Ciascuno della onesta brigata sommamente commendò per bella la novella dalla loro reina contata, e massimamente Dioneo, al quale solo per la presente giornata restava il novellare. Il quale, dopo molte commendazioni di quella fatte, disse.
Belle donne, una parte della novella della reina m'ha fatto mutare consiglio di dirne una che all'animo m'era, a doverne un'altra dire; e questa è la bestialità di Bernabò, come che bene ne gli avvenisse, e di tutti gli altri che quello si danno a credere che esso di creder mostrava, cioè che essi andando per lo mondo e con questa e con quella ora una
volta ora un'altra sollazzandosi, s'imaginano che le donne a casa rimase si tengano le mani a cintola, quasi noi non conosciamo, che tra esse nasciamo e cresciamo e stiamo, di che elle sien vaghe. La qual dicendo, ad un'ora vi mosterrò chente sia la sciocchezza di questi cotali, e quanto ancora sia maggiore quella di coloro li quali, sé più che la natura possenti estimando, si credono quello con dimostrazioni favolose potere che essi non possono, e sforzansi d'altrui recare a quello che essi sono, non patendolo la natura di chi è tirato.
Fu dunque in Pisa un giudice, più che di corporal forza dotato d'ingegno, il cui nome fu messer Ricciardo di Chinzica, il qual, forse credendosi con quelle medesime opere sodisfare alla moglie che egli faceva agli studi, essendo molto ricco, con non piccola sollicitudine cercò d'avere bella e giovane donna per moglie; dove e l'uno e l'altro, se così avesse saputo consigliar sé come altrui faceva, doveva fuggire. E quello gli venne fatto, per ciò che messer Lotto Gualandi per moglie gli diede una sua figliuola, il cui nome era Bartolomea, una delle più belle e delle più vaghe giovani di Pisa, come che poche ve n'abbiano che lucertole verminare non paiano. La quale il giudice menata con grandissima festa a casa sua, e fatte le nozze belle e magnifiche, pur per la prima notte incappò una volta per consumare il matrimonio a toccarla, e di poco fallò che egli quella una non fece tavola; il quale poi la mattina, sì come colui che era magro e secco e di poco spirito, convenne che con vernaccia e con confetti ristorativi e con altri argomenti nel mondo si ritornasse.
Or questo messer lo giudice, migliore stimatore delle sue forze divenuto che stato non era avanti, incominciò ad insegnare a costei un calendario buono da fanciulli che stanno a leggere, e forse già stato fatto a Ravenna. Per ciò che, secondo che egli le mostrava, niun dì era che non solamente una festa, ma molte non ne fossero; a reverenza delle quali per diverse cagioni mostrava l'uomo e la donna doversi astenere da così fatti congiugnimenti, sopra questi aggiugnendo digiuni e quattro tempora e vigilie d'apostoli e di mille altri santi, e venerdì e sabati, e la domenica del Signore e la quaresima tutta, e certi punti della luna e altre eccezioni molte, avvisandosi forse che così feria far si convenisse con le donne nel letto, come egli faceva talvolta piatendo alle civili. E questa maniera (non senza grave malinconia della donna, a cui forse una volta ne toccava il mese e appena) lungamente tenne, sempre guardandola bene, non forse alcuno altro le 'nsegnasse conoscere li dì da lavorare, come egli l'aveva insegnate le feste.
Avvenne che, essendo il caldo grande, a messer Ricciardo venne disidero d'andarsi a diportare ad un suo luogo molto bello vicino a Montenero, e quivi per prendere aere, dimorarsi alcun giorno, e con seco menò la sua bella donna. E quivi standosi, per darle alcuna consolazione, fece un giorno pescare, e sopra due barchette, egli in su una co'pescatori ed ella in su un'altra con altre donne, andarono a vedere; e tirandogli il diletto, parecchi miglia, quasi senza accorgersene, n'andarono infra mare.
E mentre che essi più attenti stavano a riguardare, subito una galeotta di Paganin da Mare, allora molto famoso corsale, sopravenne; e vedute le barche, si dirizzò a loro; le quali non poteron sì tosto fuggire, che Paganin non giugnesse quella ove eran le donne; nella quale veggendo la bella donna, senza altro volerne, quella, veggente messer Ricciardo che già era in terra, sopra la sua galeotta posta, andò via. La qual cosa veggendo messer lo giudice, il quale era sì geloso che temeva dello aere stesso, se esso fu dolente non è da domandare. Egli senza pro, e in Pisa e altrove, si dolfe della malvagità de'corsari, senza sapere chi la moglie tolta gli avesse o dove portatola.
A Paganino, veggendola così bella, parve star bene; e, non avendo moglie, si pensò di sempre tenersi costei, e lei, che forte piagnea, cominciò dolcemente a confortare. E venuta la notte, essendo a lui il calendaro caduto da cintola e ogni festa o feria uscita di mente, la cominciò a confortare co'fatti, parendogli che poco fossero il dì giovate ]e parole; e per sì fatta maniera la racconsolò, che, prima che a Monaco giugnessero, il giudice e le sue leggi le furono uscite di mente, e cominciò a viver più lietamente del mondo con Paganino. Il quale, a Monaco menatala, oltre alle consolazioni che di dì e di notte le dava, onoratamente come sua moglie la tenea.
Poi a certo tempo pervenuto agli orecchi di messer Ricciardo dove la sua donna fosse, con ardentissimo disidero, avvisandosi niun interamente saper far ciò che a ciò bisognava, esso stesso dispose d'andar per lei, disposto a spendere per lo riscatto di lei ogni quantità di denari; e, messosi in mare, se n'andò a Monaco, e quivi la vide ed ella lui; la quale poi la sera a Paganino il disse e lui della sua intenzione informò.
La seguente mattina messer Ricciardo, veggendo Paganino, con lui s'accontò e fece in poca d'ora una gran dimestichezza e amistà, infignendosi Paganino di conoscerlo e aspettando a che riuscir volesse. Per che, quando tempo parve a messer Ricciardo, come meglio seppe e il più piacevolmente, la cagione per la quale venuto era gli discoperse, pregandolo che quello che gli piacesse prendesse e la donnagli rendesse. Al quale Paganino con lieto viso rispose:
- Messere, voi siate il ben venuto, e rispondendo in brieve, vi dico così : egli è vero che io ho una giovane in casa, la qual non so se vostra moglie o d'altrui si sia, per ciò che voi io non conosco, né lei altressì se non in tanto quanto ella è meco alcun tempo dimorata. Se voi siete suo marito, come voi dite, io, perciò che piacevol gentil uom mi parete, vi menerò da lei, e son certo che ella vi conoscerà bene. Se essa dice che così sia come voi dite e vogliasene con voi venire, per amor della vostra piacevolezza quello che voi medesimo vorrete per riscatto di lei mi darete; ove così non fosse, voi fareste villania a torre, per ciò che io son giovane uomo e posso così come un altro tenere una femina, e spezialmente lei che è la più piacevole che io vidi mai.
Disse allora messer Ricciardo:
- Per certo ella è mia moglie, e se tu mi meni dove ella sia, tu il vedrai tosto; ella mi si gittarà incontanente al collo; e per ciò non domando che altramenti sia se non come tu medesimo hai divisato.
