sua, ed esso infino alla morte visse in Parigi più gloriosamente che mai.

Già si tacea Filomena, dalla sua novella espedita, quando Dioneo, che appresso di lei sedeva, senza aspettare dalla reina altro comandamento, conoscendo già, per l'ordine cominciato, che a lui toccava il dover dire, in cotal guisa cominciò a parlare.
Amorose donne, se io ho bene la 'ntenzione di tutte compresa, noi siam qui per dovere a noi medesimi novellando piacere; e per ciò, solamente che contro a questo non si faccia, estimo a ciascuno dovere essere licito (e così ne disse la nostra reina, poco avanti, che fosse) quella novella dire che più crede che possa dilettare; per che, avendo udito per li buoni consigli di Giannotto di Civignì Abraam aver l'anima salvata Melchisedech per lo suo senno avere le sue ricchezze dagli agguati del Saladino difese, senza riprensione attender da voi, intendo di raccontar brievemente con che cautela un monaco il suo corpo da gravissima pena liberasse.
Fu in Lunigiana, paese non molto da questo lontano, uno monistero già di santità e di monaci più copioso che oggi non è, nel quale tra gli altri era un monaco giovane, il vigore del quale né la freschezza né i digiuni né le vigilie Potevano macerare. Il quale per ventura un giorno in sul mezzodì, quando gli altri monaci tutti dormivano, andandosi tutto solo dattorno alla sua chiesa, la quale in luogo assai solitario era, gli venne veduta una giovinetta assai bella, forse figliuola d'alcuno de' lavoratori della contrada, la quale andava per gli campi certe erbe cogliendo; né prima veduta l'ebbe, che egli fieramente assalito fu dalla concupiscenza carnale.
Per che, fattolesi più presso, con lei entrò in parole e tanto andò d'una in altra, che egli si fu accordato con lei e seco nella sua cella ne la menò, che niuna persona se n'accorse. E mentre che egli, da troppa volontà trasportato, men cautamente con lei scherzava, avvenne che l'abate, da dormir levatosi e pianamente passando davanti alla cella di costui, sentì lo schiamazzio che costoro insieme faceano; e per conoscere meglio le voci, chetamente s'accostò all'uscio della cella ad ascoltare e manifestamente conobbe che dentro a quella era femina e tutto fu tentato di farsi aprire; poi pensò di voler tenere in ciò altra maniera e, tornatosi alla sua camera, aspettò che il monaco fuori uscisse.
Il monaco, ancora che da grandissimo suo piacere e diletto fosse con questa giovane occupato, pur nondimeno tuttavia sospettava; e parendogli aver sentito alcuno stropiccio di piedi per lo dormentorio, ad un piccolo pertugio pose l'occhio e vide apertissimamente l'abate stare ad ascoltarlo e molto bene comprese l'abate aver potuto conoscere quella giovane essere nella sua cella. Di che egli, sappiendo che di questo gran pena gli dovea seguire, oltre modo fu do lente; ma pur, senza del suo cruccio niente mostrare alla giovane, prestamente seco molte cose rivolse, cercando se a lui alcuna salutifera trovar ne potesse; e occorsegli una nuova malizia, la quale al fine imaginato da lui dirittamente pervenne. E faccendo sembiante che esser gli paresse stato assai con quella giovane, le disse:
- Io voglio andare a trovar modo come tu esca di qua entro senza esser veduta; e per ciò statti pianamente infino alla mia tornata.
E uscito fuori e serrata la cella colla chiave, dirittamente se n'andò alla camera dello abate, e presentatagli quella, secondo che ciascuno monaco faceva quando fuori andava, con un buon volto disse:
- Messere, io non potei stamane farne venire tutte le legne le quali io avea fatte fare, e perciò con vostra licenzia io voglio andare al bosco e farlene venire.
L'abate, per potersi più pienamente informare del fallo commesso da costui, avvisando che questi accorto non se ne fosse che egli fosse stato da lui veduto, fu lieto di tale accidente, e volentier prese la chiave e similmente li die' licenzia. E, come il vide andato via, cominciò a pensar qual far volesse più tosto, o in presenza di tutti i monaci aprir la cella di costui e far loro vedere il suo difetto, acciò che poi non avesser cagione di mormorare contra di lui quando il monaco punisse, o di voler prima da lei sentire come andata fosse la bisogna. E, pensando seco stesso che questa potrebbe essere tal femina o figliuola di tale uomo, che egli non le vorrebbe aver fatta quella vergogna d'averla a tutti i monaci fatta vedere, s'avvisò di voler prima veder chi fosse e poi prender partito; e chetamente andatosene alla cella, quel la aprì ed entrò dentro e l'uscio richiuse.
La giovane, vedendo venire l'abate, tutta smarrì, e temendo di vergogna cominciò a piagnere. Messer l'abate, postole l'occhio addosso e veggendola bella e fresca, ancora che vecchio fosse, sentì subitamente non meno cocenti gli stimoli della carne che sentiti avesse il suo giovane monaco, e fra se' stesso cominciò a dire: – Deh, perché non prendo io del piacere quando io ne posso avere, con ciò sia cosa che il dispiacere e la noia, sempre che io ne vorrò, sieno apparecchiati? Costei è una bella giovane, ed è qui che niuna per sona del mondo il sa; se io la posso recare a fare i piacer miei, io non so perché io nol mi faccia. Chi saprà? ai più; io estimo che egli sia gran senno a pigliarsi del bene, quando Domenedio ne man da altrui -. E così dicendo, e avendo del tutto mutato proposito da quello per che andato v'era, fattosi più presso alla giovane, pianamente la cominciò a confortare e a pregarla che non piagnesse; e, d'una parola in altra procedendo, ad aprirle il suo desiderio pervenne.
