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	<description>Racconti e diari erotici</description>
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		<title>Giornata terza &#8211; Novella terza</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 18:57:42 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Il decamerone]]></category>
		<category><![CDATA[piedi]]></category>

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		<description><![CDATA[Sotto spezie di confessione e di purissima conscienza una donna innamorata d'un giovane induce un solenne frate, senza avvedersene egli, a dar modo che 'l piacer di lei avesse intero effetto.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Taceva gi&agrave; Pampinea, e l&#39;ardire e la cautela del pallafreniere era d&agrave; pi&ugrave; di loro stata lodata, e similmente il senno del re, quando la reina, a Filomena voltatasi, le &#39;mpose il seguitare; per la qual cosa Filomena vezzosamente cos&igrave; incominci&ograve; a parlare.<br />
	Io intendo di raccontarvi una beffe che fu da dovero fatta da una bella donna ad uno solenne religioso, tanto pi&ugrave; ad ogni secolar da piacere, quanto essi, il pi&ugrave; stoltissimi e uomini di nuove maniere e costumi, si credono pi&ugrave; che gli altri in ogni cosa valere e sapere, dove essi di gran lunga sono da molto meno, s&igrave; come quegli che per vilt&agrave; d&#39;animo non avendo argomento, come gli altri uomini, di civanzarsi, si rifuggono dove aver possano da mangiar come il porco. La quale, o piacevoli donne, io racconter&ograve; non solamente per seguire l&#39;ordine imposto, ma ancora per farvi accorte che eziandio i religiosi, &agrave; quali noi, oltre modo credule, troppa fede prestiamo, possono essere e sono alcuna volta, non che dagli uomini, ma da alcuna di noi cautamente beffati.<br />
	Nella nostra citt&agrave; , pi&ugrave; d&#39;inganni piena che d&#39;amore o di fede, non sono ancora molti anni passati, fu una gentil donna di bellezze ornata e di costumi, d&#39;altezza d&#39;animo e di sottili avvedimenti quanto alcun&#39;altra dalla natura dotata, il cui nome, n&eacute; ancora alcuno altro che alla presente novella appartenga, come che io gli sappia, non intendo di palesare, per ci&ograve; che ancora vivono di quegli che per questo si caricherebber di sdegno, dove di ci&ograve; sarebbe con risa da trapassare.<br />
	Costei adunque, d&#39;alto legnaggio veggendosi nata e maritata ad uno artefice lanaiuolo, per ci&ograve; che ricchissimo era, non potendo lo sdegno dell&#39;animo porre in terra, per lo quale estimava niuno uomo di bassa condizione, quantunque ricchissimo fosse, esser di gentil donna degno; e veggendo lui ancora con tutte le sue ricchezze da niuna altra cosa essere pi&ugrave; avanti che da saper divisare un mescolato o fare ordire una tela o con una filatrice disputare del filato, propose di non volere de&#39;suoi abbracciamenti in alcuna maniera se non in quanto negare non gli potesse; ma di volere a soddisfazione di s&eacute; medesima trovare alcuno, il quale pi&ugrave; di ci&ograve; che il lanaiuolo le paresse che fosse degno, e innamorossi d&#39;uno assai valoroso uomo e di mezza et&agrave; , tanto che qual d&igrave; nol vedeva, non poteva la seguente notte senza noia passare.<br />
	Ma il valente uomo, di ci&ograve; non accorgendosi, niente ne curava; ed ella, che molto cauta era, n&eacute; per ambasciata di femina n&eacute; per lettera ardiva di fargliele sentire, temendo de&#39;pericoli possibili ad avvenire. Ed essendosi accorta che costui usava molto con un religioso, il quale, quantunque fosse tondo e grosso uomo, nondimeno, per ci&ograve; che di santissima vita era, quasi da tutti avea di valentissimo frate fama, estim&ograve; costui dovere essere ottimo mezzano tra lei e il suo amante; e avendo seco pensato che modo tener dovesse, se n&#39;and&ograve; a convenevole ora alla chiesa dove egli dimorava, e fattosel chiamare, disse, quando gli piacesse, da lui si volea confessare.<br />
	Il frate, vedendola, ed estimandola gentil donna, l&#39;ascolt&ograve; volentieri; ed essa dopo la confessione disse:<br />
	- Padre mio, a me convien ricorrere a voi per aiuto e per consiglio di ci&ograve; che voi udirete. Io so, come colei che detto ve l&#39;ho, che voi conoscete i miei parenti e &#39;1 mio marito, dal quale io sono pi&ugrave; che la vita sua amata, n&eacute; alcuna cosa disidero che da lui, s&igrave; come da ricchissimo uomo e che &#39;l pu&ograve; ben fare, io non l&#39;abbia incontanente, per le quali cose io pi&ugrave; che me stessa l&#39;amo; e, lasciamo stare che io facessi, ma se io pur pensassi cosa niuna che contro al suo onore e piacer fosse, niuna rea femina fu mai del fuoco degna come sarei io.<br />
	Ora uno, del quale nel vero io non so il nome, ma per sona dabbene mi pare, e, se io non ne sono ingannata, usa molto con voi, bello e grande della persona, vestito di panni bruni assai onesti, forse non avvisandosi che io cos&igrave; fatta intenzione abbia come io ho, pare che m&#39;abbia posto l&#39;assedio, n&eacute; posso farmi n&eacute; ad uscio n&eacute; a finestra, n&eacute; uscir di casa, che egli incontanente non mi si pari innanzi; e maravigliom&#39;io come egli non &egrave; ora qui; di che io mi dolgo forte, per ci&ograve; che questi cos&igrave; fatti modi fanno sovente senza colpa alle oneste donne acquistar biasimo.<br />
	Hommi posto in cuore di fargliele alcuna volta dire &agrave; miei fratelli; ma poscia m&#39;ho pensato che gli uomini fanno alcuna volta l&#39;ambasciate per modo che le risposte seguitan cattive, di che nascon parole e dalle parole si perviene &agrave; fatti; per che, acci&ograve; che male e scandalo non ne nascesse, me ne son taciuta, e diliberami di dirlo pi&ugrave; tosto a voi che ad altrui, s&igrave; perch&eacute; pare che suo amico siate, s&igrave; ancora perch&eacute; a voi sta bene di cos&igrave; fatte cose, non che gli amici, ma gli strani ripigliare. Per che io vi priego per solo Iddio che voi di ci&ograve; il dobbiate riprendere e pregare che pi&ugrave; questi modi non tenga. Egli ci sono dell&#39;altre donne assai le quali per avventura son disposte a queste cose, e piacer&agrave; loro d&#39;esser guatate e vagheggiate da lui, l&agrave; dove a me &egrave; gravissima noia, s&igrave; come a colei che in niuno atto ho l&#39;animo disposto a tal materia.<br />
	E detto questo, quasi lagrimar volesse, bass&ograve; la testa.<br />
	Il santo frate comprese incontanente che di colui dicesse di cui veramente diceva, e commendata molto la donna di questa sua disposizion buona, fermamente credendo quello esser vero che ella diceva, le promise d&#39;operar s&igrave; e per tal modo che pi&ugrave; da quel cotale non le sarebbe dato noia; e conoscendola ricca molto, le lod&ograve; l&#39;opera della carit&agrave; e della limosina, il suo bisogno raccontandole.<br />
	A cui la donna disse:<br />
	- Io ve ne priego per Dio; e s&#39;egli questo negasse, sicuramente gli dite che io sia stata quella che questo v&#39;abbia detto e siamevene doluta.<br />
	E quinci, fatta la confessione e presa la penitenza, ricordandosi de&#39;conforti datile dal frate dell&#39;opera della limosina, empiutagli nascosamente la man di denari, il preg&ograve; che messe dicesse per l&#39;anima dei morti suoi; e dai pi&egrave; di lui levatasi, a casa se ne torn&ograve;.<br />
	Al santo frate non dopo molto, s&igrave; come usato era, venne il valente uomo, col quale poi che d&#39;una cosa e d&#39;altra ebbero insieme alquanto ragionato, tiratol da parte, per assai cortese modo il riprese dello intendere e del guardare che egli credeva che esso facesse a quella donna, s&igrave; come ella gli aveva dato ad intendere.<br />
	Il valente uomo si maravigli&ograve;, s&igrave; come colui che mai guatata non l&#39;avea e radissime volte era usato di passare davanti a casa sua, e cominci&ograve; a volersi scusare; ma il frate non lo lasci&ograve; dire, ma disse egli:<br />
	- Or non far vista di maravigliarti, n&eacute; perder parole in negarlo, per ci&ograve; che tu non puoi; io non ho queste cose sapute d&agrave; vicini; ella medesima, forte di te dolendosi, me l&#39;ha dette. E quantunque a te queste ciance omai non ti stean bene, ti dico io di lei cotanto, che, se mai io ne trovai alcuna di queste sciocchezze schifa, ella &egrave; dessa; e per ci&ograve; , per onor di te e per consolazione di lei, ti priego te ne rimanghi e lascila stare in pace.<br />
	Il valente uomo, pi&ugrave; accorto che &#39;1 santo frate, senza troppo indugio la sagacit&agrave; della donna comprese, e mostrando alquanto di vergognarsi, disse di pi&ugrave; non intramettersene per innanzi; e dal frate partitosi, dalla casa n&#39;and&ograve; della donna, la quale sempre attenta stava ad una picciola finestretta per doverlo vedere, se vi passasse. E vedendol venire, tanto lieta e tanto graziosa gli si mostr&ograve; , che egli assai bene pot&egrave; comprendere s&eacute; avere il vero compreso dalle parole del frate; e da quel d&igrave; innanzi assai cautamente, con suo piacere e con grandissimo diletto e consolazion della donna, faccendo sembianti che altra faccenda ne fosse cagione, continu&ograve; di passar per quella contrada. Ma la donna, dopo alquanto gi&agrave; accortasi che ella a costui cos&igrave; piacea come egli a lei, disiderosa di volerlo pi&ugrave; accendere e certificare dello amore che ella gli portava, preso luogo e tempo, al santo frate se ne torn&ograve; , e postaglisi nella chiesa a sedere &agrave; piedi, a piagnere incominci&ograve; .<br />
	Il frate, questo vedendo, la domand&ograve; pietosamente che novella ella avesse.<br />
	La donna rispose:<br />
	- Padre mio, le novelle che io ho non sono altre che di quel maledetto da Dio vostro amico, di cui io mi vi ramaricai l&#39;altr&#39;ieri, per ci&ograve; che io credo che egli sia nato per mio grandissimo stimolo e per farmi far cosa, che io non sar&ograve; mai lieta n&eacute; mai ardir&ograve; poi di pi&ugrave; pormivi a&#39;piedi.<br />
	- Come! &#8211; disse il frate &#8211; non s&#39;&egrave; egli rimaso di darti pi&ugrave; noia?<br />
	- Certo no, &#8211; disse la donna &#8211; anzi, poi che io mi vene dolfi, quasi come per un dispetto, avendo forse avuto per male che io mi ve ne sia doluta, per ogni volta che passar vi solea, credo che poscia vi sia passato sette. E or volesse Iddio che il passarvi e il guatarmi gli fosse bastato, ma egli &egrave; stato s&igrave; ardito e s&igrave; sfacciato, che pure ieri mi mand&ograve; una femina in casa con sue novelle e con sue frasche, e quasi come se io non avessi delle borse e delle cintole, mi mand&ograve; una borsa e una cintola; il che io ho avuto e ho s&igrave; forte per male, che io credo, se io non avessi guardato al peccato, e poscia per vostro amore, io avrei fatto il diavolo, ma pure mi son rattemperata, n&eacute; ho voluto fare n&eacute; dire cosa alcuna che io non vel faccia prima assapere.<br />