- Adunque,- disse Paganino- andiamo.
Andatisene adunque nella casa di Paganino e stando in una sua sala, Paganino la fece chiamare, ed ella vestita e acconcia uscì d'una camera e quivi venne dove messer Ricciardo con Paganino era, né altramenti fece motto a messer Ricciardo che fatto s'avrebbe ad un altro forestiere che con Paganino in casa sua venuto fosse. Il che vedendo il giudice, che aspettava di dovere essere con grandissima festa ricevuto da lei, si maravigliò forte, e seco stesso cominciò a dire: – Forse che la malinconia e il lungo dolore che io ho avuto, poscia che io la perdei m'ha si trasfigurato che ella non mi riconosce – Per che egli disse:
- Donna, caro mi costa il menarti a pescare, per ciò che simil dolore non si sentì mai a quello che io ho poscia portato che io ti perdei, e tu non pare che mi riconoschi, sì salvaticamente motto mi fai. Non vedi tu che io sono il tuo messer Ricciardo, venuto qui per pagare ciò che volesse questo gentile uomo, in casa cui noi siamo, per riaverti e per menartene; ed egli, la sua mercè, per ciò che io voglio, mi ti rende?
La donna rivolta a lui, un cotal pocolin sorridendo, disse:
- Messere, dite voi a me? Guardate che voi non m'abbiate colta in iscambio, chè, quanto è io, non mi ricordo che io vi vedessi giammai.
Disse messer Ricciardo:
- Guarda ciò. che tu dì , guatami bene; se tu ti vorrai bene ricordare, tu vedrai bene che io sono il tuo Ricciardo di Chinzica.
La donna disse:
- Messere, voi mi perdonerete, forse non è egli così onesta cosa a me, come voi v'imaginate, il molto guardarvi, ma io v'ho nondimeno tanto guardato, che io conosco che io mai più non vi vidi.
Imaginossi messer Ricciardo che ella questo facesse per tema di Paganino, di non volere in sua presenza confessare di conoscerlo; per che, dopo alquanto, chiese di grazia a Paganino che in camera solo con esso lei le potesse parlare. Paganin disse che gli piacea, sì veramente che egli non la dovesse contra suo piacere baciare; e alla donna comandò
che con lui in camera andasse e udisse ciò che egli volesse dire, e come le piacesse gli rispondesse.
Andatisene adunque in camera la donna e messer Ricciardo soli, come a seder si furon posti, incominciò messer Ricciardo a dire:
- Deh, cuor del corpo mio, anima mia dolce, speranza mia, or non riconosci tu Ricciardo tuo che t'ama più che sé medesimo? Come può questo essere? Son io così trasfigurato? Deh, occhio mio bello, guatami pure un poco.
La donna incominciò a ridere e, senza lasciarlo dir più , disse:
- Ben sapete che io non sono sì smimorata, che io non conosca che voi siete messer Ricciardo di Chinzica mio marito; ma voi, mentre che io fu'con voi, mostraste assai male di conoscer me, per ciò che se voi eravate savio o sete, come volete esser tenuto, dovavate bene aver tanto conoscimento, che voi dovavate vedere che io era giovane e fresca e gagliarda, e per conseguente conoscere quello che alle giovani donne, oltre al vestire e al mangiar, bene che elle per vergogna nol dicano, si richiede; il che come voi il faciavate? voi il vi sapete.
E s'egli v'era più a grado lo studio delle leggi che la moglie, voi non dovavate pigliarla; benché a me non parve mai che voi giudice foste, anzi mi paravate un banditore di sagre e di feste, sì ben le sapavate, e le digiune e le vigilie. E dicovi che se voi aveste tante feste fatte fare a'lavoratori che le vostre possessioni lavorano, quante faciavate fare a colui che il mio piccol campicello aveva a lavorare, voi non avreste mai ricolto granello di grano. Sonmi abbattuta a costui che ha voluto Iddio, sì come pietoso ragguardatore della mia giovanezza, col quale io mi sto in questa camera, nella qual non si sa che cosa festa sia (dico di quelle feste che voi, più divoto a Dio che a'servigi delle donne, cotante celebravate), né mai dentro a quello uscio entrò né sabato né venerdì né vigilia né quattro tempora né quaresima, ch'è così lunga, anzi di dì e di notte ci si lavora e battecisi la lana; e poi che questa notte sonò mattutino, so bene come il fatto andò da una volta in su. E però con lui intendo di starmi e di lavorare mentre sarò giovane; e le feste e le perdonanze e i digiuni serbarmi a far quando sarò vecchia; e voi colla buona ventura sì ve n'andate il più tosto che voi potete, e senza me fate feste quante vi piace.
Messer Ricciardo, udendo queste parole, sosteneva dolore incomportabile, e disse, poi che lei tacer vide:
- Deh, anima mia dolce, che parole son quelle che tu dì ? Or non hai tu riguardo all'onore de'parenti tuoi e al tuo? Vuo'tu innanzi star qui per bagascia di costui e in peccato mortale, che a Pisa mia moglie? Costui, quando tu gli sarai rincresciuta, con gran vitupero di te medesima ti caccerà via; io t'avrò sempre cara, e sempre, ancora che io non volessi, sarai donna della casa mia. Dei tu per questo appetito disordinato e disonesto lasciar l'onor tuo e me, che t'amo più che la vita mia? Deh, speranza mia cara, non dir più così , voglitene venir con meco; io da quinci innanzi, poscia che io conosco il tuo disidero, mi sforzerò; e però, ben mio dolce, muta consiglio e vientene meco, ché mai ben non sentii poscia che tu tolta mi fosti.
A cui la donna rispose:
- Del mio onore non intendo io che persona, ora che non si può, sia più di me tenera; fossonne stati i parenti miei quando mi diedero a voi! li quali se non furono allora del mio, io non intendo d'essere al presente del loro; e se io ora sto in peccato mortaio, io starò quando che sia in peccato pestello: non ne siate più tenero di me. E dicovi così , che qui mi pare esser moglie di Paganino, e a Pisa mi pareva esser vostra bagascia, pensando che per punti di luna e per isquadri di geometria si convenivano tra voi e me congiugnere i pianeti, dove qui Paganino tutta la notte mi tiene in braccio e strignemi e mordemi, e come egli mi conci Iddio ve 'l dica per me. Anche dite voi che vi sforzerete: e di che? di farla in tre pace, e rizzare a mazzata? Io so che voi siete divenuto un prò cavaliere poscia che io non vi vidi. Andate, e sforzatevi di vivere; ché mi pare anzi che no che voi ci stiate a pigione, sì tisicuzzo e tristanzuol mi parete. E ancor vi dico più , che quando costui mi lascerà (ché non mi pare a ciò disposto, dove io voglia stare), io non intendo per ciò di mai tornare a voi, di cui, tutto premendovi, non si farebbe uno scodellin di salsa; per ciò che con mio grandissimo danno e interesse vi stetti una volta; per che in altra parte cercherei mia civanza. Di che da capo vi dico che qui non ha festa né vigilia; laonde io intendo di starmi; e per ciò, come più tosto potete, v'andate con Dio, se non che io griderò che voi mi vogliate sforzare.