La giovane, che non era di ferro né di diamante, assai agevolmente si piegò a' piaceri dello abate; il quale, abbracciatala e baciatala più volte, in sul letticello del monaco salitosene, avendo forse riguardo al grave peso della sua dignità e alla tenera età della giovane, temendo forse di non offenderla per troppa gravezza, non sopra il petto di lei salì, ma lei sopra il suo petto pose, e per lungo spazio con lei si trastullò.
Il monaco, che fatto avea sembiante d'andare al bosco, essendo nel dormentorio occultato, come vide l'abate solo nella sua cella entrare, così tutto rassicurato, estimò il suo avviso dovere avere effetto; e veggendol serrar dentro, l'ebbe per certissimo. E, uscito di là dov'era, chetamente n'andò ad un pertugio, per lo quale ciò che l'abate fece o disse, e udì e vide. Parendo allo abate essere assai colla giovanetta dimorato, serratala nella cella, alla sua camera se ne tornò; e dopo al quanto, sentendo il monaco e credendo lui esser tornato dal bosco, avvisò di riprenderlo forte e di farlo incarcerare, acciò che esso solo possedesse la guadagnata preda; e fattoselo chiamare, gravissimamente e con mal viso il riprese e comandò che fosse in carcere messo.
Il monaco prontissimamente rispose:
- Messere, io non sono ancora tanto all'ordine di san Benedetto stato, che io possa avere ogni particularità di quello apparata; e voi ancora non m'avavate mostrato che i monaci si debban far dalle femine priemere, come dà digiuni e dalle vigilie; ma ora che mostrato me l'avete, vi prometto, se questa mi perdonate, di mai più in ciò non peccare, anzi farò sempre come io a voi ho veduto fare.
L'abate, che accorto uomo era, prestamente conobbe costui non solamente aver più di lui saputo, ma veduto ciò che esso aveva fatto. Perché, dalla sua colpa stessa rimorso, si vergognò di fare al monaco quello che egli, sì come lui, aveva meritato. E perdonatogli e impostogli di ciò che veduto aveva silenzio, onestamente misero la giovinetta di fuori, e poi più volte si dee credere ve la facesser tornare.

Poiché, commendata da tutti la novella di Neifile, ella si tacque, come alla reina piacque, Filomena così cominciò a parlare.
La novella da Neifile detta mi ritorna a memoria il dubbioso caso già avvenuto ad un giudeo. Per ciò che già e di Dio e della verità della nostra fede è assai bene stato detto, il discendere oggimai agli avvenimenti e agli atti degli uomini non si dovrà disdire; e a narrarvi quella verrò, la quale udita, forse più caute diverrete nelle risposte alle quistioni che fatte vi fossero. Voi dovete, amorose compagne, sapere che, sì come la sciocchezza spesse volte trae altrui di felice stato e mette in grandissima miseria, così il senno di grandissimi pericoli trae il savio e ponlo in grande e in sicuro riposo. E che vero sia che la sciocchezza di buono stato in miseria altrui conduca, per molti essempli si vede, li quali non fia al presente nostra cura di raccontare, avendo riguardo che tutto '1 dì mille essempli n'appaiano manifesti. Ma che il senno di consolazione sia cagione, come promisi, per una novelletta mosterrò brievemente.
Il Saladino, il valore del qual fu tanto che non solamente di piccolo uomo il fe' di Babillonia soldano, ma ancora molte vittorie sopra li re saracini e cristiani gli fece avere, avendo in diverse guerre e in grandissime sue magnificenze speso tutto il suo tesoro, e, per alcuno accidente sopravvenutogli bisognandogli una buona quantità di danari, né veggendo donde così prestamente come gli bisognavano aver gli potesse, gli venne a memoria un ricco giudeo, il cui nome era Melchisedech, il quale prestava ad usura in Alessandria, e pensossi costui avere da poterlo servire quando volesse; ma sì era avaro che di sua volontà non l'avrebbe mai fatto, e forza non gli voleva fare; per che, strignendolo il bisogno, rivoltosi tutto a dover trovar modo come il giudeo il servisse, s'avvisò di fargli una forza da alcuna ragion colorata. E fattolsi chiamare e familiarmente ricevutolo, seco il fece sedere e appresso gli disse:
- Valente uomo, io ho da più persone inteso che tu se' savissimo e nelle cose di Dio senti molto avanti; e per ciò io saprei volentieri da te quale delle tre leggi tu reputi la verace, o la giudaica o la saracina o la cristiana.
Il giudeo, il quale veramente era savio uomo, s'avvisò troppo bene che il Saladino guardava di pigliarlo nelle parole per dovergli muovere alcuna quistione, e pensò non potere alcuna di queste tre più l'una che l'altra lodare, che il Saladino non avesse la sua intenzione. Per che, come colui al qual pareva d'aver bisogno di risposta per la quale preso non potesse essere, aguzzato lo 'ngegno, gli venne prestamente avanti quello che dir dovesse, e disse:
- Signor mio, la quistione la qual voi mi fate è bella, e a volervene dire ciò che io ne sento, mi vi convien dire una novelletta, qual voi udirete.
Se io non erro, io mi ricordo aver molte volte udito dire che un grande uomo e ricco fu già, il quale, intra l'altre gioie più care che nel suo tesoro avesse, era uno anello bellissimo e prezioso; al quale per lo suo valore e per la sua bellezza volendo fare onore e in perpetuo lasciarlo né suoi discendenti, ordinò che colui de' suoi figliuoli appo il quale, sì come lasciatogli da lui, fosse questo anello trovato, che colui s'intendesse essere il suo erede e dovesse da tutti gli altri essere come maggiore onorato e reverito.