	E oltre a questo, avendo io gi&agrave; renduta indietro la borsa e la cintola alla feminetta che recata l&#39;avea, che gliele riportasse, e brutto commiato datole, temendo che ella per s&eacute; non la tenesse e a lui; dicesse che io l&#39;avessi ricevuta, s&igrave; com&#39;io intendo che elle fanno alcuna volta, la richiamai indietro e piena di stizza gliele tolsi di mano e holla recata a voi, acci&ograve; che voi gliele rendiate e gli diciate che io non ho bisogno di sue cose per ci&ograve; che, la merc&eacute; di Dio e del marito mio io ho tante borse e tante cintole che io ve l&#39;affogherei entro. E appresso questo, s&igrave; come a padre mi vi scuso che, se egli di questo non si rimane, io il dir&ograve; al marito mio e a&#39;fratei miei, e avvegnane che pu&ograve;; ch&eacute; io ho molto pi&ugrave; caro che egli riceva villania, se ricevere ne la dee, che io abbia biasimo per lui: frate, bene sta.<br />
	E detto questo, tuttavia piagnendo forte, si trasse di sotto alla guarnacca una bellissima e ricca borsa con una leggiadra e cara cinturetta, e gittolle in grembo al frate; il quale, pienamente credendo ci&ograve; che la donna diceva, turbato oltre misura le prese, e disse:<br />
	- Figliuola, se tu di queste cose ti crucci, io non me ne maraviglio n&eacute; te ne so ripigliare; ma lodo molto che tu in questo seguiti il mio consiglio. Io il ripresi l&#39;altr&#39;ieri, ed egli m&#39;ha male attenuto quello che egli mi promise: per che, tra per quello e per questo che nuovamente fatto ha, io gli credo per s&igrave; fatta maniera riscaldare gli orecchi; che egli pi&ugrave; briga non ti dar&agrave;; e tu colla benedizion d&#39;Iddio non ti lasciassi vincer tanto all&#39;ira, che tu ad alcuno dei tuoi il dicessi, ch&eacute; gli ne potrebbe troppo di mal seguire. N&eacute; dubitar che mai di questo biasimo ti segua, ch&eacute; io sar&ograve; sempre e dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini fermissimo testimonio della tua onest&agrave;.<br />
	La donna fece sembiante di riconfortarsi alquanto, e lasciate queste parole, come colei che l&#39;avarizia sua e degli altri conoscea, disse:<br />
	- Messere, a queste notti mi sono appariti pi&ugrave; miei parenti, e parmi che egli sieno in grandissime pene, e non domandino altro che limosine, e spezialmente la mamma mia, la quale mi pare s&igrave; afflitta e cattivella, che &egrave; una piet&agrave; a vedere. Credo che ella porti grandissime pene di vedermi in questa tribulazione di questo nemico d&#39;Iddio, e per ci&ograve; vorrei che voi mi diceste per l&#39;anime loro le quaranta messe di san Grigorio e delle vostre orazioni, acci&ograve; che Iddio gli tragga di quel fuoco pennace -; e cos&igrave; detto, gli pose in mano un fiorino.<br />
	Il santo frate lietamente il prese, e con buone parole e con molti essempli conferm&ograve; la divozion di costei e, datale la sua benedizione, la lasci&ograve; andare.<br />
	E partita la donna, non accorgendosi ch&#39;egli era uccellato, mand&ograve; per l&#39;amico suo; il qual venuto, e vedendol turbato, in contanente s&#39;avvis&ograve; che egli avrebbe novelle dalla donna, e aspett&ograve; che dir volesse il frate. Il quale, ripetendogli le parole altre volte dettegli e di nuovo ingiuriosamente e crucciato parlandogli, il riprese molto di ci&ograve; che detto gli avea la donna che egli doveva aver fatto.<br />
	Il valente uomo, che ancor non vedea a che il frate riuscir volesse, assai tiepidamente negava s&eacute; aver mandata la borsa e la cintura, acci&ograve; che al frate non togliesse fede di ci&ograve; , se forse data gliele avesse la donna.<br />
	Ma il frate, acceso forte, disse:<br />
	- Come il puo&#39;tu negare, malvagio uomo? Eccole, ch&eacute; ella medesima piagnendo me l&#39;ha recate; vedi se tu le conosci! Il valente uomo, mostrando di vergognarsi forte, disse:<br />
	- Mai s&igrave; che io le conosco, e confessovi che io feci male, e giurovi che, poi che io cos&igrave; la veggio disposta, che mai di questo voi non sentirete pi&ugrave; parola.<br />
	Ora le parole fur molte; alla fine il frate montone diede la borsa e la cintura allo amico suo, e dopo molto averlo ammaestrato e pregato che pi&ugrave; a queste cose non attendesse, ed egli avendogliele promesso, il licenzi&ograve;.<br />
	Il valente uomo, lietissimo e della certezza che aver gli parea dello amor della donna e del bel dono, come dal frate partito fu, in parte n&#39;and&ograve; dove cautamente fece alla sua donna vedere che egli avea e l&#39;una e l&#39;altra cosa; di che la donna fu molto contenta, e pi&ugrave; ancora per ci&ograve; che le parea che &#39;1 suo avviso andasse di bene in meglio. E niuna altra cosa aspettando se non che il marito andasse in alcuna parte per dare all&#39;opera compimento, avvenne che per alcuna cagione non molto dopo a questo convenne al marito andare infino a Genova.<br />
	E come egli fu la mattina montato a cavallo e andato via, cos&igrave; la donna n&#39;and&ograve; al santo frate e dopo molte querimonie piagnendo gli disse:<br />
	- Padre mio, or vi dico io bene che io non posso pi&ugrave; sofferire; ma per ci&ograve; che l&#39;altr&#39;ieri io vi promisi di niuna cosa farne che io prima nol vi dicessi, son venuta ad iscusarmivi, e acci&ograve; che voi crediate che io abbia ragione e di piagnere e di ramaricarmi, io vi voglio dire ci&ograve; che &#39;1 vostro amico, anzi dia volo del ninferno, mi fece stamane poco innanzi mattutino.<br />
	Io non so qual mala ventura gli facesse assapere che il marito mio andasse iermattina a Genova, se non che stamane, all&#39;ora che io v&#39;ho detta, egli entr&ograve; in un mio giardino e venne sene su per uno albero alla finestra della camera mia, la quale &egrave; sopra il giardino, e gi&agrave; aveva la finestra aperta e voleva nella camera entrare, quando io destatami subito mi levai, e aveva cominciato a gridare e per Dio e per voi, dicendomi chi egli era; laonde io, udendolo, per amor di voi tacqui, e ignuda come io nacqui corsi e serragli la finestra nel viso, ed egli nella sua mal&#39;ora credo che se ne andasse, perci&ograve; che poi pi&ugrave; nol sentii. Ora, se questa &egrave; bella cosa ed &egrave; da sofferire, vedetel voi; io per me non intendo di pi&ugrave; comportargliene, anzi ne gli ho io bene per amor di voi sofferte troppe.<br />
	Il frate, udendo questo, fu il pi&ugrave; turbato uomo del mondo, e non sapeva che dirsi, se non che pi&ugrave; volte la domand&ograve; se ella aveva ben conosciuto che egli non fosse stato altri.<br />
	A cui la donna rispose:<br />
	- Lodato sia Iddio, se io non conosco ancor lui da un altro! Io vi dico ch&#39;e&#39;fu egli, e perche&#39;egli il negasse, non gliel credete.<br />
	- Figliuola, qui non ha altro da dire, se non che questo &egrave; stato troppo grande ardire e troppo mal fatta cosa, e tu facesti quello che far dovevi di mandarnelo come facesti. Ma io ti voglio pregare, poscia che Iddio ti guard&ograve; di vergogna, che, come due volte seguito hai il mio consiglio, cos&igrave; ancora questa volta facci, cio&egrave; che senza dolertene ad alcuno tuo parente lasci fare a me, a vedere se io posso raffrenare questo diavolo scatenato, che io credeva che fosse un santo; e se io posso tanto fare che io il tolga da questa bestialit&agrave; , bene sta; e se io non potr&ograve; , infino ad ora con la mia benedizione ti do la parola che tu ne facci quello che l&#39;animo ti giudica che ben sia fatto.<br />
	- Ora ecco, &#8211; disse la donna &#8211; per questa volta io non vi voglio turbare n&eacute; disubidire; ma s&igrave; adoperate che egli si guardi di pi&ugrave; noiarmi, ch&eacute; io vi prometto di non tornar pi&ugrave; per questa cagione a voi -; e senza pi&ugrave; dire, quasi turbata, dal frate si part&igrave; .<br />
	N&eacute; era appena ancor fuor della chiesa la donna, che il valente uomo sopravenne e fu chiamato dal frate, al quale, da parte tiratol, esso disse la maggior villania che mai ad uomo fosse detta, disleale e spergiuro e traditor chiamandolo. Costui, che gi&agrave; due altre volte conosciuto avea che montavano i mordimenti di questo frate, stando attento, e con risposte perplesse ingegnandosi di farlo parlare, primieramente disse:<br />
	- Perch&eacute; questo cruccio, messere? Ho io crocifisso Cristo?<br />
	A cui il frate rispose:<br />
	- Vedi svergognato! Odi ci&ograve; ch&#39;e&#39;dice! Egli parla n&eacute; pi&ugrave; n&eacute; meno come se uno anno o due fosser passati e per la lunghezza del tempo avesse le sue tristizie e disonest&agrave; dimenticate. Etti egli da stamane a mattutino in qua uscito di mente l&#39;avere altrui ingiuriato? Ove fost&ugrave; stamane poco avanti al giorno?<br />
	Rispose il valente uomo:<br />
	- Non so io ove io mi fui; molto tosto ve n&#39;&egrave; giunto il messo.<br />
	- Egli &egrave; il vero, &#8211; disse il frate &#8211; che il messo me n&#39;&egrave; giunto; io m&#39;avviso che tu ti credesti, per ci&ograve; che il marito non c&#39;era, che la gentil donna ti dovesse incontanente ricevere in braccio. Hi meccere: ecco onesto uomo! &egrave; divenuto andator di notte, apritor di giardini e salitor d&#39;alberi. Credi tu per improntitudine vincere la santit&agrave; di questa donna, che le vai alle finestre su per gli alberi la notte? Niuna cosa &egrave; al mondo che a lei dispiaccia, come fai tu; e tu pur ti vai riprovando. In verit&agrave;, lasciamo stare che ella te l&#39;abbia in molte cose mostrato, ma tu ti se&#39;molto bene ammendato per li miei gastigamenti. Ma cos&igrave; ti vo&#39; dire: ella ha infino a qui, non per amore che ella ti porti ma ad instanzia de&#39;prieghi miei, taciuto di ci&ograve; che fatto hai; ma essa non tacer&agrave; pi&ugrave; ; conceduta l&#39;ho la licenzia che, se tu pi&ugrave; in cosa alcuna le spiaci, ch&#39;ella faccia il parer suo. Che farai tu, se ella il dice &agrave; fratelli?<br />
	Il valente uomo, avendo assai compreso di quello che gli bisognava, come meglio seppe e pot&egrave; con molte ampie promesse racchet&ograve; il frate; e da lui partitosi, come il mattutino della seguente notte fu, cos&igrave; egli nel giardino entrato e su per lo albero salito e trovata la finestra aperta, se n&#39;entr&ograve; nella camera, e come pi&ugrave; tosto pot&egrave; nelle braccia della sua bella donna si mise. La quale, con grandissimo disidero avendolo aspettato, lietamente il ricevette, dicendo:<br />
	- Gran merc&eacute; a messer lo frate, che cos&igrave; bene t&#39;insegn&ograve; la via da venirci. E appresso, prendendo l&#39;un dell&#39;altro piacere, ragionando e ridendo molto della simplicit&agrave; del frate bestia, biasimando i lucignoli e&#39;pettini e gli scardassi, insieme con gran diletto si sollazzarono. E dato ordine &agrave; lor fatti, s&igrave; fecero, che senza aver pi&ugrave; a tornare a messer lo frate, molte altre notti con pari letizia insieme si ritrovarono; alle quali io priego Iddio per la sua santa misericordia che tosto conduca me e tutte l&#39;anime cristiane che voglia ne hanno.</p>