Messer Ricciardo, veggendosi a mal partito e pure allora conoscendo la sua follia d'aver moglie giovane tolta essendo spossato, dolente e tristo s'uscì della camera e disse parole assai a Paganino, le quali non montarono un frullo. E ultimamente, senza alcuna cosa aver fatta, lasciata la donna, a Pisa si ritornò, e in tanta mattezza per dolor cadde che, andando per Pisa, a chiunque il salutava o d'alcuna cosa il domandava, niuna altra cosa rispondeva se non: – Il mal foro non vuol festa- ; e dopo non molto tempo si morì . Il che Paganin sentendo, e conoscendo l'amore che la donna gli portava, per sua legittima moglie la sposò, e senza mai guardar festa o vigilia o fare quaresima, quanto le gambe ne gli poteron portare, lavorarono e buon tempo si diedono. Per la qual cosa, donne mie care, mi pare che ser Bernabò disputando con Ambrogiuolo cavalcasse la capra in verso il chino.
Le pietre da Landolfo trovate – cominciò la Fiammetta, alla quale del novellar toccava – m'hanno alla memoria tornata una novella non guari meno di pericoli in sé contenente che la narrata dalla Lauretta, ma in tanto differente da essa, in quanto quegli forse in più anni e questi nello spazio d'una sola notte addivennero, come udirete.
Fu, secondo che io già intesi, in Perugia un giovane il cui nome era Andreuccio di Pietro, cozzone di cavalli; il quale, avendo inteso che a Napoli era buon mercato di cavalli, messisi in borsa cinquecento fiorin d'oro, non essendo mai più fuori di casa stato, con altri mercatanti là se n'andò: dove giunto una domenica sera in sul vespro , dall'oste suo informato la seguente mattina fu in sul Mercato , e molti ne vide e assai ne gli piacquero e di più e più mercato tenne , né di niuno potendosi accordare , per mostrare che per comperar fosse, sì come rozzo e poco cauto più volte in presenza di chi andava e di chi veniva trasse fuori questa sua borsa de'fiorini che aveva.
E in questi trattati stando, avendo esso la sua borsa mostrata, avvenne che una giovane ciciliana bellissima, ma disposta per piccol pregio a compiacere a qualunque uomo, senza vederla egli, passò appresso di lui e la sua borsa vide e subito seco disse: – Chi starebbe meglio di me se quegli denari fosser miei?- e passò oltre.
Era con questa giovane una vecchia similmente ciciliana, la quale, come vide Andreuccio, lasciata oltre la giovane andare, affettuosamente corse a abbracciarlo: il che la giovane veggendo, senza dire alcuna cosa, da una delle parti la cominciò a attendere. Andreuccio, alla vecchia rivoltosi e conosciutala, le fece gran festa, e promettendogli essa di venire a lui all'albergo, senza quivi tenere troppo lungo sermone, si partì : e Andreuccio si tornò a mercatare ma niente comperò la mattina.
La giovane, che prima la borsa d'Andreuccio e poi la contezza della sua vecchia con lui aveva veduta, per tentare se modo alcuno trovar potesse a dovere aver quelli denari, o tutti o parte, cautamente incominciò a domandare chi colui fosse o donde e che quivi facesse e come il conoscesse. La quale ogni cosa così particularmente de'fatti d'Andreuccio le disse come avrebbe per poco detto egli stesso, sì come colei che lungamente in Cicilia col padre di lui e poi a Perugia dimorata era, e similmente le contò dove tornasse e perché venuto fosse.
La giovane, pienamente informata e del parentado di lui e de'nomi, al suo appetito fornire con una sottil malizia, sopra questo fondò la sua intenzione, e a casa tornatasi, mise la vecchia in faccenda per tutto il giorno acciò che a Andreuccio non potesse tornare; e presa una sua fanticella, la quale essa assai bene a così fatti servigi aveva ammaestrata, in sul vespro la mandò all'albergo dove Andreuccio tornava. La qual, quivi venuta, per ventura lui medesimo e solo trovò in su la porta e di lui stesso il domandò. Alla quale dicendole egli che era desso, essa, tiratolo da parte, disse:
- Messere, una gentil donna di questa terra, quando vi piacesse, vi parleria volentieri- .
Il quale ve vedendola, tutto postosi mente e parendogli essere un bel fante della persona, s'avvisò questa donna dover di lui essere innamorata, quasi altro bel giovane che egli non si trovasse allora in Napoli, e prestamente rispose che era apparecchiato e domandolla dove e quando questa donna parlargli volesse. A cui la fanticella rispose:
- Messere, quando di venir vi piaccia, ella v'attende in casa sua- .
Andreuccio presto, senza alcuna cosa dir nell'albergo, disse:
- Or via mettiti avanti, io ti verrò appresso- .
Laonde la fanticella a casa di costei il condusse, la quale dimorava in una contrada chiamata Malpertugio, la quale quanto sia onesta contrada il nome medesimo il dimostra. Ma esso, niente di ciò sappiendo né suspicando, credendosi in uno onestissimo luogo andare e a una cara donna, liberamente, andata la fanticella avanti, se n'entrò nella sua casa; e salendo su per le scale, avendo la fanticella già sua donna chiamata e detto – Ecco Andreuccio- , la vide in capo della scala farsi a aspettarlo.
Ella era ancora assai giovane, di persona grande e con bellissimo viso, vestita e ornata assai orrevolemente; alla quale come Andreuccio fu presso, essa incontrogli da tre gradi discese con le braccia aperte, e avvinghiatogli il collo alquanto stette senza alcuna cosa dire, quasi da soperchia tenerezza impedita; poi lagrimando gli basciò la fronte e con voce alquanto rotta disse:
- O Andreuccio mio, tu sii il ben venuto!-
Esso, maravigliandosi di così tenere carezze, tutto stupefatto rispose:
- Madonna, voi siate la ben trovata!-
Ella appresso, per la man presolo, suso nella sua sala il menò e di quella, senza alcuna cosa parlare, con lui nella sua camera se n'entrò, la quale di rose, di fiori d'aranci e d'altri odori tutta oliva , là dove egli un bellissimo letto incortinato e molte robe su per le stanghe, secondo il costume di là , e altri assai belli e ricchi arnesi vide; per le quali cose, sì come nuovo, fermamente credette lei dovesse essere non men che gran donna. E postisi a sedere insieme sopra una cassa che appiè del suo letto era, così gli cominciò a parlare:
- Andreuccio, io sono molto certa che tu ti maravigli e delle carezze le quali io ti fo e delle mie lagrime, sì come colui che non mi conosci e per avventura mai ricordar non m'udisti. Ma tu udirai tosto cosa la quale più ti farà forse maravigliare, sì come è che io sia tua sorella; e dicoti che, poi che Idio m'ha fatta tanta grazia che io anzi la mia morte ho veduto alcuno de'miei fratelli, come che io disideri di vedervi tutti, io non morrò a quella ora che io consolata non muoia. E se tu forse questo mai più non udisti, io tel vo'dire. Pietro, mio padre e tuo, come io credo che tu abbi potuto sapere, dimorò lungamente in Palermo, e per la sua bontà e piacevolezza vi fu e è ancora da quegli che il conobbero amato assai. Ma tra gli altri che molto l'amarono, mia madre, che gentil donna fu e allora era vedova, fu quella che più l'amò, tanto che, posta giù la paura del padre e de'fratelli e il suo onore, in tal guisa con lui si dimestico', che io ne nacqui e sonne qual tu mi vedi.