E colui al quale da costui fu lasciato il simigliante ordinò né suoi discendenti e così fece come fatto avea il suo predecessore; e in brieve andò questo anello di mano in mano a molti successori; e ultimamente pervenne alle mani ad uno, il quale avea tre figliuoli belli e virtuosi e molto al padre loro obedienti, per la qual cosa tutti e tre parimente gli amava. E i giovani, li quali la consuetudine dello anello sapevano, sì come vaghi d'essere ciascuno il più onorato tra' suoi ciascuno per se', come meglio sapeva, pregava il padre, il quale era già vecchio, che, quando a morte venisse, a lui quello anello lasciasse.
Il valente uomo, che parimente tutti gli amava, né sapeva esso medesimo eleggere a qual più tosto lasciar lo dovesse, pensò, avendolo a ciascun promesso, di volergli tutti e tre sodisfare; e segretamente ad uno buono maestro ne fece fare due altri, li quali sì furono simiglianti al primiero, che esso medesimo che fatti gli avea fare appena conosceva qual si fosse il vero. E venendo a morte, segretamente diede il suo a ciascun de' figliuoli. Li quali, dopo la morte del padre, volendo ciascuno la eredità e l'onore occupare, e l'uno negandolo all'altro, in testimonianza di dover ciò ragionevolmente fare ciascuno produsse fuori il suo anello. E trovatisi gli anelli sì simili l'uno all'altro che qual di costoro fosse il vero non si sapeva conoscere, si rimase la quistione, qual fosse il vero erede del padre, in pendente, e ancor pende.
E così vi dico, signor mio, delle tre leggi alli tre popoli date da Dio padre, delle quali la quistion proponeste: ciascuno la sua eredità, la sua vera legge e i suoi comandamenti dirittamente si crede avere e fare; ma chi se l'abbia, come degli anelli, ancora ne pende la quistione.
Il Saladino conobbe costui ottimamente essere saputo uscire del laccio il quale davanti a' piedi teso gli aveva; e per ciò dispose d'aprirgli il suo bisogno e vedere se servire il volesse; e così fece, aprendogli ciò che in animo avesse avuto di fare, se così discretamente, come fatto avea, non gli avesse risposto.
Il giudeo liberamente d'ogni quantità che il Saladino richiese il servì; e il Saladino poi interamente il soddisfece; e oltre a ciò gli donò grandissimi doni e sempre per suo amico l'ebbe e in grande e onorevole stato appresso di se' il mantenne.

Convenevole cosa è, carissime donne, che ciascheduna cosa la quale l'uomo fa, dallo ammirabile e santo nome di Colui il quale di tutte fu facitore le dea principio. Per che, dovendo io al nostro novellare, sì come primo, dare cominciamento, intendo da una delle sue maravigliose cose incominciare, acciò che, quella udita, la nostra speranza in lui, sì come in cosa impermutabile, si fermi e sempre sia da noi il suo nome lodato.
Manifesta cosa è che, sì come le cose temporali tutte sono transitorie e mortali, così in se' e fuor di se' essere piene di noia e d'angoscia e di fatica e ad infiniti pericoli soggiacere; alle quali senza niuno fallo né potremmo noi, che viviamo mescolati in esse e che siamo parte d'esse, durare né ripararci, se spezial grazia di Dio forza e avvedimento non ci prestasse. La quale a noi e in noi non è da credere che per alcuno nostro merito discenda, ma dalla sua propia benignità mossa e da prieghi di coloro impetrata che, sì come noi siamo, furon mortali, e bene i suoi piaceri mentre furono in vita seguendo, ora con lui etterni sono divenuti e beati; alli quali noi medesimi, sì come a procuratori informati per esperienza della nostra fragilità, forse non audaci di porgere i prieghi nostri nel cospetto di tanto giudice, delle cose le quali a noi reputiamo opportune gli porgiamo.
E ancora più in questo lui verso noi di pietosa liberalità pieno discerniamo, che, non potendo l'acume dell'occhio mortale nel segreto della divina mente trapassare in alcun modo, avvien forse tal volta che, da oppinione ingannati, tale dinanzi alla sua maestà facciamo procuratore, che da quella con etterno essilio è scacciato; e nondimeno esso, al quale niuna cosa è occulta, più alla purità del pregator riguardando che alla sua ignoranza o allo essilio del pregato, così come se quegli fosse nel suo conspetto beato, esaudisce coloro che 'l priegano. Il che manifestamente potrà apparire nella novellala quale di raccontare intendo; manifestamente dico, non il giudicio di Dio, ma quel degli uomini seguitando.
Ragionasi adunque che essendo Musciatto Franzesi di ricchissimo e gran mercatante in Francia cavalier divenuto e dovendone in Toscana venire con messer Carlo Senzaterra, fratello del re di Francia, da papa Bonifazio addomandato e al venir promosso, sentendo egli gli fatti suoi, sì come le più volte son quegli de' mercatanti, molto intralciati in qua e in là e non potersi di leggiere né subitamente stralciare, pensò quegli commettere a più persone; e a tutti trovò modo; fuor solamente in dubbio gli rimase cui lasciar potesse sofficiente a riscuoter suoi crediti fatti a più borgognoni.
E la cagion del dubbio era il sentire li borgognoni uomini riottosi e di mala condizione e misleali; e a lui non andava per la memoria chi tanto malvagio uom fosse, in cui egli potesse alcuna fidanza avere che opporre alla loro malvagità si potesse.