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		<title>Giornata terza &#8211; Novella seconda</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 18:56:36 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Il decamerone]]></category>

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		<description><![CDATA[Un pallafrenier giace con la moglie d'Agilulf re, di che Agilulf tacitamente s'accorge; truovalo e tondelo; il tonduto tutti gli altri tonde, e così campa della mala ventura.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Essendo la fine venuta della novella di Filostrato, della quale erano alcuna volta un poco le donne arrossate e alcun&#39;altra se ne avevan riso, piacque alla reina che Pampinea novellando seguisse. La quale, con ridente viso incominciando, disse.<br />
	Sono alcuni s&igrave; poco discreti nel voler pur mostrare di conoscere e di sentire quello che per lor non fa di sapere, che alcuna volta per questo riprendendo i disavveduti difetti in altrui, si credono la loro vergogna scemare, dove essi l&#39;accrescono in infinito; e che ci&ograve; sia vero, nel suo contrario mostrandovi l&#39;astuzia d&#39;un forse di minor valore tenuto che Masetto, nel senno d&#39;un valoroso re, vaghe donne, intendo che per me vi sia dimostrato.<br />
	Agilulf re de&#39;longobardi, s&igrave; come i suoi predecessori avevan fatto, in Pavia citt&agrave; di Lombardia ferm&ograve; il solio del suo regno, avendo presa per moglie Teudelinga, rimasa vedova d&#39;Autari re stato similmente de&#39;longobardi, la quale fu bellissima donna, savia e onesta molto, ma male avventurata in amadore. Ed essendo alquanto per la virt&ugrave; e per lo senno di questo re Agilulf le cose de&#39;longobardi prospere e in quiete, avvenne che un pallafreniere della detta reina, uomo quanto a nazione di vilissima condizione, ma per altro da troppo pi&ugrave; che da cos&igrave; vil mestiere, e della persona bello e grande cos&igrave; come il re fosse, senza misura della reina s&#39;innamor&ograve; .<br />
	E per ci&ograve; che il suo basso stato non gli avea tolto che egli non conoscesse questo suo amore esser fuor d&#39;ogni convenienza, s&igrave; come savio, a niuna persona il palesava, n&eacute; eziandio a lei con gli occhi ardiva di scoprirlo. E quantunque senza alcuna speranza vivesse di dover mai a lei piacere, pur seco si gloriava che in alta parte avesse allogati i suoi pensieri; e, come colui che tutto ardeva in amoroso fuoco, studiosamente faceva, oltre ad ogn&#39;altro de&#39;suoi compagni, ogni cosa la qual credeva che alla reina dovesse piacere. Per che interveniva che la reina, dovendo cavalcare, pi&ugrave; volentieri il palla freno da costui guardato cavalcava che alcuno altro; il che quando avveniva, costui in grandissima grazia sel reputava; e mai dalla staffa non le si partiva, beato tenendosi qualora pure i panni toccar le poteva.<br />
	Ma, come noi veggiamo assai sovente avvenire, quanto la speranza diventa minore tanto l&#39;amor maggior farsi, cos&igrave; in questo povero pallafreniere avvenia, in tanto che gravissimo gli era il poter comportare il gran disio cos&igrave; nascoso come facea, non essendo da alcuna speranza atato; e pi&ugrave; volte seco, da questo amor non potendo disciogliersi, diliber&ograve; di morire. E pensando seco del modo, prese per partito di voler questa<br />
	morte per cosa per la quale apparisse lui morire per lo amore che alla reina aveva portato e portava; e questa cosa propose di voler che tal fosse, che egli in essa tentasse la sua fortuna in potere o tutto o parte aver del suo disidero. N&eacute; si fece a voler dir parole alla reina o a voler per lettere far sentire il suo amore, ch&eacute; sapeva che in vano o direbbe o scriverrebbe; ma a voler provare se per ingegno colla reina giacer potesse.<br />
	N&eacute; altro ingegno n&eacute; via c&#39;era se non trovar modo come egli in persona del re, il quale sapea che del continuo con lei non giacea, potesse a lei pervenire e nella sua camera entrare.<br />
	Per che, acci&ograve; che vedesse in che maniera e in che abito il re, quando a lei andava, andasse, pi&ugrave; volte di notte in una gran sala del palagio del re, la quale in mezzo era tra la camera del re e quella della reina, si nascose; e in tra l&#39;altre una notte vide il re uscire della sua camera inviluppato in un gran mantello e aver dall&#39;una mano un torchietto acceso e dall&#39;altra una bacchetta, e andare alla camera della reina e senza dire alcuna cosa percuotere una volta o due l&#39;uscio della camera con quella bacchetta, e incontanente essergli aperto e toltogli di mano il torchietto. La qual cosa venuta, e similmente vedutolo ritornare, pens&ograve; di cos&igrave; dover fare egli altress&igrave;; e trovato modo d&#39;avere un mantello simile a quello che al re veduto avea e un torchietto e una mazzuola, e prima in una stufa lavatosi bene, acci&ograve; che non forse l&#39;odore del letame la reina noiasse o la facesse accorgere dello inganno, con queste cose, come usato era, nella gran sala si nascose.<br />
	E sentendo che gi&agrave; per tutto si dormia, e tempo parendogli o di dovere al suo disiderio dare effetto o di far via con alta cagione alla bramata morte, fatto colla pietra e collo acciaio che seco portato avea un poco di fuoco, il suo torchietto accese, e chiuso e avviluppato nel mantello se n&#39;and&ograve; all&#39;uscio della camera e due volte il percosse colla bacchetta. La camera da una cameriera tutta sonnochiosa fu aperta, e il lume preso e occultato; laonde egli, senza alcuna cosa dire, dentro alla cortina trapassato e posato il mantello, se n&#39;entr&ograve; nel letto nel quale la reina dormiva. Egli disiderosamente in braccio recatalasi, mostrandosi turbato (per ci&ograve; che costume del re esser sapea che quando turbato era niuna cosa voleva udire), senza dire alcuna cosa o senza essere a lui detta, pi&ugrave; volte carnalmente la reina cognobbe. E come che grave gli paresse il partire, pur temendo non la troppa stanza gli fosse cagione di volgere l&#39;avuto diletto in tristizia, si lev&ograve; , e ripreso il suo mantello e il lume, senza alcuna cosa dire se n&#39;and&ograve; , e come pi&ugrave; tosto pot&egrave; si torn&ograve; al letto suo.<br />
	Nel quale appena ancora esser poteva, quando il re, levatosi, alla camera and&ograve; della reina, di che ella si maravigli&ograve; forte; ed essendo egli nel letto entrato e lietamente salutatala, ella, dalla sua letizia preso ardire, disse:<br />
	- O signor mio, questa che novit&agrave; &egrave; stanotte? Voi vi partite pur test&eacute; da me; e oltre l&#39;usato modo di me avete preso piacere, e cos&igrave; tosto da capo ritornate? Guardate ci&ograve; che voi fate.<br />
	Il re, udendo queste parole, subitamente presunse la reina da similitudine di costumi e di persona essere stata ingannata; ma, come savio, subitamente pens&ograve; , poi vide la reina accorta non se n&#39;era n&eacute; alcuno altro, di non volernela fare accorgere. Il che molti sciocchi non avrebbon fatto, ma avrebbon detto: &#8211; Io non ci fu&#39;io, chi fu colui che ci fu? come and&ograve; ? chi ci venne? &#8211; Di che molte cose nate sarebbono, per le quali egli avrebbe a torto contristata la donna e datole materia di disiderare altra volta quello che gi&agrave; sentito avea; e quello che tacendo niuna vergogna gli poteva tornare, parlando s&#39;arebbe vitupero recato.<br />
	Risposele adunque il re, pi&ugrave; nella mente che nel viso o che nelle parole turbato:<br />
	- Donna, non vi sembro io uomo da poterci altra volta essere stato e ancora appresso questa tornarci?<br />
	A cui la donna rispose:<br />
	- Signor mio, s&igrave;; ma tuttavia io vi priego che voi guardiate alla vostra salute.<br />
	Allora il re disse:<br />
	- Ed egli mi piace di seguire il vostro consiglio; e questa volta senza darvi pi&ugrave; impaccio me ne vo&#39;tornare.<br />
	E avendo l&#39;animo gi&agrave; pieno d&#39;ira e di mal talento, per quello che vedeva gli era stato fatto, ripreso il suo mantello, s&#39;usc&igrave; della camera e pens&ograve; di voler chetamente trovare chi questo avesse fatto, imaginando lui della casa dovere essere, e qualunque si fosse, non esser potuto di quella uscire.<br />
	Preso adunque un picciolissimo lume in una lanternetta, se n&#39;and&ograve; in una lunghissima casa che nel suo palagio era sopra le stalle de&#39;cavalli, nella quale quasi tutta la sua famiglia in diversi letti dormiva; ed estimando che, qualunque fosse colui che ci&ograve; fatto avesse che la donna diceva, non gli fosse ancora il polso e &#39;1 battimento del cuore per lo durato affanno potuto riposare, tacitamente, cominciato dall&#39;uno de&#39;capi della casa, a tutti cominci&ograve; ad andare toccando il petto per sapere se gli battesse.<br />
	Come che ciascuno altro dormisse forte, colui che colla reina stato era non dormiva ancora; per la qual cosa, vedendo venire il re e avvisandosi ci&ograve; che esso cercando andava, forte cominci&ograve; a temere tanto che sopra il battimento della fatica avuta la paura n&#39;aggiunse un maggiore; e avvisossi fermamente che, se il re di ci&ograve; s&#39;avvedesse, senza indugio il facesse morire. E come che varie cose gli andasser per lo pensiero di doversi fare, pur vedendo il re senza alcuna arme, diliber&ograve; di far vista di dormire e d&#39;attender quello che il re far dovesse.<br />
	Avendone adunque il re molti cerchi n&eacute; alcuno trovandone il quale giudicasse essere stato desso, pervenne a costui, e trovandogli batter forte il cuore, seco disse:- Questi &egrave; desso -. Ma, s&igrave; come colui che di ci&ograve; che fare intendeva niuna cosa voleva che si sentisse, niuna altra cosa gli fece se non che con un paio di forficette, le quali portate avea, gli tond&egrave; alquanto dal l&#39;una delle parti i capelli, li quali essi a quel tempo portavano lunghissimi, acci&ograve; che a quel segnale la mattina seguente il riconoscesse; e questo fatto, si dipart&igrave;, e tornossi alla camera sua.<br />
	Costui, che tutto ci&ograve; sentito avea, s&igrave; come colui che malizioso era, chiaramente s&#39;avvis&ograve; per che cos&igrave; segnato era stato; l&agrave; onde egli senza alcuno aspettar si lev&ograve; , e trovato un paio di forficette, delle quali per avventura v&#39;erano alcun paio per la stalla per lo servigio de&#39;cavalli, pianamente andando a quanti in quella casa ne giacevano, a tutti in simil maniera sopra l&#39;orecchie tagli&ograve; i capelli; e ci&ograve; fatto, senza essere stato sentito, se ne torn&ograve; a dormire.<br />