Poi, sopravenuta cagione a Pietro di partirsi di Palermo e tornare in Perugia, me con la mia madre piccola fanciulla lasciò, né mai, per quello che io sentissi, più né di me né di lei si ricordò: di che io, se mio padre stato non fosse, forte il riprenderei avendo riguardo alla ingratitudine di lui verso mia madre mostrata (lasciamo stare allo amore che a me come a sua figliola non nata d'una fante né di vil femina dovea portare), la quale le sue cose e sé parimente, senza sapere altrimenti chi egli si fosse, da fedelissimo amor mossa rimise nelle sue mani.
Ma che è?. Le cose mal fatte e di gran tempo passate sono troppo più agevoli a riprendere che a emendare: la cosa andò pur così . Egli mi lasciò piccola fanciulla in Palermo, dove, cresciuta quasi come io mi sono, mia madre, che ricca donna era, mi diede per moglie a uno da Gergenti, gentile uomo e da bene, il quale per amor di mia madre e di me tornò a stare a Palermo; e quivi, come colui che è molto guelfo cominciò a avere alcuno trattato col nostro re Carlo. Il quale, sentito dal re Federigo prima che dare gli si potesse effetto, fu cagione di farci fuggire di Cicilia quando io aspettava essere la maggior cavalleressa che mai in quella isola fosse; donde, prese quelle poche cose che prender potemmo (poche dico per rispetto alle molte le quali avavamo), la sciate le terre e li palazzi, in questa terra ne rifuggimmo, dove il re Carlo verso di noi trovammo sì grato che, ristoratici in parte li danni li quali per lui ricevuti avavamo, e possessioni e case ci ha date, e dà continuamente al mio marito, e tuo cognato che è, buona provisione, sì come tu potrai ancor vedere. E in questa maniera son qui, dove io, la buona mercé di Dio e non tua , fratel mio dolce, ti veggio -.
E così detto, da capo il rabbracciò e ancora teneramente lagrimando gli basciò la fronte.
Andreuccio, udendo questa favola così ordinatamente, così compostamente detta da costei, alla quale in niuno atto moriva la parola tra'denti né balbettava la lingua, e ricordandosi esser vero che il padre era stato in Palermo e per se medesimo de'giovani conoscendo i costumi, che volentieri amano nella giovanezza, e veggendo le tenere lagrime, gli abbracciari e gli onesti basci, ebbe ciò che ella diceva più che per vero: e poscia che ella tacque, le rispose:
- Madonna, egli non vi dee parer gran cosa se io mi maraviglio: per ciò che nel vero, o che mio padre, per che che egli sel facesse, di vostra madre e di voi non ragionasse giammai, o che, se egli ne ragionò, a mia notizia venuto non sia, io per me niuna coscienza aveva di voi se non come se non foste; e emmi tanto più caro l'avervi qui mia sorella trovata, quanto io ci sono più solo e meno questo sperava. E nel vero io non conosco uomo di sì alto affare al quale voi non doveste esser cara, non che a me che un picciolo mercatante sono. Ma d'una cosa vi priego mi facciate chiaro: come sapeste voi che io qui fossi?"
Al quale ella rispose: – Questa mattina mel fè sapere una povera femina la qual molto meco si ritiene, per ciò che con nostro padre, per quello che ella mi dica, lungamente e in Palermo e in Perugia stette, e se non fosse che più onesta cosa mi parea che tu a me venissi in casa tua che io a te nell'altrui, egli ha gran pezza che io a te venuta sarei – .
Appresso queste parole ella cominciò distintamente a domandare di tutti i suoi parenti nominatamente, alla quale di tutti Andreuccio rispose, per questo ancora più credendo quello che meno di creder gli bisognava.
Essendo stati i ragionamenti lunghi e il caldo grande, ella fece venire greco e confetti e fè dar bere a Andreuccio; il quale dopo questo partir volendosi, per ciò che ora di cena era, in niuna guisa il sostenne, ma sembiante fatto di forte turbarsi abbracciandol disse:
- Ahi lassa me, ché assai chiaro conosco come io ti sia poco cara! Che è a pensare che tu sii con una tua sorella mai più da te non veduta, e in casa sua, dove, qui venendo, smontato esser dovresti, e vogli di quella uscire per andare a cenare all'albergo? Di vero tu cenerai con esso meco: e perché mio marito non ci sia, di che forte mi grava, io ti saprò bene secondo donna fare un poco d'onore – .
Alla quale Andreuccio, non sappiendo altro che rispondersi, disse:
- Io v'ho cara quanto sorella si dee avere, ma se io non ne vado, io sarò tutta sera aspettato a cena e farò villania.
Ed ella allora disse:
- Lodato sia Idio, se io non ho in casa per cui mandare a dire che tu non sii aspettato! benché tu faresti assai maggior cortesia, e tuo dovere, mandare a dire a'tuoi compagni che qui venissero a cenare, e poi, se pure andare te ne volessi, ve ne potresti tutti andar di brigata -.
Andreuccio rispose che de'suoi compagni non volea quella sera, ma, poi che pure a grado l'era, di lui facesse il piacer suo. Ella allora fè vista di mandare a dire all'albergo che egli non fosse atteso a cena; e poi, dopo molti altri ragionamenti, postisi a cena e splendidamente di più vivande serviti, astutamente quella menò per lunga infino alla notte obscura; ed essendo da tavola levati e Andreuccio partir volendosi, ella disse che ciò in niuna guisa sofferrebbe , per ciò che Napoli non era terra da andarvi per entro di notte, e massimamente un forestiere; e che come che egli a cena non fosse atteso aveva mandato a dire, così aveva dello albergo fatto il somigliante.
Egli, questo credendo e dilettandogli, da falsa credenza ingannato, d'esser con costei, stette. Furono adunque dopo cena i ragionamenti molti e lunghi non senza cagione tenuti; e essendo della notte una parte passata, ella, lasciato Andreuccio a dormire nella sua camera con un piccol fanciullo che gli mostrasse se egli volesse nulla, con le sue femine in un'altra camera se n'andò.
Era il caldo grande: per la qual cosa Andreuccio, veggendosi solo rimasto, subitamente si spogliò in farsetto e trassesi i panni di gamba e al capo del letto gli si pose; e richiedendo il naturale uso di dovere diporre il superfluo peso del ventre, dove ciò si facesse domandò quel fanciullo, il quale nell'uno de'canti della camera gli mostrò uno uscio e disse:
- Andate là entro – .