E sopra questa essaminazione pensando lungamente stato, gli venne a memoria un ser Cepperello da Prato, il qual molto alla sua casa in Parigi si riparava. Il quale, per ciò che piccolo di persona era e molto assettatuzzo, non sappiendo li franceschi che si volesse dire Cepperello, credendo che cappello, cioè ghirlanda, secondo il loro volgare, a dir venisse, per ciò che piccolo era come dicemmo, non Ciappello, ma Ciappelletto il chiamavano; e per Ciappelletto era conosciuto per tutto, là dove pochi per ser Cepperello il conoscieno.
Era questo Ciappelletto di questa vita: egli, essendo notaio, avea grandissima vergogna quando uno de' suoi strumenti (come che pochi ne facesse) fosse altro che falso trovato; de' quali tanti avrebbe fatti di quanti fosse stato richiesto, e quelli più volentieri in dono che alcun altro grandemente salariato. Testimonianze false con sommo diletto diceva, richiesto e non richiesto; e dandosi a que' tempi in Francia a' saramenti grandissima fede, non curandosi fargli falsi, tante quistioni malvagiamente vincea a quante a giurare di dire il vero sopra la sua fede era chiamato. Aveva oltre modo piacere, e forte vi studiava, in commettere tra amici e parenti e qualunque altra persona mali e inimicizie e scandali, de' quali quanto maggiori mali vedeva seguire tanto più d'allegrezza prendea. Invitato ad un omicidio o a qualunque altra rea cosa, senza negarlo mai, volenterosamente v'andava; e più volte a fedire e ad uccidere uomini colle propie mani si trovò volentieri. Bestemmiatore di Dio e de' santi era grandissimo; e per ogni piccola cosa, sì come colui che più che alcun altro era iracundo. A chiesa non usava giammai; e i sacramenti di quella tutti, come vil cosa, con abominevoli parole scherniva; e così in contrario le taverne e gli altri disonesti luoghi visitava volentieri e usavagli.
Delle femine era così vago come sono i cani de' bastoni; del contrario più che alcun altro tristo uomo si dilettava. Imbolato avrebbe e rubato con quella conscienzia che un santo uomo offerrebbe. Gulosissimo e bevitore grande, tanto che alcuna volta sconciamente gli facea noia. Giuocatore e mettitor di malvagi dadi era solenne. Perché mi distendo io in tante parole? Egli era il piggiore uomo forse che mai nascesse. La cui malizia lungo tempo sostenne la potenzia e lo stato di messer Musciatto, per cui molte volte e dalle private persone, alle quali assai sovente faceva ingiuria, e dalla corte, a cui tuttavia la facea, fu riguardato.
Venuto adunque questo ser Cepperello nell'animo a messer Musciatto, il quale ottimamente la sua vita conosceva, si pensò il detto messer Musciatto costui dovere essere tale quale la malvagità de' borgognoni il richiedea; e perciò, fattolsi chiamare, gli disse così:
- Ser Ciappelletto, come tu sai, io sono per ritrarmi del tutto di qui, e avendo tra gli altri a fare co' borgognoni, uomini pieni d'inganni, non so cui io mi possa lasciare a riscuotere il mio da loro più convenevole di te; e perciò, con ciò sia cosa che tu niente facci al presente, ove a questo vogli intendere, io intendo di farti avere il favore della corte e di donarti quella parte di ciò che tu riscoterai che convenevole sia.
Ser Ciappelletto, che scioperato si vedea e male agitato delle cose del mondo e lui ne vedeva andare che suo sostegno e ritegno era lungamente stato, senza niuno indugio e quasi da necessità costretto si diliberò, e disse che volea volentieri.
Per che, convenutisi insieme, ricevuta ser Ciappelletto la procura e le lettere favorevoli del re, partitosi messer Musciatto, n'andò in Borgogna dove quasi niuno il conoscea; e quivi, fuor di sua natura, benignamente e mansuetamente cominciò a voler riscuotere e fare quello per che andato v'era, quasi si riserbasse l'adirarsi al da sezzo.
E così faccendo, riparandosi in casa di due fratelli fiorentini, li quali quivi ad usura prestavano e lui per amor di messer Musciatto onoravano molto, avvenne che egli infermò; al quale i due fratelli fecero prestamente venire medici e fanti che il servissero e ogni cosa opportuna alla sua santà racquistare.
Ma ogni aiuto era nullo, per ciò che 'l buono uomo, il quale già era vecchio e disordinatamente vivuto, secondo che i medici dicevano, andava di giorno in giorno di male in peggio, come colui ch'aveva il male della morte; di che li due fratelli si dolevan forte.