	Il re levato la mattina, comand&ograve; che avanti che le porti del palagio s&#39;aprissono tutta la sua famiglia gli venisse davanti; e cos&igrave; fu fatto. Li quali tutti, senza alcuna cosa in capo davanti standogli, esso cominci&ograve; a guardare per riconoscere il tonduto da lui; e veggendo la maggior parte di loro co&#39; capelli ad un medesimo modo tagliati, si maravigli&ograve; , e disse seco stesso: &#8211; Costui, il quale io vo cercando, quantunque di bassa condizion sia, assai ben mostra d&#39;essere d&#39;alto senno -. Poi, veggendo che senza romore non poteva avere quel ch&#39;egli cercava, disposto a non volere per piccola vendetta acquistar gran vergogna, con una sola parola d&#39;ammonirlo e dimostrargli che avveduto se ne fosse gli piacque; e a tutti rivolto disse:<br />
	- Chi &#39;1 fece nol faccia mai pi&ugrave;, e andatevi con Dio.<br />
	Un altro gli averebbe voluti far collare, martoriare, esaminare, e domandare; e ci&ograve; facendo, avrebbe scoperto quello che ciascun dee andar cercando di ricoprire; ed essendosi scoperto, ancora che intera vendetta n&#39;avesse presa, non scemata ma molto cresciuta n&#39;avrebbe la sua vergogna, e contaminata l&#39;onest&agrave; della donna sua.<br />
	Coloro che quella parola udirono si maravigliarono e lungamente fra s&eacute; esaminarono che avesse il re voluto per quella dire; ma niuno ve ne fu che la &#39;ntendesse se non colui solo a cui toccava. Il quale, s&igrave; come savio, mai, vivente il re, non la scoperse, n&eacute; pi&ugrave; la sua vita in s&igrave; fatto atto commise alla fortuna.</p>
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		<title>Giornata terza &#8211; Novella prima</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 18:55:17 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Il decamerone]]></category>

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		<description><![CDATA[Masetto da Lamporecchio si fa mutolo e diviene ortolano di uno monistero di donne, le quali tutte concorrono a giacersi con lui.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Bellissime donne, assai sono di quegli uomini e di quelle femine che s&igrave; sono stolti, che credono troppo bene che, come ad una giovane &egrave; sopra il capo posta la benda bianca e in dosso messale la nera cocolla, che ella pi&ugrave; non sia femina n&eacute; pi&ugrave; senta de&#39;feminili appetiti se non come se di pietra l&#39;avesse fatta divenire il farla monaca; e se forse alcuna cosa contra questa lor credenza n&#39;odono, cos&igrave; si turbano come se contra natura un grandissimo e scelerato male fosse stato commesso, non pensando n&eacute; volendo aver rispetto a s&eacute; medesimi, li quali la piena licenzia di poter far quel che vogliono non pu&ograve; saziare, n&eacute; ancora alle gran forze dell&#39;ozio e della solitudine. E similmente sono ancora di quegli assai che credono troppo bene che la zappa e la vanga e le grosse vivande e i disagi tolgano del tutto a&#39;lavoratori della terra i concupiscibili appetiti e rendan loro d&#39;intelletto e d&#39;avvedimento grossissimi. Ma quanto tutti coloro che cos&igrave; credono sieno ingannati, mi piace, poi che la reina comandato me l&#39;ha, non uscendo della proposta fatta da lei, di farvene pi&ugrave; chiare con una piccola novelletta.<br />
	In queste nostre contrade fu, ed &egrave; ancora, un monistero di donne assai famoso di santit&agrave; (il quale io non nomer&ograve; per non diminuire in parte alcuna la fama sua), nel quale, non ha gran tempo, non essendovi allora pi&ugrave; che otto donne con una badessa, e tutte giovani, era un buono omicciuolo d&#39;un loro bellissimo giardino ortolano, il quale, non contentandosi del salario, fatta la ragion sua col castaldo delle donne, a Lamporecchio, l&agrave; ond&#39;egli era, se ne torn&ograve;.<br />
	Quivi, tra gli altri che lietamente il raccolsono, fu un giovane lavoratore forte e robusto e, secondo uom di villa, con bella persona e con viso assai piacevole, il cui nome era Masetto; e domandollo dove tanto tempo stato fosse. Il buono uomo, che Nuto avea nome, gliele disse. Il quale Masetto domand&ograve;, di che egli il monistero servisse. A cui Nuto rispose:<br />
	- Io lavorava un loro giardino bello e grande e, oltre a questo, andava alcuna volta al bosco per le legne, attigneva acqua e faceva cotali altri servigetti; ma le donne mi davano s&igrave; poco salaro, che io non ne potevo appena pure pagare i calzari. E, oltre a questo, elle son tutte giovani e parmi ch&#39;elle abbiano il diavolo in corpo, ch&eacute; non si pu&ograve; far cosa niuna al lor modo; anzi, quand&#39;io lavorava alcuna volta l&#39;orto, l&#39;una diceva: &#8211; Pon qui questo -; e l&#39;altra: &#8211; Pon qui quello -; e l&#39;altra mi toglieva la zappa di mano e diceva: &#8211; Questo non sta bene -; e davanmi tanta seccaggine, che io lasciava stare il lavorio e uscivami dell&#39;orto; s&igrave; che, tra per l&#39;una cosa e per l&#39;altra, io non vi volli star pi&ugrave; e sonmene venuto. Anzi mi preg&ograve; il castaldo loro, quando io me ne venni, che, se io n&#39;avessi alcuno alle mani che fosse da ci&ograve;, che io gliele mandassi, e io gliele promisi; ma tanto il faccia Dio san delle reni, quanto io o ne procaccer&ograve; o ne gli mander&ograve; niuno.<br />
	A Masetto, udendo egli le parole di Nuto, venne nell&#39;animo un disidero s&igrave; grande d&#39;esser con queste monache, che tutto se ne struggea, comprendendo per le parole di Nuto che a lui dovrebbe poter venir fatto di quello che egli disiderava. E avvisandosi che fatto non gli verrebbe se a Nuto ne dicesse niente, gli disse:<br />
	- Deh come ben facesti a venirtene! Che &egrave; un uomo a star con femine? Egli sarebbe meglio a star con diavoli: elle non sanno delle sette volte le sei quello che elle si vogliono elleno stesse.<br />
	Ma poi, partito il lor ragionare, cominci&ograve; Masetto a pensare che via dovesse tenere a dovere potere esser con loro; e conoscendo che egli sapeva ben fare quegli servigi che Nuto diceva, non dubit&ograve; di perder per quello, ma temette di non dovervi esser ricevuto per ci&ograve; che troppo era giovane e appariscente. Per che, molte cose divisate seco, imagin&ograve;: &#8211; Il luogo &egrave; assai lontano di qui e niuno mi vi conosce; se io so far vista d&#39;esser mutolo, per certo io vi sar&ograve; ricevuto -. E in questa imaginazione fermatosi, con una sua scure in collo, senza dire ad alcuno dove s&#39;andasse, in guisa d&#39;un povero uomo se n&#39;and&ograve; al monistero; dove pervenuto, entr&ograve; dentro e trov&ograve; per ventura il castaldo nella corte; al quale faccendo suoi atti come i mutoli fanno, mostr&ograve; di domandargli mangiare per l&#39;amor di Dio e che egli, se bisognasse, gli spezzerebbe delle legne.<br />
	Il castaldo gli di&egrave; da mangiar volentieri, e appresso questo gli mise innanzi certi ceppi che Nuto non avea potuto spezzare, li quali costui, che fortissimo era, in poca d&#39;ora ebbe tutti spezzati. Il castaldo, che bisogno avea d&#39;andare al bosco, il men&ograve; seco, e quivi gli fece tagliate delle legne; poscia, messogli l&#39;asino innanzi, con suoi cenni gli fece intendere che a casa ne le recasse.<br />
	Costui il fece molto bene, per che il castaldo a far fare certe bisogne che gli eran luogo pi&ugrave; giorni vel tenne. De quali avvenne che uno d&igrave; la badessa il vide, e domand&ograve; il castaldo chi egli fosse. Il quale le disse:<br />
	- Madonna, questi &egrave; un povero uomo mutolo e sordo, il quale un di questi d&igrave; ci venne per limosina, s&igrave; che io gli ho fatto bene, e hogli fatte fare assai cose che bisogno c&#39;erano. Se egli sapesse lavorar l&#39;orto e volesseci rimanere, io mi credo che noi n&#39;avremmo buon servigio, per ci&ograve; che egli ci bisogna, ed egli &egrave; forte e potrebbene l&#39;uom fare ci&ograve; che volesse; e, oltre a questo, non vi bisognerebbe d&#39;aver pensiero che egli motteggiasse queste vostre giovani.<br />
	A cui la badessa disse:<br />
	- In f&egrave; di Dio tu di&#39;il vero. Sappi se egli sa lavorare e ingegnati di ritenercelo; dagli qualche paio di scarpette qualche cappuccio vecchio, e lusingalo, fagli vezzi, dagli ben da mangiare.<br />
	Il castaldo disse di farlo.<br />
	Masetto non era guari lontano, ma faccendo vista di spazzar la corte tutte queste parole udiva, e seco lieto diceva: &#8211; Se voi mi mettete cost&agrave; entro, io vi lavorr&ograve; s&igrave; l&#39;orto che mai non vi fu cos&igrave; lavorato -.<br />
	Ora, avendo il castaldo veduto che egli ottimamente sapea lavorare e con cenni domandatolo se egli voleva star quivi, e costui con cenni rispostogli che far voleva ci&ograve; che egli volesse, avendolo ricevuto, gl&#39;impose che egli l&#39;orto lavorasse e mostrogli quello che a fare avesse; poi and&ograve; per altre bisogne del monistero, e lui lasci&ograve;. Il quale lavorando l&#39;un d&igrave; appresso l&#39;altro, le monache incominciarono a dargli noia e a metterlo in novelle, come spesse volte avviene che altri fa de&#39;mutoli, e dicevangli le pi&ugrave; scelerate parole del mondo, non credendo da lui essere intese; e la badessa, che forse estimava che egli cos&igrave; senza coda come senza favella fosse, di ci&ograve; poco o niente si curava.<br />
	Or pure avvenne che costui un d&igrave; avendo lavorato molto e riposandosi, due giovinette monache, che per lo giardino andavano, s&#39;appressarono l&agrave; dove egli era, e lui che sembiante facea di dormire cominciarono a riguardare. Per che l&#39;una, che alquanto era pi&ugrave; baldanzosa, disse all&#39;altra:<br />
	- Se io credessi che tu mi tenessi credenza, io ti direi un pensiero che io ho avuto pi&ugrave; volte, il quale forse anche a te potrebbe giovare.<br />
	L&#39;altra rispose:<br />
	- Di&#39;sicuramente, ch&eacute; per certo io nol dir&ograve; mai a persona.<br />
	Allora la baldanzosa incominci&ograve;:<br />
	- Io non so se tu t&#39;hai posto mente come noi siamo tenute strette, n&eacute; che mai qua entro uomo alcuno osa entrare, se non il castaldo ch&#39;&egrave; vecchio e questo mutolo; e io ho pi&ugrave; volte a pi&ugrave; donne, che a noi son venute, udito dire che tutte l&#39;altre dolcezze del mondo sono una beffa a rispetto di quella quando la femina usa con l&#39;uomo. Per che io m&#39;ho pi&ugrave; volte messo in animo, poich&eacute; con altrui non posso, di volere con questo mutolo provare se cos&igrave; &egrave;. Ed egli &egrave; il miglior del mondo da ci&ograve; costui; ch&eacute;, perch&eacute; egli pur volesse, egli nol potrebbe n&eacute; saprebbe ridire. Tu vedi ch&#39;egli &egrave; un cotal giovanaccio sciocco, cresciuto innanzi al senno; volentieri udirei quello che a te ne pare.<br />
	- Ohim&egrave;,&mdash;disse l&#39;altra&mdash;che &egrave; quello che tu di&#39;? Non sai tu che noi abbiam promesso la virginit&agrave; nostra a Dio?<br />