Andreuccio dentro sicuramente passato, gli venne per ventura posto il piè sopra una tavola, la quale dalla contraposta parte sconfitta dal travicello sopra il quale era ; per la qual cosa capolevando questa tavola con lui insieme se n'andò quindi giuso: e di tanto l'amò Idio, che niuno male si fece nella caduta, quantunque alquanto cadesse da alto, ma tutto della bruttura, della quale il luogo era pieno, s'imbrattò. Il quale luogo, acciò che meglio intendiate e quello che è detto e ciò che segue, come stesse vi mostrerò. Egli era in un chiassetto stretto, come spesso tra due case veggiamo: sopra due travicelli, tra l'una casa e l'altra posti, alcune tavole eran confitte e il luogo da seder posto, delle quali tavole quella che con lui cadde era l'una.
Ritrovandosi adunque là giù nel chiassetto Andreuccio, dolente del caso, cominciò a chiamare il fanciullo; ma il fanciullo, come sentito l'ebbe cadere, così corse a dirlo alla donna. La quale, corsa alla sua camera, prestamente cercò se i suoi panni v'erano; e trovati i panni e con essi i denari, li quali esso non fidandosi mattamente sempre portava addosso, avendo quello a che ella di Palermo, sirocchia d'un perugin faccendosi, aveva teso il lacciuolo, più di lui non curandosi prestamente andò a chiuder l'uscio del quale egli era uscito quando cadde.
Andreuccio, non rispondendogli il fanciullo, cominciò più forte a chiamare: ma ciò era niente. Per che egli, già sospettando e tardi dello inganno cominciandosi a accorgere salito sopra un muretto che quello chiassolino dalla strada chiudea e nella via disceso, all'uscio della casa, il quale egli molto ben riconobbe, se n'andò, e quivi invano lungamente chiamò e molto il dimenò e percosse . Di che egli piagnendo, come colui che chiara vedea la sua disavventura, cominciò a dire:
- Oimè lasso, in come piccol tempo ho io perduti cinquecento fiorini e una sorella!-
E dopo molte altre parole, da capo cominciò a battere l'uscio e a gridare; e tanto fece così che molti de'circunstanti vicini, desti, non potendo la noia sofferire, si levarono; e una delle servigiali della donna, in vista tutta sonnocchiosa, fattasi alla finestra proverbiosamente disse:
- Chi picchia là giù ?-
- Oh! – disse Andreuccio – o non mi conosci tu? Io sono Andreuccio, fratello di madama Fiordaliso- .
Al quale ella rispose: – Buono uomo, se tu hai troppo bevuto, va dormi e tornerai domattina; io non so che Andreuccio né che ciance son quelle che tu dì ; va in buona ora e lasciaci dormir, se ti piace- .
- Come- disse Andreuccio – non sai che io mi dico? Certo sì sai; ma se pur son così fatti i parentadi di Cicilia, che in sì piccol termine si dimentichino, rendimi almeno i panni miei li quali lasciati v'ho, e io m'andrò volentier con Dio- .
Al quale ella quasi ridendo disse:
- Buono uomo, e'mi par che tu sogni- , e il dir questo e il tornarsi dentro e chiuder la finestra fu una cosa. Di che Andreuccio, già certissimo de'suoi danni, quasi per doglia fu presso a convertire in rabbia la sua grande ira e per ingiuria propose di rivolere quello che per parole riaver non potea; per che da capo, presa una gran pietra, con troppi maggior colpi che prima fieramente cominiciò a percuotere la porta. La qual cosa molti de'vicini avanti destisi e levatisi, credendo lui essere alcuno spiacevole il quale queste parole fingesse per noiare quella buona femina, recatosi a noia il picchiare il quale egli faceva, fattisi alle finestre, non altramenti che a un can forestiere tutti quegli della contrada abbaiano adosso, cominciarono a dire:
- Questa è una gran villania a venire a questa ora a casa le buone femine e dire queste ciance; deh! va con Dio, buono uomo; lasciaci dormir, se ti piace; e se tu hai nulla a far con lei, tornerai domane, e non ci dar questa seccaggine stanotte-
Dalle quali parole forse assicurato uno che dentro dalla casa era, ruffiano della buona femina, il quale egli né veduto né sentito avea, si fece alle finestre e con una boce grossa, orribile e fiera disse:
- Chi è laggiù ?-
Andreuccio, a quella voce levata la testa, vide uno il quale, per quel poco che comprender potè, mostrava di dovere essere un gran bacalare, con una barba nera e folta al volto, e come se del letto o da alto sonno si levasse sbadigliava e stropicciavasi gli occhi: a cui egli, non senza paura, rispose:
- Io sono un fratello della donna di là entro- .
Ma colui non aspettò che Andreuccio finisse la risposta, anzi più rigido assai che prima disse:
- Io non so a che io mi tegno che io non vegno là giù , e deati tante bastonate quante io ti vegga muovere, asino fastidioso e ebriaco che tu dei essere, che questa notte non ci lascerai dormire persona- ; e tornatosi dentro serrò la finestra.
Alcuni de'vicini, che meglio conoscieno la condizion di colui, umilmente parlando a Andreuccio dissono:
- Per Dio, buono uomo, vatti con Dio, non volere stanotte essere ucciso costì : vattene per lo tuo migliore- .
Laonde Andreuccio, spaventato dalla voce di colui e dalla vista e sospinto da'conforti di coloro li quali gli pareva che da carità mossi parlassero, doloroso quanto mai alcuno altro e de'suoi denar disperato, verso quella parte onde il dì aveva la fanticella seguita, senza sa per dove s'andasse, prese la via per tornarsi all'albergo. E a se medesimo dispiacendo per lo puzzo che a lui di lui veniva, disideroso di volgersi al mare per lavarsi, si torse a man sinistra e su per una via chiamata la Ruga Catalana si mise. E verso l'alto della città andando, per ventura davanti si vide due che verso di lui con una lanterna in mano venieno li quali temendo non fosser della famiglia della corte o altri uomini a mal far disposti, per fuggirli, in un casolare, il qual si vide vicino, pianamente ricoverò. Ma costoro, quasi come a quello proprio luogo inviati andassero, in quel medesimo casolare se n'entrarono; e quivi l'un di loro, scaricati certi ferramenti che in collo avea, con l'altro insieme gl'incominciò a guardare, varie cose sopra quegli ragionando. E mentre parlavano, disse l'uno:
- Che vuol dir questo? Io sento il maggior puzzo che mai mi paresse sentire- ; e questo detto alzata alquanto la lanterna, ebbe veduto il cattivel d'Andreuccio, e stupefatti domandar: – Chi è là?-
Andreuccio taceva, ma essi avvicinatiglisi con lume il domandarono che quivi così brutto facesse: alli quali Andreuccio ciò che avvenuto gli era narrò interamente. Costoro, imaginando dove ciò gli potesse essere avvenuto, dissero fra sè: – Veramente in casa lo scarabone Buttafuoco fia stato questo- . E a lui rivolti, disse l'uno:
- Buono uomo, come che tu abbi perduti i tuoi denari, tu molto a lodare Idio che quel caso ti venne che tu cadesti né potesti poi in casa rientrare: per ciò che, se caduto non fossi, vivi sicuro che, come prima adormentato ti fossi, saresti stato amazzato e co'denari avresti la persona perduta. Ma che giova oggimai di piagnere? Tu ne potresti così riavere un denaio come avere delle stelle del cielo: ucciso ne potrai tu bene essere, se colui sente che tu mai ne facci parola- .