E un giorno, assai vicini della camera nella quale ser Ciappelletto giaceva infermo, seco medesimi cominciarono a ragionare:
- Che farem noi- diceva l'uno all'altro- di costui? Noi abbiamo dei fatti suoi pessimo partito alle mani, per ciò che il mandarlo fuori di casa nostra così infermo ne sarebbe gran biasimo e segno manifesto di poco senno, veggendo la gente che noi l'avessimo ricevuto prima, e poi fatto servire e medicare così sollecitamente, e ora, senza potere egli aver fatta cosa alcuna che dispiacere ci debba, così subitamente di casa nostra e infermo a morte vederlo mandar fuori. D'altra parte, egli è stato sì malvagio uomo che egli non si vorrà confessare né prendere alcuno sacramento della Chiesa; e, morendo senza confessione, niuna chiesa vorrà il suo corpo ricevere, anzi sarà gittato a' fossi a guisa d'un cane. E, se egli si pur confessa, i peccati suoi son tanti e sì orribili che il simigliante n'avverrà, per ciò che frate né prete ci sarà che 'l voglia né possa assolvere; per che, non assoluto, anche sarà gittato a' fossi. E se questo avviene, il popolo di questa terra, il quale sì per lo mestier nostro, il quale loro pare iniquissimo e tutto 'l giorno ne dicon male, e sì per la volontà che hanno di rubarci, veggendo ciò, si leverà a romore e griderrà: – Questi lombardi cani, li quali a chiesa non sono voluti ricevere, non ci si vogliono più sostenere – ; e correrannoci alle case e per avventura non solamente l'avere ci ruberanno, ma forse ci torranno oltre a ciò le persone; di che noi in ogni guisa stiam male, se costui muore.
Ser Ciappelletto, il quale, come dicemmo, presso giacea là dove costoro così ragionavano, avendo l'udire sottile, sì come le più volte veggiamo avere gl'infermi, udì ciò che costoro di lui dicevano; li quali egli si fece chiamare, e disse loro:
- Io non voglio che voi di niuna cosa di me dubitiate né abbiate paura di ricevere per me alcun danno. Io ho inteso ciò che di me ragionato avete e son certissimo che così n'avverrebbe come voi dite, dove così andasse la bisogna come avvisate; ma ella andrà altramenti. Io ho, vivendo, tante ingiurie fatte a Domenedio che, per farnegli io una ora in su la mia morte, né più né meno ne farà. E per ciò procacciate di farmi venire un santo e valente frate, il più che aver potete, se alcun ce n'è, e lasciate fare a me, ché fermamente io acconcerò i fatti vostri e i miei in maniera che starà bene e che dovrete esser contenti.
I due fratelli, come che molta speranza non prendessono di questo, nondimeno se n'andarono ad una religione di frati e domandarono alcuno santo e savio uomo che udisse la confessione d'un lombardo che in casa loro era infermo; e fu lor dato un frate antico di santa e di buona vita e gran maestro in Iscrittura e molto venerabile uomo, nel quale tutti i cittadini grandissima e spezial divozione aveano, e lui menarono.
Il quale, giunto nella camera dove ser Ciappelletto giacea e allato postoglisi a sedere, prima benignamente il cominciò a confortare, e appresso il domandò quanto tempo era che egli altra volta confessato si fosse. Al quale ser Ciappelletto, che mai confessato non s'era, rispose:
- Padre mio, la mia usanza suole essere di confessarmi ogni settimana almeno una volta, senza che assai sono di quelle che io mi confesso più; è il vero che poi ch'io infermai, che son presso a otto dì, io non mi confessai, tanta è stata la noia che la infermità m'ha data.
Disse allora il frate:
- Figliuol mio, bene hai fatto, e così si vuol fare per innanzi; e veggio che, poi sì spesso ti confessi, poca fatica avrò d'udire o di domandare.
Disse ser Ciappelletto:
- Messer lo frate, non dite così; io non mi confessai mai tante volte né sì spesso, che io sempre non mi volessi confessare generalmente di tutti i miei peccati che io mi ricordassi dal dì ch'i' nacqui infino a quello che confessato mi sono; e per ciò vi priego, padre mio buono, che così puntualmente d'ogni cosa mi domandiate come se mai confessato non mi fossi. E non mi riguardate perch'io infermo sia, ché io amo molto meglio di dispiacere a queste mie carni che, faccendo agio loro, io facessi cosa che potesse essere perdizione della anima mia, la quale il mio Salvatore ricomperò col suo prezioso sangue.
Queste parole piacquero molto al santo uomo e parvongli argomento di bene disposta mente; e poi che a ser Ciappelletto ebbe molto commendato questa sua usanza, il cominciò a domandare se egli mai in lussuria con alcuna femina peccato avesse. Al qual ser Ciappelletto sospirando rispose:
- Padre mio, di questa parte mi vergogno io di dirvene il vero, temendo di non peccare in vanagloria.
Al quale il santo frate disse:
- Dì sicuramente, ché il ver dicendo né in confessione né in altro atto si pecco' giammai.
Disse allora ser Ciappelletto:
- Poiché voi di questo mi fate sicuro, e io il vi dirò: io son così vergine come io uscì del corpo della mamma mia.
- Oh benedetto sia tu da Dio!- disse il frate- come bene hai fatto! e, faccendolo, hai tanto più meritato, quanto, volendo, avevi più d'arbitrio di fare il contrario che non abbiam noi e qualunque altri son quegli che sotto alcuna regola sono costretti.
E appresso questo il domandò se nel peccato della gola aveva a Dio dispiaciuto; al quale, sospirando forte, ser Ciappelletto rispose del sì, e molte volte; perciò che con ciò fosse cosa che egli, oltre a' digiuni delle quaresime che nell'anno si fanno dalle divote persone, ogni settimana almeno tre dì fosse uso di digiunare in pane e in acqua, con quello diletto e con quello appetito l'acqua bevuta avea, e spezialmente quando avesse alcuna fatica durata o adorando o andando in pellegrinaggio, che fanno i gran bevitori il vino; e molte volte aveva disiderato d'avere cotali insalatuzze d'erbucce, come le donne fanno quando vanno in villa; e alcuna volta gli era paruto migliore il mangiare che non pareva a lui che dovesse parere a chi digiuna per divozione, come digiunava egli.