	- O,&mdash;disse colei&mdash;quante cose gli si promettono tutto &#39;1 d&igrave;, che non se ne gli attiene niuna! se noi gliele abbiam promessa, truovisi un&#39;altra o dell&#39;altre che gliele attengano.<br />
	A cui la compagna disse:<br />
	- O se noi ingravidassimo, come andrebbe il fatto?<br />
	Quella allora disse:<br />
	- Tu cominci ad aver pensiero del mal prima che egli ti venga; quando cotesto avvenisse, allora si vorr&agrave; pensare; egli ci avr&agrave; mille modi da fare s&igrave; che mai non si sapr&agrave;, pur che noi medesime nol diciamo.<br />
	Costei, udendo ci&ograve;, avendo gi&agrave; maggior voglia che l&#39;altra di provare che bestia fosse l&#39;uomo, disse:<br />
	- Or bene, come faremo?<br />
	A cui colei rispose:<br />
	- Tu vedi ch&#39;egli &egrave; in su la nona; io mi credo che le suore sien tutte a dormire, se non noi; guatiam per l&#39;orto se persona ci &egrave;, e s&#39;egli non ci &egrave; persona, che abbiam noi a fare se non a pigliarlo per mano e menarlo in questo capannetto, l&agrave; dove egli fugge l&#39;acqua; e quivi l&#39;una si stea dentro con lui e l&#39;altra faccia la guardia? Egli &egrave; s&igrave; sciocco, che egli s&#39;acconcer&agrave; comunque noi vorremo.<br />
	Masetto udiva tutto questo ragionamento, e disposto ad ubidire, niuna cosa aspettava se non l&#39;esser preso dall&#39;una di loro.<br />
	Queste, guardato ben per tutto e veggendo che da niuna parte potevano esser vedute, appressandosi quella che mosse avea le parole a Masetto, lui dest&ograve;, ed egli incontanente si lev&ograve; in pi&egrave;. Per che costei con atti lusinghevoli presolo per la mano, ed egli faccendo cotali risa sciocche, il men&ograve; nel capannetto, dove Masetto senza farsi troppo invitare quel fe ce che ella volle. La quale, s&igrave; come leale compagna, avuto quel che volea, diede all&#39;altra luogo, e Masetto, pur mostrandosi semplice, faceva il lor volere. Per che avanti che quindi si dipartissono, da una volta in su ciascuna provar volle come il mutolo sapea cavalcare; e poi, seco spesse volte ragionando, dicevano che bene era cos&igrave; dolce cosa, e pi&ugrave;, come udito aveano; e prendendo a convenevoli ore tempo, col mutolo s&#39;andavano a trastullare.<br />
	Avvenne un giorno che una lor compagna, da una finestretta della sua cella di questo fatto avvedutasi, a due altre il mostr&ograve;. E prima tennero ragionamento insieme di doverle accusare alla badessa; poi, mutato consiglio e con loro accordatesi, partefici divennero del podere di Masetto. Alle quali l&#39;altre tre per diversi accidenti divenner compagne in vari tempi.<br />
	Ultimamente la badessa, che ancora di queste cose non s&#39;accorgea, andando un d&igrave; tutta sola per lo giardino, essendo il caldo grande, trov&ograve; Masetto (il qual di poca fatica il d&igrave;, per lo troppo cavalcar della notte, aveva assai) tutto disteso al l&#39;ombra d&#39;un mandorlo dormirsi, e avendogli il vento i panni dinanzi levati indietro, tutto stava scoperto.<br />
	La qual cosa riguardando la donna, e sola vedendosi, in quel medesimo appetito cadde che cadute erano le sue monacelle; e, destato Masetto, seco nella sua camera nel men&ograve;, dove parecchi giorni, con gran querimonia dalle monache fatta che l&#39;ortolano non venia a lavorar l&#39;orto, il tenne, provando e riprovando quella dolcezza la qual essa prima all&#39;altre solea biasimare.<br />
	Ultimamente della sua camera alla stanza di lui rimandatolne, e molto spesso rivolendolo, e oltre a ci&ograve; pi&ugrave; che parte volendo da lui, non potendo Masetto sodisfare a tante, s&#39;avvis&ograve; che il suo esser mutolo gli potrebbe, se pi&ugrave; stesse, in troppo gran danno resultare. E perci&ograve; una notte colla badessa essendo, rotto lo scilinguagnolo, cominci&ograve; a dire:<br />
	- Madonna, io ho inteso che un gallo basta assai bene a dieci galline, ma che dieci uomini possono male o con fatica una femina sodisfare, dove a me ne conviene servir nove, al che per cosa del mondo io non potrei durare; anzi son io, per quello che infino a qui ho fatto, a tal venuto che io non posso far n&eacute; poco n&eacute; molto; e perci&ograve; o voi mi lasciate andar con Dio, o voi a questa cosa trovate modo.<br />
	La donna udendo costui parlare, il quale ella teneva mutolo, tutta stord&igrave;, e disse:<br />
	- Che &egrave; questo? Io credeva che tu fossi mutolo.<br />
	- Madonna, &#8211; disse Masetto &#8211; io era ben cos&igrave;, ma non per natura, anzi per una infermit&agrave; che la favella mi tolse, e solamente da prima questa notte la mi sento essere restituita, di che io lodo Iddio quant&#39;io posso.<br />
	La donna sel credette, e domandollo che volesse dir ci&ograve; che egli a nove aveva a servire. Masetto le disse il fatto. Il che la badessa udendo, s&#39;accorse che monaca non avea che molto pi&ugrave; savia non fosse di lei; per che, come discreta, senza lasciar Masetto partire, dispose di voler colle sue monache trovar modo a questi fatti, acci&ograve; che da Masetto non fosse il monistero vituperato.<br />
	Ed essendo di que&#39;d&igrave; morto il lor castaldo, di pari consenatimento, apertosi tra tutte ci&ograve; che per addietro da tutte era stato fatto, con piacer di Masetto ordinarono che le genti circustanti credettero che, per le loro orazioni e per gli meriti del santo in cui intitolato era il monistero, a Masetto, stato lungamente mutolo, la favella fosse restituita, e lui castaldo fecero; e per s&igrave; fatta maniera le sue fatiche partirono, che egli le pot&eacute; comportare. Nelle quali, come che esso assai monachin generasse, pur s&igrave; discretamente procedette la cosa che niente se ne sent&igrave; se non dopo la morte della badessa, essendo gi&agrave; Masetto presso che vecchio e disideroso di tornarsi ricco a casa; la qual cosa saputa, di leggier gli fece venir fatto.<br />
	Cos&igrave; adunque Masetto vecchio, padre e ricco, senza aver fatica di nutricar figliuoli o spesa di quegli, per lo suo avvedimento avendo saputo la sua giovanezza bene adoperare, donde con una scure in collo partito s&#39;era se ne torn&ograve;, affermando che cos&igrave; trattava Cristo chi gli poneva le corna sopra &#39;1 cappello.</p>
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		<title>Giornata terza &#8211; Introduzione</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 18:54:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il decamerone]]></category>

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		<description><![CDATA[Incomincia la terza giornata nella quale si ragiona, sotto il reggimento di Neifile, di chi alcuna cosa molto da lui disiderata con industria acquistasse o la perduta ricoverasse.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#39;aurora gi&agrave; di vermiglia cominciava, appressandosi il sole, a divenir rancia, quando la domenica la reina levata e fatta tutta la sua compagnia levare, e avendo gi&agrave; il siniscalco gran pezzo davanti mandato al luogo dove andar doveano assai delle cose opportune e chi quivi preparasse quello che bisognava, veggendo gi&agrave; la reina in cammino, prestamente fatta ogn&#39;altra cosa caricare, quasi quindi il campo levato, colla salmeria n&#39;and&ograve; e colla famiglia rimasa appresso delle donne e de&#39;signori.<br />
	La reina adunque con lento passo, accompagnata e seguita dalle sue donne e dai tre giovani, alla guida del canto di forse venti usignuoli e altri uccelli, per una vietta non troppo usata, ma piena di verdi erbette e di fiori, li quali per lo sopravvegnente sole tutti s&#39;incominciavano ad aprire, prese il cammino verso l&#39;occidente, e cianciando e motteggiando e ridendo colla sua brigata, senza essere andata oltre a dumilia passi, assai avanti che mezza terza fosse ad un bellissimo e ricco palagio, il quale alquanto rilevato dal piano sopra un poggetto era posto, gli ebbe condotti. Nel quale entrati e per tutto andati, e avendo le gran sale, le pulite e ornate camere compiutamente ripiene di ci&ograve; che a camera s&#39;appartiene, sommamente il commendarono e magnifico reputarono il signor di quello. Poi, a basso discesi, e veduta l&#39;ampissima e lieta corte di quello, le volte piene d&#39;ottimi vini e la freddissima acqua e in gran copia che quivi surgea, pi&ugrave; ancora il lodarono. Quindi, quasi di riposo vaghi, sopra una loggia che la corte tutta signoreggiava, essendo ogni cosa piena di quei fiori che concedeva il tempo e di frondi, postisi a sedere, venne il discreto siniscalco, e loro con preziosissimi confetti e ottimi vini ricevette e riconfort&ograve;.<br />
	Appresso la qual cosa, fattosi aprire un giardino che di costa era al palagio, in quello, che tutto era dattorno murato, se n&#39;entrarono; e parendo loro nella prima entrata di maravigliosa bellezza tutto insieme, pi&ugrave; attentamente le parti di quello cominciarono a riguardare. Esso avea dintorno da s&eacute; e per lo mezzo in assai parti vie ampissime; tutte diritte come strale e coperte di pergolati di viti, le quali facevan gran vista di dovere quello anno assai uve fare; e tutte allora fiorite s&igrave; grande odore per lo giardin rendevano, che, mescolato insieme con quello di molte altre cose che per lo giardino olivano, pareva loro essere tra tutta la spezieria che mai nacque in oriente; le latora delle quali vie tutte di rosai bianchi e vermigli e di gelsomini erano quasi chiuse; per le quali cose, non che la mattina, ma qualora il sole era pi&ugrave; alto, sotto odorifera e dilettevole ombra, senza esser tocco da quello, vi si poteva per tutto andare. Quante e quali e come ordinate poste fossero le piante che erano in quel luogo, lungo sarebbe a raccontare; ma niuna n&#39;&egrave; laudevole, la quale il nostro aere patisca, di che quivi non sia abondevolmente. Nel mezzo del quale (quello che &egrave; non men commendabile che altra cosa che vi fosse, ma molto pi&ugrave;), era un prato di minutissima erba e verde tanto che quasi nera parea, dipinto tutto forse di mille variet&agrave; di fiori, chiuso dintorno di verdissimi e vivi aranci e di cedri, li quali, avendo i vecchi frutti e i nuovi e i fiori ancora, non solamente piacevole ombra agli occhi, ma ancora all&#39;odorato facevan piacere. Nel mezzo del qual prato era una fonte di marmo bianchissimo e con maravigliosi intagli. Iv&#39;entro, non so se da natural vena o da artificiosa, per una figura la quale sopra una colonna che nel mezzo di quella diritta era, gittava tanta acqua e s&igrave; alta verso il cielo, che poi non senza dilettevol suono nella fonte chiarissima ricadea, che di meno avria macinato un mulino. La qual poi (quella dico che soprabbondava al pieno della fonte) per occulta via del pratello usciva e, per canaletti assai belli e artificiosamente fatti, fuori di quello divenuta palese, tutto lo &#39;ntorniava; e quindi per canaletti simili quasi per ogni parte del giardin discorrea, raccogliendosi ultimamente in una parte dalla quale del bel giardino avea l&#39;uscita, e quindi verso il pian discendendo chiarissima, avanti che a quel divenisse, con grandissima forza e con non piccola utilit&agrave; del signore, due mulina volgea.<br />