E detto questo, consigliatisi alquanto, gli dissero:
- Vedi, a noi è presa compassion di te: e per ciò, dove tu vogli con noi essere a fare alcuna cosa la quale a fare andiamo, egli ci pare esser molto certi che in parte ti toccherà il valere di troppo più che perduto non hai -
Andreuccio, sì come disperato, rispuose ch'era presto.
Era quel dì sepellito uno arcivescovo di Napoli, chiamato messer Filippo Minutolo, era stato sepellito con ricchissimi ornamenti e con uno rubino in dito il quale valeva oltre cinquecento fiorin d'oro, il quale costoro volevano andare a spogliare; e così a Andreuccio fecer veduto. Laonde Andreuccio, più cupido che consigliato, con loro si mise in via; e andando verso la chiesa maggiore, e Andreuccio putendo forte, disse l'uno:
- Non potremmo noi trovar modo che costui si lavasse un poco dove che sia, che egli non putisse così fieramente?-
Disse l'altro:
- Sì , noi siam qui presso a un pozzo al quale suole sempre esser la carrucola e un gran secchione; andianne là e laverenlo spacciatamente.
Giunti a questo pozzo trovarono che la fune v'era ma il secchione n'era stato levato: per che insieme diliberarono di legarlo alla fune e di collarlo nel pozzo, e egli là giù si lavasse e, come lavato fosse, crollasse la fune e essi il tirerebber suso; e così fecero.
Avvenne che, avendol costor nel pozzo collato, alcuni della famiglia della signoria, li quali e per lo caldo e perché corsi erano dietro a alcuno avendo sete, a quel pozzo venieno a bere: li quali come quegli due videro, incontanente cominciarono a fuggire, li famigliari che quivi venivano a bere non avendogli veduti.
Essendo già nel fondo del pozzo Andreuccio lavato, dimenò la fune. Costoro assetati, posti giù lor tavolacci e loro armi e lor gonnelle, cominciarono la fune a tirare credendo a quella il secchion pien d'acqua essere appicato.
Come Andreuccio si vide alla sponda del pozzo vicino così , lasciata la fune, con le mani si gittò sopra quella. La qual cosa costoro vedendo, da subita paura presi, senza altro dir lasciaron la fune e cominciarono quanto più poterono a fuggire: di che Andreuccio si maravigliò forte, e se egli non si fosse bene attenuto, egli sarebbe infin nel fondo caduto forse non senza suo gran danno o morte; ma pure uscitone e queste arme trovate, le quali egli sapeva che i suoi compagni non avean portate, ancora più s'incominciò a maravigliare. Ma dubitando e non sappiendo che, della sua fortuna dolendosi, senza alcuna cosa toccar quindi diliberò di partirsi: e andava senza saper dove.
Così andando si venne scontrato in que'due suoi compagni, li quali a trarlo del pozzo venivano; e come il videro, maravigliandosi forte, il domandarono chi del pozzo l'avesse tratto. Andreuccio rispose che non sapea, e loro ordinatamente disse come era avvenuto e quello che trovato aveva fuori del pozzo. Di che costoro, avvisatisi come stato era, ridendo gli contarono perché s'eran fuggiti e chi stati eran coloro che su l'avean tirato. E senza più parole fare, essendo già mezzanotte, n'andarono alla chiesa maggiore, e in quella assai leggiermente entrarono e furono all'arca, la quale era di marmo e molto grande; e con lor ferro il coperchio, ch'era gravissimo, sollevaron tanto quanto uno uomo vi potesse entrare, e puntellaronlo. E fatto questo, cominciò l'uno a dire:
- Chi entrerà dentro?-
A cui l'altro rispose:
- Non io- .
- Nè io- disse colui – ma entrivi Andreuccio-.
- Questo non farò io- disse Andreuccio. Verso il quale ammenduni costoro rivolti dissero:
- Come non v'enterrai? In fè di Dio, se tu non v'entri, noi ti darem tante d'uno di questi pali di ferro sopra la testa, che noi ti farem cader morto- .
Andreuccio temendo v'entrò, e entrandovi pensò seco: – Costoro mi ci fanno entrare per ingannarmi, per ciò che, come io avrò loro ogni cosa dato, mentre che io penerò a uscir dall'arca, essi se ne andranno pe'fatti loro e io rimarrò senza cosa alcuna- . E per ciò s'avisò di farsi innanzi tratto la parte sua; e ricordatosi del caro anello che aveva loro udito dire, come fu giù disceso così di dito il trasse all'arcivescovo e miselo a sè; e poi dato il pasturale e la mitra è guanti e spogliatolo infino alla camiscia, ogni cosa diè loro dicendo che più niente v'avea.
Costoro, affermando che esser vi doveva l'anello, gli dissero che cercasse per tutto: ma esso rispondendo che non trovava e sembiante facendo di cercarne, alquanto li tenne ad aspettare. Costoro che d'altra parte eran sì come lui maliziosi ,dicendo pur che ben cercasse preso tempo, tirarono via il puntello che il coperchio dell'arca sostenea, e fuggendosi lui dentro dall'arca lasciaron racchiuso.
La qual cosa sentendo Andreuccio, qual egli allor divenisse ciascun sel può pensare.
Egli tentò più volte e col capo e con le spalle se alzare potesse il coperchio, ma invano si faticava: per che da grave dolor vinto, venendo meno cadde sopra il morto corpo dell'arcivescovo; e chi allora veduti gli avesse malagevolmente avrebbe conosciuto chi più si fosse morto, o l'arcivescovo o egli. Ma poi che in sé fu ritornato, dirottissimamente cominciò a piagnere, veggendosi quivi senza dubbio all'un de'due fini dover pervenire: o in quella arca, non venendovi alcuni più a aprirla, di fame e di puzzo tra'vermini del morto corpo convenirlo morire, o vegnendovi alcuni e trovandovi lui dentro, sì come ladro dovere essere appiccato.
E in così fatti pensieri e doloroso molto stando, sentì per la chiesa andar genti e parlar molte persone, le quali sì come gli avvisava, quello andavano a fare che esso co'suoi compagni avean già fatto: di che la paura gli crebbe forte. Ma poi che costoro ebbero l'arca aperta e puntellata, in quistion caddero chi vi dovesse entrare, e niuno il voleva fare; pur dopo lunga tencione un prete disse:
- Che paura avete voi? credete voi che egli vi manuchi? Li morti non mangian uomini: io v'entrerò dentro io – .
E così detto, posto il petto sopra l'orlo dell'arca, volse il capo in fuori e dentro mandò le gambe per doversi giuso calare.
Andreuccio, questo vedendo, in piè levatosi prese il prete per l'una delle gambe e fè sembiante di volerlo giù tirare. La qual cosa sentendo il prete mise uno strido grandissimo e presto dell'arca si gittò fuori; della qual cosa tutti gli altri spaventati, lasciata l'arca aperta, non altramente a fuggir cominciarono che se da centomilia diavoli fosser perseguitati.