Al quale il frate disse:
- Figliuol mio, questi peccati sono naturali e sono assai leggieri; e per ciò io non voglio che tu ne gravi più la conscienzia tua che bisogni. Ad ogni uomo addiviene, quantunque santissimo sia, il parergli dopo lungo digiuno buono il manicare, e dopo la fatica il bere.
- Oh! – disse ser Ciappelletto- padre mio, non mi dite questo per confortarmi; ben sapete che io so che le cose che al servigio di Dio si fanno, si deono fare tutte nettamente e senza alcuna ruggine d'animo; e chiunque altri menti le fa, pecca.
Il frate contentissimo disse:
- E io son contento che così ti cappia nell'animo, e piacemi forte la tua pura e buona conscienzia in ciò. Ma, dimmi: in avarizia hai tu peccato, disiderando più che il convenevole, o tenendo quello che tu tener non dovesti?
Al quale ser Ciappelletto disse:
- Padre mio, io non vorrei che voi guardaste perché io sia in casa di questi usurieri: io non ci ho a far nulla; anzi ci era venuto per dovergli ammonire e gastigare e torgli da questo abbominevole guadagno; e credo mi sarebbe venuto fatto, se Iddio non m'avesse così visitato. Ma voi dovete sapere che mio padre mi lasciò ricco uomo, del cui avere, come egli fu morto, diedi la maggior parte per Dio; e poi, per sostentare la vita mia e per potere aiutare i poveri di Cristo, ho fatte mie picciole mercatantie, e in quelle ho desiderato di guadagnare, e sempre co' poveri di Dio quello che ho guadagnato ho partito per mezzo, l'una metà convertendo né miei bisogni, l'altra metà dando loro; e di ciò m'ha sì bene il mio Creatore aiutato che io ho sempre di bene in meglio fatti i fatti miei.
- Bene hai fatto,- disse il frate – ma come ti se' tu spesso adirato?
- Oh!- disse ser Ciappelletto- cotesto vi dico io bene che io ho molto spesso fatto. E chi se ne potrebbe tenere, veggendo tutto il dì gli uomini fare le sconce cose, non servare i comandamenti di Dio, non temere i suoi giudici? Egli sono state assai volte il dì che io vorrei più tosto essere stato morto che vivo, veggendo i giovani andare dietro alle vanità e vedendogli giurare e spergiurare, andare alle taverne, non visitare le chiese e seguir più tosto le vie del mondo che quella di Dio.
Disse allora il frate:
- Figliuol mio, cotesta è buona ira, né io per me te ne saprei penitenzia imporre. Ma, per alcuno caso, avrebbeti l'ira potuto inducere a fare alcuno omicidio o a dire villania a persona o a fare alcun'altra ingiuria?
A cui ser Ciappelletto rispose:
- Ohimè, messere, o voi mi parete uom di Dio: come dite voi coteste parole? o s'io avessi avuto pure un pensieruzzo di fare qualunque s'è l'una delle cose che voi dite, credete voi che io creda che Iddio m'avesse tanto sostenuto? Coteste son cose da farle gli scherani e i rei uomini, de' quali qualunque ora io n'ho mai veduto alcuno, sempre ho detto: – Va che Dio ti converta -
Allora disse il frate:
- Or mi dì, figliuol mio, che benedetto sia tu da Dio: hai tu mai testimonianza niuna falsa detta contro alcuno o detto mal d'altrui o tolte dell'altrui cose senza piacer di colui di cui sono?
- Mai, messere, sì,- rispose ser Ciappelletto- che io ho detto male d'altrui; per ciò che io ebbi già un mio vicino che, al maggior torto del mondo, non faceva altro che battere la moglie, sì che io dissi una volta mal di lui alli parenti della moglie, sì gran pietà mi venne di quella cattivella, la quale egli, ogni volta che bevuto avea troppo, conciava come Dio vel dica.
Disse allora il frate:
- Or bene, tu mi di' che se' stato mercatante: ingannasti tu mai persona così come fanno i mercatanti?
- Gnaffe,- disse ser Ciappelletto- messer sì; ma io non so chi egli si fu, se non che uno, avendomi recati danari che egli mi dovea dare di panno che io gli avea venduto, e io messogli in una mia cassa senza annoverare, ivi bene ad un mese trovai ch'egli erano quattro piccioli più che essere non doveano; per che, non rivedendo colui e avendogli serbati bene uno anno per rendergliele, io gli diedi per l'amor di Dio.
Disse il frate:
- Cotesta fu piccola cosa; e facesti bene a farne quello che ne facesti.
E, oltre a questo, il domandò il santo frate di molte altre cose, delle quali di tutte rispose a questo modo. E volendo egli già procedere all'assoluzione, disse ser Ciappelletto:
- Messere, io ho ancora alcun peccato che io non v'ho detto.
Il frate il domandò quale; ed egli disse:
- Io mi ricordo che io feci al fante mio un sabato dopo nona spazzare la casa, e non ebbi alla santa domenica quella reverenza che io dovea.
- Oh!- disse il frate- figliuol mio, cotesta è leggier cosa.
- Non,- disse ser Ciappelletto- non dite leggier cosa, ché la domenica è troppo da onorare, però che in così fatto dì risuscitò da morte a vita il nostro Signore.
Disse allora il frate: – O altro hai tu fatto?
- Messer sì,- rispose ser Ciappelletto- ché io, non avvedendomene, sputai una volta nella chiesa di Dio.
Il frate cominciò a sorridere e disse:
- Figliuol mio, cotesta non è cosa da curarsene: noi, che siamo religiosi, tutto il dì vi sputiamo.