	Il veder questo giardino, il suo bello ordine, le piante la e la fontana co&#39;ruscelletti procedenti da quella, tanto piacque a ciascuna donna e a&#39;tre giovani che tutti cominciarono ad affermare che, se Paradiso si potesse in terra fare, non sapevano conoscere che altra forma che quella di quel giardino gli si potesse dare, n&eacute; pensare, oltre a questo, qual bellezza gli si potesse aggiugnere. Andando adunque contentissimi dintorno per quello, faccendosi di vari rami d&#39;albori ghirlande bellissime, tuttavia udendo forse venti maniere di canti d&#39;uccelli quasi a pruova l&#39;un dell&#39;altro cantare, s&#39;accorsero d&#39;una dilettevol bellezza, della quale, dall&#39;altre soprappresi, non s&#39;erano ancora accorti; ch&eacute; essi videro il giardin pieno forse di cento variet&agrave; di belli animali, e l&#39;uno all&#39;altro mostrandolo, d&#39;una parte uscir conigli, d&#39;altra parte correr lepri, e dove giacer cavriuoli, e in alcuna cerbiatti giovani andar pascendo, e, oltre a questi, altre pi&ugrave; maniere di non nocivi animali, ciascuno a suo diletto, quasi dimestichi, andarsi a sollazzo; le quali cose, oltre agli altri piaceri, un vie maggior piacere aggiunsero.<br />
	Ma poi che assai, or questa cosa or quella veggendo, andati furono, fatto dintorno alla bella fonte metter le tavole, e quivi prima sei canzonette cantate e alquanti balli fatti, come alla reina piacque, andarono a mangiare, e con grandissimo e bello e riposato ordine serviti, e di buone e dilicate vivande, divenuti pi&ugrave; lieti su si levarono, e a&#39;suoni e a&#39;canti e a&#39;balli da capo si dierono, infino che alla reina, per lo caldo sopravvegnente, parve ora che, a cui piacesse, s&#39;andasse a dormire. De&#39;quali chi vi and&ograve; e chi, vinto dalla bellezza del luogo, andar non vi volle, ma, quivi dimoratisi, chi a legger romanzi, chi a giucare a scacchi e chi a tavole, mentre gli altri dormiron, si diede.<br />
	Ma, poi che, passata la nona, ciascuno levato si fu, e il viso colla fresca acqua rinfrescato s&#39;ebbero, nel prato, s&igrave; come alla reina piacque, vicini alla fontana venutine, e in quello secondo il modo usato postisi a sedere, ad aspettar cominciarono di dover novellare sopra la materia dalla reina proposta. De&#39;quali il primo a cui la reina tal carico impose fu Filostrato, il quale cominci&ograve; in questa guisa.</p>
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		<title>Giornata seconda &#8211; Conclusione</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jan 2012 18:53:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il decamerone]]></category>

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		<description><![CDATA[Finisce la seconda giornata del Decameron]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questa novella di&egrave; tanto che ridere a tutta la compagnia, che niun ve n&#39;era a cui non dolessero le mascelle, e di pari consentimento tutte le donne dissono che Dioneo diceva vero e che Bernab&ograve; era stato una bestia. Ma, poi che la novella fu finita e le risa ristate, avendo la reina riguardato che l&#39;ora era omai tarda, e che tutti avean novellato, e la fine della sua signoria era venuta, secondo il cominciato ordine, trattasi la ghirlanda di capo, sopra la testa la pose di Neifile con lieto viso dicendo:<br />
	- Omai, cara compagna, di questo piccol popolo il governo sia tuo- ; e a seder si ripose.<br />
	Neifile del ricevuto onore un poco arross&ograve; e tal nel viso divenne qual fresca rosa d&#39;aprile o di maggio in su lo schiarir del giorno si mostra, con gli occhi vaghi e scintillanti, non altramenti che mattutina stella, un poco bassi. Ma poi che l&#39;onesto romor de&#39;circustanti, nel quale il favor loro verso la reina lietamente mostravano, si fu riposato ed ella ebbe ripreso l&#39;animo, alquanto pi&ugrave; alta che usata non era sedendo, disse:<br />
	- Poich&eacute; cos&igrave; &egrave; che io vostra reina sono, non dilungandomi dalla maniera tenuta per quelle che davanti a me sono state, il cui reggimento voi ubbidendo commendato avete, il parer mio in poche parole vi far&ograve; manifesto, il quale, se dal vostro consiglio sar&agrave; commendato, quel seguiremo.<br />
	Come voi sapete, domane &egrave; venerd&igrave; e il seguente d&igrave; sabato, giorni, per le vivande le quali s&#39;usano in quegli, al quanto tediosi alle pi&ugrave; genti; senza che &#39;l venerd&igrave; , avendo riguardo che in esso Colui che per la nostra vita mor&igrave; sostenne passione, &egrave; degno di reverenza; per che giusta cosa e molto onesta reputerei, che, ad onor d&#39;lddio, pi&ugrave; tosto ad orazioni che a novelle vacassimo. E il sabato appresso usanza &egrave; delle donne di lavarsi la testa e di tor via ogni polvere, ogni sucidume che per la fatica di tutta la passata settimana sopravenuta fosse; e sogliono similmente assai, a reverenza del la Vergine Madre del Figliuol di Dio, digiunare, e da indi in avanti per onor della sopravvegnente domenica da ciascuna opera riposarsi; per che, non potendo cos&igrave; a pieno in quel d&igrave; l&#39;ordine da noi preso nel vivere seguitare, similmente stimo sia ben fatto, quel d&igrave; del novellare ci posiamo.<br />
	Appresso, per ci&ograve; che noi qui quattro d&igrave; dimorate saremo, se noi vogliam tor via che gente nuova non ci sopravvenga, reputo opportuno di mutarci di qui e andarne altrove, e il dove io ho gi&agrave; pensato e proveduto. Quivi quando noi saremo domenica appresso dormire adunati, avendo noi oggi avuto assai largo spazio da discorrere ragionando, s&igrave; perch&eacute; pi&ugrave; tempo da pensare avrete, e s&igrave; perch&eacute; sar&agrave; ancora pi&ugrave; bello che un poco si ristringa del novellare la licenzia e che sopra uno de&#39;molti fatti della Fortuna si dica, &igrave; ho pensato che questo sar&agrave;, di chi alcuna cosa molto da lui disiderata con industria acquistasse o la perduta recuperasse. Sopra che ciascun pensi di dire alcuna cosa che alla brigata esser possa utile o almeno dilettevole, salvo sempre il privilegio di Dioneo.<br />
	Ciascun commend&ograve; il parlare e il diviso della reina, e cos&igrave; statuiron che fosse. La quale appresso questo, fattosi chiamare il suo siniscalco, dove metter dovesse la sera le tavole, e quello appresso che far dovesse in tutto il tempo delta sua signoria pienamente gli divis&ograve;, e cosi fatto, in pi&egrave; dirizzata colla sua brigata, a far quello che pi&ugrave; piacesse a ciascuno gli licenzi&ograve;.<br />
	Presero adunque le donne e gli uomini inverso un giardinetto la via, e quivi, poi che alquanto diportati si furono, l&#39;ora della cena venuta, con festa e con piacer cenarono e da quella levati, come alla reina piacque, menando Emilia la carola, la seguente canzone da Pampinea, rispondendo l&#39;altre, fu cantanta:</p>
<p>	Qual donna canter&agrave;, s&#39;i&#39;non cant&#39;io,<br />
	che son contenta d&#39;ogni mio disio?</p>
<p>	Vien dunque, Amor, cagion d&#39;ogni mio bene,<br />
	d&#39;ogni speranza e d&#39;ogni lieto effetto;<br />
	cantiamo insieme un poco,<br />
	non de&#39;sospir n&eacute; delle amare pene<br />
	ch&#39;or pi&ugrave; dolce mi fanno il tuo diletto,<br />
	ma sol del chiaro foco,<br />
	nel quale ardendo in festa vivo e &#39;n gioco,<br />
	te adorando, come un mio iddio.</p>
<p>	Tu mi ponesti innanzi agli occhi, Amore,<br />
	il primo d&igrave; ch&#39;io nel tuo foco entrai,<br />
	un giovinetto tale,<br />
	che di bilt&agrave;, d&#39;ardir, n&eacute; di valore<br />
	non se ne troverebbe un maggior mai,<br />
	n&eacute; pure a lui eguale:<br />
	di lui m&#39;accesi tanto, che aguale<br />
	lieta ne canto teco, signor mio.</p>
<p>	E quel che &#39;n questo m&#39;&egrave; sommo piacere,<br />
	&egrave; ch&#39;io gli piaccio quanto egli a me piace,<br />
	Amor, la tua merzede;<br />
	perch&eacute; in questo mondo il mio volere<br />
	posseggo, e spero nell&#39;altro aver pace<br />
	per quella intera fede<br />
	che io gli porto. Iddio che questo vede,<br />
	del regno suo ancor ne sar&agrave; pio.</p>
<p>	Appresso questa, pi&ugrave; altre se ne cantarono e pi&ugrave; danze si fecero e sonarono diversi suoni. Ma, estimando la reina tempo esser di doversi andare a posare, co&#39;torchi avanti ciascuno alla sua camera se n&#39;and&ograve;; e li due d&igrave; seguenti a quelle cose vacando che prima la reina aveva ragionate, con disiderio aspettarono la domenica.</p>
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		<title>Giornata seconda &#8211; Novella decima</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Jan 2012 18:51:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il decamerone]]></category>
		<category><![CDATA[gambe]]></category>

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		<description><![CDATA[Paganino da Monaco ruba la moglie a messer Ricciardo da Chinzica, il quale, sappiendo dove ella è, va e diventa amico di Paganino. Raddomandagliele, ed egli, dove ella voglia, gliele concede. Ella non vuol con lui tornare, e, morto messer Ricciardo, moglie di Paganin diviene.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ciascuno della onesta brigata sommamente commend&ograve; per bella la novella dalla loro reina contata, e massimamente Dioneo, al quale solo per la presente giornata restava il novellare. Il quale, dopo molte commendazioni di quella fatte, disse.<br />
	Belle donne, una parte della novella della reina m&#39;ha fatto mutare consiglio di dirne una che all&#39;animo m&#39;era, a doverne un&#39;altra dire; e questa &egrave; la bestialit&agrave; di Bernab&ograve;, come che bene ne gli avvenisse, e di tutti gli altri che quello si danno a credere che esso di creder mostrava, cio&egrave; che essi andando per lo mondo e con questa e con quella ora una<br />
	volta ora un&#39;altra sollazzandosi, s&#39;imaginano che le donne a casa rimase si tengano le mani a cintola, quasi noi non conosciamo, che tra esse nasciamo e cresciamo e stiamo, di che elle sien vaghe. La qual dicendo, ad un&#39;ora vi mosterr&ograve; chente sia la sciocchezza di questi cotali, e quanto ancora sia maggiore quella di coloro li quali, s&eacute; pi&ugrave; che la natura possenti estimando, si credono quello con dimostrazioni favolose potere che essi non possono, e sforzansi d&#39;altrui recare a quello che essi sono, non patendolo la natura di chi &egrave; tirato.<br />