La qual cosa veggendo Andreuccio, lieto oltre a quello che sperava, subito si gittò fuori e per quella via onde era venuto se ne uscì dalla chiesa; e già avvicinandosi al giorno, con quello anello in dito andando all'avventura, pervenne alla marina e quindi al suo albergo si abbattè ; dove li suoi compagni e l'albergatore trovò tutta la notte stati in sollecitudine de'fatti suoi. A'quali ciò che avvenuto gli era raccontato, parve per lo consiglio dell'oste loro che costui incontanente si dovesse di Napoli partire; la qual cosa egli fece prestamente e a Perugia tornossi, avendo il suo investito in uno anello, dove per comperare cavalli era andato.
Spesse volte, carissime donne, avvenne che chi altrui s'è di beffare ingegnato, e massimamente quelle cose che sono da reverire, s'è colle beffe e talvolta col danno di sé solo ritrovato. Il che, acciò che io al comandamento della reina ubbidisca e principio dea con una mia novella alla proposta, intendo di raccontarvi quello che prima sventuratamente, e poi fuori di tutto il suo pensiero assai felicemente, ad un nostro cittadino avvenisse.
Era, non è ancora lungo tempo passato, un tedesco a Trivigi, chiamato Arrigo, il quale, povero uomo essendo, di portar pesi a prezzo serviva chi il richiedeva; e, con questo, uomo di santissima vita e di buona era tenuto da tutti. Per la qual cosa, o vero o non vero che si fosse, morendo egli, adivenne, secondo che i trivigiani affermano, che nell'ora della sua morte le campane della maggior chiesa di Trivigi tutte, senza essere da alcuno tirate, cominciarono a sonare. Il che in luogo di miracolo avendo, questo Arrigo esser santo dicevano tutti; e concorso tutto il popolo della città alla casa nella quale il suo corpo giaceva, quello a guisa d'un corpo santo nella chiesa maggiore ne portarono, menando quivi zoppi attratti e ciechi e altri di qualunque infermità o difetto impediti, quasi tutti dovessero dal toccamento di questo corpo divenir sani.
In tanto tumulto e discorrimento di popolo, avvenne che in Trivigi giunsero tre nostri cittadini, de'quali l'uno era chiamato Stecchi, l'altro Martellino e il terzo Marchese, uomini li quali, le corti de'signori visitando, di contraffarsi e con nuovi atti contraffacendo qualunque altro uomo li veditori sollazzavano. Li quali quivi non essendo stati giammai, veggendo correre ogni uomo, si maravigliarono, e udita la cagione per che ciò era, disiderosi divennero d'andare a vedere. E poste le lor cose ad uno albergo, disse Marchese:
- Noi vogliamo andare a veder questo santo; ma io per me non veggio come noi vi ci possiam pervenire, per ciò che io ho inteso che la piazza è piena di tedeschi e d'altra gente armata, la quale il signor di questa terra, acciò che romor non si faccia, vi fa stare; e oltre a questo la chiesa, per quello che si dica, è sì piena di gente che quasi niuna persona più vi può entrare.
Martellino allora, che di veder questa cosa disiderava, disse:
- Per questo non rimanga; ché di pervenire infino al corpo santo troverrò io ben modo.
Disse Marchese:
- Come?
Rispose Martellino:
- Dicolti. Io mi contraffarò a guisa d'uno attratto, e tu dall'un lato e Stecchi dall'altro, come se io per me andar non potessi, mi verrete sostenendo, faccendo sembianti di volermi là menare acciò che questo santo mi guarisca; egli non sarà alcuno che veggendoci non ci faccia luogo, e lascici andare. A Marchese e a Stecchi piacque il modo; e, senza alcuno indugio usciti fuori dello albergo, tutti e tre in un solitario luogo venuti, Martellino si storse in guisa le mani, le dita e le braccia e le gambe, e oltre a questo la bocca e gli occhi e tutto il viso, che fiera cosa pareva a vedere; né sarebbe stato alcuno che veduto l'avesse, che non avesse detto lui veramente esser tutto della persona perduto rattratto. E preso così fatto da Marchese e da Stecchi, verso la chiesa si dirizzarono, in vista tutti pieni di pietà, umilemente e per lo amor di Dio domandando a ciascuno che dinanzi lor si parava, che loro luogo facesse; il che agevolmente impetravano; e in brieve, riguardati da tutti, e quasi per tutto gridandosi -fa luogo, fa luogo-, là pervennero ove il corpo di santo Arrigo era posto; e da certi gentili uomini, che v'erano dattorno, fu Martellino prestamente preso e sopra il corpo posto, acciò che per quello il beneficio della sanità acquistasse.
Martellino, essendo tutta la gente attenta a vedere che di lui avvenisse, stato alquanto, cominciò, come colui che ottimamente far lo sapeva, a far sembiante di distendere l'uno dediti, e appresso la mano, e poi il braccio, e così tutto a venirsi distendendo. Il che veggendo la gente, sì gran romore in lode di santo Arrigo facevano che i tuoni non si sarieno potuti udire.
Era per avventura un fiorentino vicino a questo luogo, il quale molto bene conoscea Martellino, ma per l'essere così travolto quando vi fu menato non lo avea conosciuto; il quale, veggendolo ridirizzato e riconosciutolo, subitamente cominciò a ridere e a dire:
- Domine, fallo tristo! chi non avrebbe creduto, veggendol venire, che egli fosse stato attratto da dovero?
Queste parole udirono alcuni trivigiani, li quali incontanente il domandarono:
- Come! Non era costui attratto?
A'quali il fiorentino rispose:
- Non piaccia a Dio! egli è sempre stato diritto come è qualunque di noi, ma sa meglio che altro uomo, come voi avete potuto vedere, far queste ciance di contraffarsi in qualunque forma vuole.
Come costoro ebbero udito questo, non bisognò più avanti; essi si fecero per forza innanzi e cominciarono a gridare:
- Sia preso questo traditore e beffatore di Dio e de'santi, il quale, non essendo attratto, per ischernire il nostro santo e noi, qui a guisa d'attratto è venuto.
E così dicendo il pigliarono, e giù del luogo dove era il tirarono, e presolo per li capelli e stracciatigli tutti i panni in dosso, gli cominciarono a dare delle pugna e de'calci; né parea a colui esser uomo, che a questo far non correa. Martellino gridava mercé per Dio e quanto poteva s'aiutava; ma ciò era niente: la calca gli multiplicava ogni ora addosso maggiore.
La qual cosa veggendo Stecchi e Marchese, cominciarono fra sé a dire che la cosa stava male, e di sé medesimi dubitando, non ardivano ad aiutarlo; anzi con gli altri insieme gridavano ch'el fosse morto, avendo nondimeno pensiero tuttavia come trarre il potessero delle mani del popolo. Il quale fermamente l'avrebbe ucciso, se uno argomento non fosse stato, il qual Marchese subitamente prese; che, essendo ivi di fuori la famiglia tutta della signoria, Marchese, come più tosto potè, n'andò a colui che in luogo del podestà v'era, e disse:
- Mercé per Dio! egli è qua un malvagio uomo che m'ha tagliata la borsa con ben cento fiorini d'oro; io vi priego che voi il pigliate, sì che io riabbia il mio.