Disse allora ser Ciappelletto:
- E voi fate gran villania, per ciò che niuna cosa si convien tener netta come il santo tempio, nel quale si rende sacrificio a Dio.
E in brieve de' così fatti ne gli disse molti, e ultimamente cominciò a sospirare, e appresso a piagner forte, come colui che il sapeva troppo ben fare quando volea.
Disse il santo frate:
- Figliuol mio, che hai tu?
Rispose ser Ciappelletto:
- Ohimè, messere, ché un peccato m'è rimaso, del quale io non mi confessai mai, sì gran vergogna ho di doverlo dire; e ogni volta ch'io me ne ricordo piango come voi vedete, e parmi essere molto certo che Iddio mai non avrà misericordia di me per questo peccato.
Allora il santo frate disse:
- Va via, figliuol, che è ciò che tu dì? Se tutti i peccati che furon mai fatti da tutti gli uomini, o che si debbon fare da tutti gli uomini mentre che il mondo durerà, fosser tutti in uno uom solo, ed egli ne fosse pentuto e contrito come io veggio te, si è tanta la benignità e la misericordia di Dio che, confessandogli egli, gliele perdonerebbe liberamente; e per ciò dillo sicuramente.
Disse allora ser Ciappelletto, sempre piagnendo forte:
- Ohimè, padre mio, il mio è troppo gran peccato, e appena posso credere, se i vostri prieghi non ci si adoperano, che egli mi debba mai da Dio esser perdonato.
A cui il frate disse:
- Dillo sicuramente, ché io ti prometto di pregare Iddio per te.
Ser Ciappelletto pur piagnea e nol dicea, e il frate pur il confortava a dire. Ma poi che ser Ciappelletto piagnendo ebbe un grandissimo pezzo tenuto il frate così sospeso, ed egli gittò un gran sospiro e disse:
- Padre mio, poscia che voi mi promettete di pregare Iddio per me, e io il vi dirò. Sappiate che, quando io era piccolino, io bestemmiai una volta la mamma mia- ; e così detto ricominciò a piagnere forte.
Disse il frate:
- O figliuol mio, or parti questo così grande peccato? Oh! gli uomini bestemmiano tutto 'l giorno Iddio, e sì perdona egli volentieri a chi si pente d'averlo bestemmiato; e tu non credi che egli perdoni a te questo? Non piagner, confortati, ché fermamente, se tu fossi stato un di quegli che il posero in croce, avendo la contrizione ch'io ti veggio, sì ti perdonerebbe egli.
Disse allora ser Ciappelletto:
- Ohimè, padre mio, che dite- voi? La mamma mia dolce, che mi portò in corpo nove mesi il dì e la notte e portommi in collo più di cento volte! troppo feci male a bestemmiarla e troppo è gran peccato; e se voi non pregate Iddio per me, egli non mi sarà perdonato.
Veggendo il frate non essere altro restato a dire a ser Ciappelletto, gli fece l'assoluzione e diedegli la sua benedizione, avendolo per santissimo uomo, sì come colui che pienamente credeva esser vero ciò che ser Ciappelletto avea detto.
E chi sarebbe colui che nol credesse, veggendo uno uomo in caso di morte dir così? E poi, dopo tutto questo, gli disse:
- Ser Ciappelletto, coll'aiuto di Dio voi sarete tosto sano; ma se pure avvenisse che Iddio la vostra benedetta e ben disposta anima chiamasse a se', piacev'egli che 'l vostro corpo sia sepellito al nostro luogo?
Al quale ser Ciappelletto rispose:
- Messer sì; anzi non vorre' io essere altrove, poscia che voi mi avete promesso di pregare Iddio per me; senza che io ho avuta sempre spezial divozione al vostro ordine. E per ciò vi priego che, come voi al vostro luogo sarete, facciate che a me vegna quel veracissimo corpo di Cristo, il qual voi la mattina sopra l'altare consecrate; per ciò che (come che io degno non ne sia) io intendo colla vostra licenzia di prenderlo, e appresso la santa e ultima unzione, acciò che io, se vivuto son come peccatore, almeno muoia come cristiano.
Il santo uomo disse che molto gli piacea e che egli dicea bene, e farebbe che di presente gli sarebbe apportato; e così fu.
Li due fratelli, li quali dubitavan forte non ser Ciappelletto gl'ingannasse, s'eran posti appresso ad un tavolato, il quale la camera dove ser Ciappelletto giaceva divideva da un'altra, e ascoltando leggiermente udivano e intendevano ciò che ser Ciappelletto al frate diceva; e aveano alcuna volta sì gran voglia di ridere, udendo le cose le quali egli confessava d'aver fatte, che quasi scoppiavano, e fra se' talora dicevano:
- Che uomo è costui, il quale né vecchiezza né infermità né paura di morte alla qual si vede vicino, né ancora di Dio dinanzi al giudicio del quale di qui a picciola ora s'aspetta di dovere essere, dalla sua malvagità l'hanno potuto rimuovere, né far ch'egli così non voglia morire come egli è vivuto?
Ma pur vedendo che sì aveva detto che egli sarebbe a sepoltura ricevuto in chiesa, niente del rimaso si curarono.
Ser Ciappelletto poco appresso si comunico', e peggiorando senza modo, ebbe l'ultima unzione; e poco passato vespro, quel dì stesso che la buona confessione fatta avea, si morì. Per la qual cosa li due fratelli, ordinato di quello di lui medesimo come egli fosse onorevolmente sepellito, e man datolo a dire al luogo de' frati, e che essi vi venissero la sera a far la vigilia secondo l'usanza e la mattina per lo corpo, ogni cosa a ciò opportuna disposero.