	Fu dunque in Pisa un giudice, pi&ugrave; che di corporal forza dotato d&#39;ingegno, il cui nome fu messer Ricciardo di Chinzica, il qual, forse credendosi con quelle medesime opere sodisfare alla moglie che egli faceva agli studi, essendo molto ricco, con non piccola sollicitudine cerc&ograve; d&#39;avere bella e giovane donna per moglie; dove e l&#39;uno e l&#39;altro, se cos&igrave; avesse saputo consigliar s&eacute; come altrui faceva, doveva fuggire. E quello gli venne fatto, per ci&ograve; che messer Lotto Gualandi per moglie gli diede una sua figliuola, il cui nome era Bartolomea, una delle pi&ugrave; belle e delle pi&ugrave; vaghe giovani di Pisa, come che poche ve n&#39;abbiano che lucertole verminare non paiano. La quale il giudice menata con grandissima festa a casa sua, e fatte le nozze belle e magnifiche, pur per la prima notte incapp&ograve; una volta per consumare il matrimonio a toccarla, e di poco fall&ograve; che egli quella una non fece tavola; il quale poi la mattina, s&igrave; come colui che era magro e secco e di poco spirito, convenne che con vernaccia e con confetti ristorativi e con altri argomenti nel mondo si ritornasse.<br />
	Or questo messer lo giudice, migliore stimatore delle sue forze divenuto che stato non era avanti, incominci&ograve; ad insegnare a costei un calendario buono da fanciulli che stanno a leggere, e forse gi&agrave; stato fatto a Ravenna. Per ci&ograve; che, secondo che egli le mostrava, niun d&igrave; era che non solamente una festa, ma molte non ne fossero; a reverenza delle quali per diverse cagioni mostrava l&#39;uomo e la donna doversi astenere da cos&igrave; fatti congiugnimenti, sopra questi aggiugnendo digiuni e quattro tempora e vigilie d&#39;apostoli e di mille altri santi, e venerd&igrave; e sabati, e la domenica del Signore e la quaresima tutta, e certi punti della luna e altre eccezioni molte, avvisandosi forse che cos&igrave; feria far si convenisse con le donne nel letto, come egli faceva talvolta piatendo alle civili. E questa maniera (non senza grave malinconia della donna, a cui forse una volta ne toccava il mese e appena) lungamente tenne, sempre guardandola bene, non forse alcuno altro le &#39;nsegnasse conoscere li d&igrave; da lavorare, come egli l&#39;aveva insegnate le feste.<br />
	Avvenne che, essendo il caldo grande, a messer Ricciardo venne disidero d&#39;andarsi a diportare ad un suo luogo molto bello vicino a Montenero, e quivi per prendere aere, dimorarsi alcun giorno, e con seco men&ograve; la sua bella donna. E quivi standosi, per darle alcuna consolazione, fece un giorno pescare, e sopra due barchette, egli in su una co&#39;pescatori ed ella in su un&#39;altra con altre donne, andarono a vedere; e tirandogli il diletto, parecchi miglia, quasi senza accorgersene, n&#39;andarono infra mare.<br />
	E mentre che essi pi&ugrave; attenti stavano a riguardare, subito una galeotta di Paganin da Mare, allora molto famoso corsale, sopravenne; e vedute le barche, si dirizz&ograve; a loro; le quali non poteron s&igrave; tosto fuggire, che Paganin non giugnesse quella ove eran le donne; nella quale veggendo la bella donna, senza altro volerne, quella, veggente messer Ricciardo che gi&agrave; era in terra, sopra la sua galeotta posta, and&ograve; via. La qual cosa veggendo messer lo giudice, il quale era s&igrave; geloso che temeva dello aere stesso, se esso fu dolente non &egrave; da domandare. Egli senza pro, e in Pisa e altrove, si dolfe della malvagit&agrave; de&#39;corsari, senza sapere chi la moglie tolta gli avesse o dove portatola.<br />
	A Paganino, veggendola cos&igrave; bella, parve star bene; e, non avendo moglie, si pens&ograve; di sempre tenersi costei, e lei, che forte piagnea, cominci&ograve; dolcemente a confortare. E venuta la notte, essendo a lui il calendaro caduto da cintola e ogni festa o feria uscita di mente, la cominci&ograve; a confortare co&#39;fatti, parendogli che poco fossero il d&igrave; giovate ]e parole; e per s&igrave; fatta maniera la racconsol&ograve;, che, prima che a Monaco giugnessero, il giudice e le sue leggi le furono uscite di mente, e cominci&ograve; a viver pi&ugrave; lietamente del mondo con Paganino. Il quale, a Monaco menatala, oltre alle consolazioni che di d&igrave; e di notte le dava, onoratamente come sua moglie la tenea.<br />
	Poi a certo tempo pervenuto agli orecchi di messer Ricciardo dove la sua donna fosse, con ardentissimo disidero, avvisandosi niun interamente saper far ci&ograve; che a ci&ograve; bisognava, esso stesso dispose d&#39;andar per lei, disposto a spendere per lo riscatto di lei ogni quantit&agrave; di denari; e, messosi in mare, se n&#39;and&ograve; a Monaco, e quivi la vide ed ella lui; la quale poi la sera a Paganino il disse e lui della sua intenzione inform&ograve;.<br />
	La seguente mattina messer Ricciardo, veggendo Paganino, con lui s&#39;accont&ograve; e fece in poca d&#39;ora una gran dimestichezza e amist&agrave;, infignendosi Paganino di conoscerlo e aspettando a che riuscir volesse. Per che, quando tempo parve a messer Ricciardo, come meglio seppe e il pi&ugrave; piacevolmente, la cagione per la quale venuto era gli discoperse, pregandolo che quello che gli piacesse prendesse e la donnagli rendesse. Al quale Paganino con lieto viso rispose:<br />
	- Messere, voi siate il ben venuto, e rispondendo in brieve, vi dico cos&igrave; : egli &egrave; vero che io ho una giovane in casa, la qual non so se vostra moglie o d&#39;altrui si sia, per ci&ograve; che voi io non conosco, n&eacute; lei altress&igrave; se non in tanto quanto ella &egrave; meco alcun tempo dimorata. Se voi siete suo marito, come voi dite, io, perci&ograve; che piacevol gentil uom mi parete, vi mener&ograve; da lei, e son certo che ella vi conoscer&agrave; bene. Se essa dice che cos&igrave; sia come voi dite e vogliasene con voi venire, per amor della vostra piacevolezza quello che voi medesimo vorrete per riscatto di lei mi darete; ove cos&igrave; non fosse, voi fareste villania a torre, per ci&ograve; che io son giovane uomo e posso cos&igrave; come un altro tenere una femina, e spezialmente lei che &egrave; la pi&ugrave; piacevole che io vidi mai.<br />
	Disse allora messer Ricciardo:<br />
	- Per certo ella &egrave; mia moglie, e se tu mi meni dove ella sia, tu il vedrai tosto; ella mi si gittar&agrave; incontanente al collo; e per ci&ograve; non domando che altramenti sia se non come tu medesimo hai divisato.<br />
	- Adunque,- disse Paganino- andiamo.<br />
	Andatisene adunque nella casa di Paganino e stando in una sua sala, Paganino la fece chiamare, ed ella vestita e acconcia usc&igrave; d&#39;una camera e quivi venne dove messer Ricciardo con Paganino era, n&eacute; altramenti fece motto a messer Ricciardo che fatto s&#39;avrebbe ad un altro forestiere che con Paganino in casa sua venuto fosse. Il che vedendo il giudice, che aspettava di dovere essere con grandissima festa ricevuto da lei, si maravigli&ograve; forte, e seco stesso cominci&ograve; a dire: &#8211; Forse che la malinconia e il lungo dolore che io ho avuto, poscia che io la perdei m&#39;ha si trasfigurato che ella non mi riconosce &#8211; Per che egli disse:<br />
	- Donna, caro mi costa il menarti a pescare, per ci&ograve; che simil dolore non si sent&igrave; mai a quello che io ho poscia portato che io ti perdei, e tu non pare che mi riconoschi, s&igrave; salvaticamente motto mi fai. Non vedi tu che io sono il tuo messer Ricciardo, venuto qui per pagare ci&ograve; che volesse questo gentile uomo, in casa cui noi siamo, per riaverti e per menartene; ed egli, la sua merc&egrave;, per ci&ograve; che io voglio, mi ti rende?<br />
	La donna rivolta a lui, un cotal pocolin sorridendo, disse:<br />
	- Messere, dite voi a me? Guardate che voi non m&#39;abbiate colta in iscambio, ch&egrave;, quanto &egrave; io, non mi ricordo che io vi vedessi giammai.<br />
	Disse messer Ricciardo:<br />
	- Guarda ci&ograve;. che tu d&igrave; , guatami bene; se tu ti vorrai bene ricordare, tu vedrai bene che io sono il tuo Ricciardo di Chinzica.<br />
	La donna disse:<br />
	- Messere, voi mi perdonerete, forse non &egrave; egli cos&igrave; onesta cosa a me, come voi v&#39;imaginate, il molto guardarvi, ma io v&#39;ho nondimeno tanto guardato, che io conosco che io mai pi&ugrave; non vi vidi.<br />
	Imaginossi messer Ricciardo che ella questo facesse per tema di Paganino, di non volere in sua presenza confessare di conoscerlo; per che, dopo alquanto, chiese di grazia a Paganino che in camera solo con esso lei le potesse parlare. Paganin disse che gli piacea, s&igrave; veramente che egli non la dovesse contra suo piacere baciare; e alla donna comand&ograve;<br />
	che con lui in camera andasse e udisse ci&ograve; che egli volesse dire, e come le piacesse gli rispondesse.<br />
	Andatisene adunque in camera la donna e messer Ricciardo soli, come a seder si furon posti, incominci&ograve; messer Ricciardo a dire:<br />
	- Deh, cuor del corpo mio, anima mia dolce, speranza mia, or non riconosci tu Ricciardo tuo che t&#39;ama pi&ugrave; che s&eacute; medesimo? Come pu&ograve; questo essere? Son io cos&igrave; trasfigurato? Deh, occhio mio bello, guatami pure un poco.<br />
	La donna incominci&ograve; a ridere e, senza lasciarlo dir pi&ugrave; , disse:<br />
	- Ben sapete che io non sono s&igrave; smimorata, che io non conosca che voi siete messer Ricciardo di Chinzica mio marito; ma voi, mentre che io fu&#39;con voi, mostraste assai male di conoscer me, per ci&ograve; che se voi eravate savio o sete, come volete esser tenuto, dovavate bene aver tanto conoscimento, che voi dovavate vedere che io era giovane e fresca e gagliarda, e per conseguente conoscere quello che alle giovani donne, oltre al vestire e al mangiar, bene che elle per vergogna nol dicano, si richiede; il che come voi il faciavate? voi il vi sapete.<br />
	E s&#39;egli v&#39;era pi&ugrave; a grado lo studio delle leggi che la moglie, voi non dovavate pigliarla; bench&eacute; a me non parve mai che voi giudice foste, anzi mi paravate un banditore di sagre e di feste, s&igrave; ben le sapavate, e le digiune e le vigilie. E dicovi che se voi aveste tante feste fatte fare a&#39;lavoratori che le vostre possessioni lavorano, quante faciavate fare a colui che il mio piccol campicello aveva a lavorare, voi non avreste mai ricolto granello di grano. Sonmi abbattuta a costui che ha voluto Iddio, s&igrave; come pietoso ragguardatore della mia giovanezza, col quale io mi sto in questa camera, nella qual non si sa che cosa festa sia (dico di quelle feste che voi, pi&ugrave; divoto a Dio che a&#39;servigi delle donne, cotante celebravate), n&eacute; mai dentro a quello uscio entr&ograve; n&eacute; sabato n&eacute; venerd&igrave; n&eacute; vigilia n&eacute; quattro tempora n&eacute; quaresima, ch&#39;&egrave; cos&igrave; lunga, anzi di d&igrave; e di notte ci si lavora e battecisi la lana; e poi che questa notte son&ograve; mattutino, so bene come il fatto and&ograve; da una volta in su. E per&ograve; con lui intendo di starmi e di lavorare mentre sar&ograve; giovane; e le feste e le perdonanze e i digiuni serbarmi a far quando sar&ograve; vecchia; e voi colla buona ventura s&igrave; ve n&#39;andate il pi&ugrave; tosto che voi potete, e senza me fate feste quante vi piace.<br />