Subitamente, udito questo, ben dodici de'sergenti corsero là dove il misero Martellino era senza pettine carminato, e alle maggior fatiche del mondo rotta la calca, loro tutto pesto e tutto rotto il trassero delle mani e menaronnelo a palagio; dove molti seguitolo che da lui si tenevano scherniti, avendo udito che per tagliaborse era stato preso, non parendo loro avere alcuno altro più giusto titolo a fargli dar la mala ventura, similemente cominciarono a dire , ciascuno da lui essergli stata tagliata la borsa.
Le quali cose udendo il giudice del podestà, il quale era un ruvido uomo, prestamente da parte menatolo, sopra ciò 'ncominciò ad esaminare. Ma Martellino rispondea motteggiando, quasi per niente avesse quella presura; di che il giudice turbato, fattolo legare alla colla, parecchie tratte delle buone gli fece dare con animo di fargli confessare ciò che coloro dicevano, per farlo poi appiccare per la gola. Ma poi che egli fu in terra posto, domandandolo il giudice se ciò fosse vero che coloro incontro a lui dicevano, non valendogli il dire di no, disse:
- Signor mio, io son presto a confessarvi il vero, ma fatevi a ciascun che mi accusa dire quando e dove io gli tagliai la borsa, e io vi dirò quello che io avrò fatto, e quel che no.
Disse il giudice:
- Questo mi piace-; e fattine alquanti chiamare, l'uno diceva che gliele avea tagliata otto dì eran passati, l'altro sei, l'altro quattro, e alcuni dicevano quel dì stesso.
Il che udendo Martellino, disse:
- Signor mio, essi mentono tutti per la gola; e che io dica il vero, questa pruova ve ne posso fare, che così non fossi io mai in questa terra entrato, come io mal non ci fui, se non da poco fa in qua; e come io giunsi, per mia disavventura andai a vedere questo corpo santo, dove io sono stato pettinato come voi potete vedere; e che questo che io dico sia vero, ve ne può far chiaro l'uficiale del signore il quale sta alle presentagioni, e il suo libro, e ancora l'oste mio. Per che, se così trovate come io vi dico, non mi vogliate ad instanzia di questi malvagi uomini straziare e uccidere.
Mentre le cose erano in questi termini, Marchese e Stecchi, li quali avevan sentito che il giudice del podestà fieramente contro a lui procedeva, e già l'aveva collato, temetter forte, seco dicendo: "Male abbiam procacciato; noi abbiamo costui tratto della padella, e gittatolo nel fuoco". Per che, con ogni sollecitudine dandosi attorno, e l'oste loro ritrovato, come il fatto era gli raccontarono. Di che esso ridendo, gli menò ad un Sandro Agolanti, il quale in Trivigi abitava e appresso al signore avea grande stato, e ogni cosa per ordine dettagli, con loro insieme il pregò che de'fatti di Martellino gli tenesse.
Sandro, dopo molte risa, andatosene al signore, impetrò che per Martellino fosse mandato, e così fu. Il quale coloro che per lui andarono trovarono ancora in camicia dinanzi al giudice, e tutto smarrito e pauroso forte, perciò che il giudice niuna cosa in sua scusa voleva udire; anzi, per avventura avendo alcuno odio né fiorentini, del tutto era disposto a volerlo fare impiccar per la gola, e in niuna guisa rendere il voleva al signore, infino a tanto che costretto non fu di renderlo a suo dispetto. Al quale poiché egli fu davanti, e ogni cosa per ordine dettagli, porse prieghi che in luogo di somma grazia via il lasciasse andare; per ciò che, infino che in Firenze non fosse, sempre gli parrebbe il capestro aver nella gola. Il signore fece grandissime risa di così fatto accidente; e fatta donare una roba per uomo, oltre alla speranza di tutti e tre di così gran pericolo usciti, sani e salvi se ne tornarono a casa loro.
Un tripudio di calze di tutti i generi e per tutti i gusti: un capo di abbigliamento indispensabile, ma versatile, divertente, malizioso, colorato e, cosa che non guasta, economico e quindi alla portata di tutti.
Con pochi euro per un paio di calze particolari si può cambiare il proprio look, rinnovare una gonna un po' datata, vivacizzare un abito eccessivamente serioso, dare un po' di brio al proprio aspetto spezzando il solito total-black.
Collant, autoreggenti e per chi lo desidera anche reggicalze, guepierre e calze si possono acquistare on-line a prezzi altamente competitivi sul sito di e-commerce giochidamore.com, complice un'offerta promozionale che interessa tutta la sua vetrina di calze e collant, in offerta con uno sconto del 10% fino al 30 giugno 2011.
Per l'occasione sono stati selezionati per la gentile clientela dei “kit” a tema per facilitare la scelta: “Calze a rete” (collant, autoreggenti e calze tutte rigorosamente a rete, con cucitura o senza, a maglie strette, larghe o larghissime), “Calze con la riga” (autoreggenti, collant velati, calze da indossare con reggicalze), “Calze rosse” (assortimento di capi rossi presenti nel nostro catalogo! Bellissimi non solo a Capodanno), “Calze per la sposa” (dove il bianco e l'avorio sono protagonisti in collant, autoreggenti con pizzo e calze velate e con romantici motivi floreali), “Kit reggicalze e calze” (suggerimenti per acquistare con facilità completi reggicalze e calze dove predominano il nero ed il rosso).
Un'occasione dedicata a tutte le donne che amano curare il proprio abbigliamento nel dettaglio, senza mai rinunciare al particolare tocco di femminilità ottenuto vestendo con cura le proprie gambe.
Sul sito inoltre una vasta scelta di lingerie femminile di alta qualità per ogni occasione, dal giorno delle nozze al dopocena romantico.
Miri ciascun di voi, ch'amando suole
esser turbato da sì dolce impresa,
costui ch'a simil termine non cesa
portarla via, fottendo ovunque vuole.
E sanza andar cercando per le scuole
di chiavar, verbi gratia, alla distesa,
far ben quel fatto impari alla sua spesa
qui, che fotter potrà senza parole.
Vedi com'ei l'ha sopra delle braccia
sospesa con le gambe alte a suoi fianchi,
e par che per dolcezza si disfaccia.
Né già si turban perché siamo stanchi,
anzi par che tal gioco ad ambo piaccia,
sì che bramin fottendo venir manchi.
E per diritti e franchi
anzano stretti, a tal piacer intenti,
e fin che durerà staran contenti.
Non tirar, fottutello di Cupido,
la cariola; fermati bismulo;
ch'io vo' fotter in potta e non in culo
costei, che mi togl'il cazzo e me ne rido.
E nelle braccia le gambe mi fido,
e si disconcio sto (e non t'adulo)
che si morrebbe a starci un'ora un mulo
che fottendo a disaggio, mi disfaccio.
E se voi, Beatrice, stentar faccio,
perdonar mi dovete, perch'io mostro
che fottendo a disaggio, mi disfaccio.
E se non ch'io mi specchio nel cul vostro,
stando sospeso l'uno e l'altro braccio,
mai non si finirebbe il fatto nostro.
O cul di latte e d'ostro!
Se non ch'io son per mirarti di vena,
non mi starebbe il cazzo ritto appena.