Il santo frate che confessato l'avea, udendo che egli era trapassato, fu insieme col priore del luogo, e fatto sonare a capitolo, alli frati ragunati in quello mostrò ser Ciappelletto essere stato santo uomo, secondo che per la sua confessione conceputo avea; e sperando per lui Domenedio dover molti miracoli dimostrare, persuadette loro che con grandissima reverenzia e divozione quello corpo si dovesse ricevere. Alla qual cosa il priore e gli altri frati creduli s'accordarono; e la sera, andati tutti là dove il corpo di ser Ciappelletto giaceva, sopr'esso fecero una grande e solenne vigilia; e la mattina, tutti vestiti co' camici e co' pieviali, con libri in mano e con le croci innanzi, cantando, andaron per questo corpo e con grandissima festa e solennità il recarono alla lor chiesa, seguendo quasi tutto il popolo della città, uomini e donne. E nella chiesa postolo, il santo frate che confessato l'avea, salito in sul pergamo, di lui cominciò e della sua vita, de' suoi digiuni, della sua virginità, della sua simplicità e innocenzia e santità maravigliose cose a predicare, tra l'altre cose narrando quello che ser Ciappelletto per lo suo maggior peccato piagnendo gli avea confessato, e come esso appena gli avea potuto mettere nel capo che Iddio gliele dovesse perdonare, da questo volgendosi a riprendere il popolo che ascoltava, dicendo:
- E voi, maledetti da Dio, per ogni fuscello di paglia che vi si volge tra' piedi bestemmiate Iddio e la Madre, e tutta la corte di paradiso.
E oltre a queste, molte altre cose disse della sua lealtà e della sua purità; e in brieve colle sue parole, alle quali era dalla gente della contrada data intera fede, sì il mise nel capo e nella divozion di tutti coloro che v'erano che, poi che fornito fu l'uficio, colla maggior calca del mondo da tutti fu andato a baciargli i piedi e le mani, e tutti i panni gli furono in dosso stracciati, tenendosi beato chi pure un poco di quegli potesse avere; e convenne che tutto il giorno così fosse tenuto, acciò che da tutti potesse essere veduto e visitato. Poi, la vegnente notte, in una arca di marmo sepellito fu onorevolmente in una cappella, e a mano a mano il dì seguente vi cominciarono le genti ad andare e ad accender lumi e ad adorarlo, e per conseguente a botarsi e ad appiccarvi le imagini della cera secondo la promession fatta.
E in tanto crebbe la fama della sua santità e divozione a lui, che quasi niuno era, che in alcuna avversità fosse, che ad altro santo che a lui si botasse, e chiamaronlo e chiamano san Ciappelletto; e affermano molti miracoli Iddio aver mostrati per lui e mostrare tutto giorno a chi divotamente si raccomanda a lui.
Così adunque visse e morì ser Cepperello da Prato e santo divenne come avete udito. Il quale negar non voglio essere possibile lui essere beato nella presenza di Dio, per ciò che, come che la sua vita fosse scelerata e malvagia, egli potè in su l'estremo aver sì fatta contrizione, che per avventura Iddio ebbe misericordia di lui e nel suo regno il ricevette; ma, per ciò che questo n'è occulto, secondo quello che ne può apparire ragiono, e dico costui più tosto dovere essere nelle mani del diavolo in perdizione che in paradiso. E se così è, grandissima si può la benignità di Dio cognoscere verso noi, la quale non al nostro errore, ma alla purità della fede riguardando, così faccendo noi nostro mezzano un suo nemico, amico credendolo, ci esaudisce, come se ad uno veramente santo per mezzano della sua grazia ricorressimo. E per ciò, acciò che noi per la sua grazia nelle presenti avversità e in questa compagnia così lieta siamo sani e salvi servati, lodando il suo nome nel quale cominciata l'abbiamo, lui in reverenza avendo, né nostri bisogni gli ci raccomandiamo, sicurissimi d'essere uditi.
E qui si tacque.

Dammi la lingua, appunta i piedi al muro;
stringi le coscie, e tienim stretto, stretto;
lasciat'ire a riverso in sul letto
che d'altro che di fotter non mi curo.

Ai! Traditore! Quant'hai il cazzon duro!
O! come? su la potta ci confetto!
Un dì, tormelo in culo ti prometto,
e di farlo uscir netto t'assicuro.

- Io vi ringrazio cara Lorenzina,
mi sforzerò servirvi; ma spingete,
spingete come fa la Ciabattina.

o farò adesso, e voi quando farete?
- Adesso! dammi tutta la linguina.
Ch'io muojo. – Et io, e voi cagion ne sete;

adunque voi compirete?
- Adesso, adesso faccio, Signor mio;
Adesso ho fatto. Et io; ohimè! o Dio!

Tu m'hai il cazzo in la potta, e il cul mi vedi
e io veggio il tuo cul com'egli è fatto,
ma tu potresti dir ch'io sono un matto,
perch'io tengo le mani ove stanno i piedi.

- Ma s'a codesto modo fotter credi,
sei una bestia, e non ti verrà fatto;
perch'asssai meglio del fotter m'adatto,
quando col petto sul mio petto siedi.

- Io vi vo' fotter per lettera, Comare,
e voglio farvi al cul tante mamine
co le dita, col cazzo, e col menare,

e sentirete un piacer senza fine.
E so ben ch'è più dolce ch'il grattare
da Dee, da Duchesse e da Regine;

e mi direte al fine
ch'io sono un valent'uomo in tal mestiero…
Ma d'aver poco cazzo mi dispero.

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