	Messer Ricciardo, udendo queste parole, sosteneva dolore incomportabile, e disse, poi che lei tacer vide:<br />
	- Deh, anima mia dolce, che parole son quelle che tu d&igrave; ? Or non hai tu riguardo all&#39;onore de&#39;parenti tuoi e al tuo? Vuo&#39;tu innanzi star qui per bagascia di costui e in peccato mortale, che a Pisa mia moglie? Costui, quando tu gli sarai rincresciuta, con gran vitupero di te medesima ti caccer&agrave; via; io t&#39;avr&ograve; sempre cara, e sempre, ancora che io non volessi, sarai donna della casa mia. Dei tu per questo appetito disordinato e disonesto lasciar l&#39;onor tuo e me, che t&#39;amo pi&ugrave; che la vita mia? Deh, speranza mia cara, non dir pi&ugrave; cos&igrave; , voglitene venir con meco; io da quinci innanzi, poscia che io conosco il tuo disidero, mi sforzer&ograve;; e per&ograve;, ben mio dolce, muta consiglio e vientene meco, ch&eacute; mai ben non sentii poscia che tu tolta mi fosti.<br />
	A cui la donna rispose:<br />
	- Del mio onore non intendo io che persona, ora che non si pu&ograve;, sia pi&ugrave; di me tenera; fossonne stati i parenti miei quando mi diedero a voi! li quali se non furono allora del mio, io non intendo d&#39;essere al presente del loro; e se io ora sto in peccato mortaio, io star&ograve; quando che sia in peccato pestello: non ne siate pi&ugrave; tenero di me. E dicovi cos&igrave; , che qui mi pare esser moglie di Paganino, e a Pisa mi pareva esser vostra bagascia, pensando che per punti di luna e per isquadri di geometria si convenivano tra voi e me congiugnere i pianeti, dove qui Paganino tutta la notte mi tiene in braccio e strignemi e mordemi, e come egli mi conci Iddio ve &#39;l dica per me. Anche dite voi che vi sforzerete: e di che? di farla in tre pace, e rizzare a mazzata? Io so che voi siete divenuto un pr&ograve; cavaliere poscia che io non vi vidi. Andate, e sforzatevi di vivere; ch&eacute; mi pare anzi che no che voi ci stiate a pigione, s&igrave; tisicuzzo e tristanzuol mi parete. E ancor vi dico pi&ugrave; , che quando costui mi lascer&agrave; (ch&eacute; non mi pare a ci&ograve; disposto, dove io voglia stare), io non intendo per ci&ograve; di mai tornare a voi, di cui, tutto premendovi, non si farebbe uno scodellin di salsa; per ci&ograve; che con mio grandissimo danno e interesse vi stetti una volta; per che in altra parte cercherei mia civanza. Di che da capo vi dico che qui non ha festa n&eacute; vigilia; laonde io intendo di starmi; e per ci&ograve;, come pi&ugrave; tosto potete, v&#39;andate con Dio, se non che io grider&ograve; che voi mi vogliate sforzare.<br />
	Messer Ricciardo, veggendosi a mal partito e pure allora conoscendo la sua follia d&#39;aver moglie giovane tolta essendo spossato, dolente e tristo s&#39;usc&igrave; della camera e disse parole assai a Paganino, le quali non montarono un frullo. E ultimamente, senza alcuna cosa aver fatta, lasciata la donna, a Pisa si ritorn&ograve;, e in tanta mattezza per dolor cadde che, andando per Pisa, a chiunque il salutava o d&#39;alcuna cosa il domandava, niuna altra cosa rispondeva se non: &#8211; Il mal foro non vuol festa- ; e dopo non molto tempo si mor&igrave; . Il che Paganin sentendo, e conoscendo l&#39;amore che la donna gli portava, per sua legittima moglie la spos&ograve;, e senza mai guardar festa o vigilia o fare quaresima, quanto le gambe ne gli poteron portare, lavorarono e buon tempo si diedono. Per la qual cosa, donne mie care, mi pare che ser Bernab&ograve; disputando con Ambrogiuolo cavalcasse la capra in verso il chino.</p>
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		<title>Giornata seconda &#8211; Novella nona</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Dec 2011 18:49:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il decamerone]]></category>
		<category><![CDATA[piedi]]></category>

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		<description><![CDATA[Bernabò da Genova, da Ambrogiuolo ingannato, perde il suo e comanda che la moglie innocente sia uccisa. Ella scampa, e in abito d'uomo serve il soldano; ritrova lo 'ngannatore, e Bernabò conduce in Alessandria, dove lo ngannatore punito, ripreso abito feminile, col marito ricchi si tornano a Genova]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Avendo Elissa colla sua compassionevole novella il suo dover fornito, Filomena reina, la quale bella e grande era della persona, e nel viso pi&ugrave; che altra piacevole e ridente, sopra s&eacute; recatasi, disse:<br />
	- Servar si vogliono i patti a Dioneo, e per&ograve;, non restandoci altri che egli e io a novellare, io dir&ograve; prima la mia, ed esso, che di grazia il chiese, l&#39;ultimo fia che dir&agrave;- ; e questo detto, cos&igrave; cominci&ograve;.<br />
	Suolsi tra&#39;volgari spesse volte dire un cotal proverbio, che lo &#39;ngannatore rimane a pi&egrave; dello &#39;ngannato; il quale non pare che per alcuna ragione si possa mostrare esser vero, se per gli accidenti che avvengono non si mostrasse. E per ci&ograve; seguendo la proposta, questo insiememente, carissime donne, esser vero come si dice m&#39;&egrave; venuto in talento di dimostrarvi; n&eacute; vi dovr&agrave; esser discaro d&#39;averlo udito, acci&ograve; che dagli &#39;ngannatori guardar vi sappiate.<br />
	Erano in Parigi in uno albergo alquanti grandissimi mercatanti italiani, qual per una bisogna e qual per un&#39;altra, secondo la loro usanza; e avendo una sera fra l&#39;altre tutti lietamente cenato, cominciarono di diverse cose a ragionare; e d&#39;un ragionamento in altro travalicando, pervennero a dire delle lor donne, le quali alle lor case avevan lasciate. E motteggiando cominci&ograve; alcuno a dire:<br />
	- Io non so come la mia si fa, ma questo so io bene, che quando qui mi viene alle mani alcuna giovinetta che mi piaccia, io lascio stare dall&#39;un de&#39;lati l&#39;amore il quale io porto a mia mogliere, e prendo di questa qua quel piacere che io posso.<br />
	L&#39;altro rispose:<br />
	- E io fo il simigliante, perci&ograve; che se io credo che la mia donna alcuna sua ventura procacci, ella il fa, e se io nol credo, s&igrave; &#39;l fa; e per ci&ograve; a fare a far sia; quale asino d&agrave; in parete, tal riceve.<br />
	Il terzo quasi in questa medesima sentenzia parlando pervenne; e brievemente tutti pareva che a questo s&#39;accordassero, che le donne lasciate da loro non volessero perder tempo.<br />
	Un solamente, il quale avea nome Bernab&ograve; Lomellin da Genova, disse il contrario, affermando s&eacute; di spezial grazia da Dio avere una donna per moglie la pi&ugrave; compiuta di tutte quelle virt&ugrave; che donna o ancora cavaliere in gran parte o donzello dee avere, che forse in Italia ne fosse un&#39;altra; per ci&ograve; che ella era bella del corpo e giovine ancora assai e destra e atante della persona, n&eacute; alcuna cosa era che a donna appartenesse, s&igrave; come di lavorar lavorii di seta e simili cose, che ella non facesse meglio che alcun&#39;altra. Oltre a questo niuno scudiere, o famigliar che dir vogliamo, diceva trovarsi, il quale meglio n&eacute; pi&ugrave; accortamente servisse ad una tavola d&#39;un signore, che serviva ella, s&igrave; come colei che era costumatissima savia e discreta molto. Appresso questo la commend&ograve; meglio sapere cavalcare un cavallo, tenere uno uccello, leggere e scrivere e fare una ragione, che se un mercatante fosse; e da questo, dopo molte altre lode, pervenne a quello di che quivi si ragionava, affermando con saramento niun&#39;altra pi&ugrave; onesta n&eacute; pi&ugrave; casta potersene trovar di lei; per la qual cosa egli credeva certamente che, se egli diece anni o sempre mai fuor di casa dimorasse, che ella mai a cos&igrave; fatte novelle non intenderebbe con altro uomo.<br />
	Era, tra questi mercatanti che cos&igrave; ragionavano, un giovane mercatante, chiamato Ambrogiuolo da Piagenza, il quale di questa ultima loda che Bernab&ograve; avea data alla sua donna cominci&ograve; a far le maggior risa del mondo, e gabbando il domand&ograve; se lo &#39;mperadore gli avea questo privilegio pi&ugrave; che a tutti gli altri uomini conceduto.<br />
	Bernab&ograve;, un poco turbatetto, disse che non lo &#39;mperadore ma Iddio, il quale poteva un poco pi&ugrave; che lo &#39;mperadore, gli avea questa grazia conceduta.<br />
	Allora disse Ambrogiuolo:<br />
	- Bernab&ograve;, io non dubito punto che tu non ti creda dir vero; ma, per quello che a me paia, tu hai poco riguardato alla natura delle cose; per ci&ograve; che, se riguardato v&#39;avessi, non ti sento di s&igrave; grosso ingegno che tu non avessi in quella cognosciuto cose che ti farebbono sopra questa materia pi&ugrave; temperatamente parlare. E per ci&ograve; che tu non creda che noi, che molto largo abbiamo delle nostre mogli parlato, crediamo avere altra moglie o altrimenti fatta che tu, ma da uno naturale avvedimento mossi cos&igrave; abbiam detto, voglio un poco con teco sopra questa materia ragionare.<br />
	Io ho sempre inteso l&#39;uomo essere il pi&ugrave; nobile animale che tra&#39;mortali fosse creato da Dio, e appresso la femina; ma l&#39;uomo, s&igrave; come generalmente si crede e vede per opere, &egrave; pi&ugrave; perfetto; e avendo pi&ugrave; di perfezione, senza alcun fallo dee avere pi&ugrave; di fermezza e cos&igrave; ha, per ci&ograve; che universalmente le femine sono pi&ugrave; mobili, e il perch&eacute; si potrebbe per molte ragioni naturali dimostrare, le quali al presente intendo di lasciare stare. Se l&#39;uomo adunque &egrave; di maggior fermezza e non si pu&ograve; tenere che non condiscenda, lasciamo stare ad una che &#39;l prieghi, ma pure a non disiderare una che gli piaccia, e oltre al disidero, di far ci&ograve; che pu&ograve; acci&ograve; che con quella esser possa, e questo non una volta il mese, ma mille il giorno avvenirgli; che speri tu che una donna naturalmente mobile, possa fare a&#39;prieghi, alle lusinghe, a&#39;doni, a mille altri modi che user&agrave; uno uomo savio che l&#39;ami? Credi che ella si possa tenere? Certo, quantunque tu te l&#39;affermi, io non credo che tu &#39;l creda; e tu medesimo d&igrave; che la moglie tua &egrave; femina e ch&#39;ella &egrave; di carne e d&#39;ossa come sono l&#39;altre. Per che, se cos&igrave; &egrave;, quegli medesimi disideri deono essere i suoi e quelle medesime forze che nell&#39;altre sono a resistere a questi naturali appetiti; per che possibile &egrave;, quantunque ella sia onestissima, che ella quello che l&#39;altre faccia; e niuna cosa possibile &egrave; cos&igrave; acerbamente da negare, o da affermare il contrario a quella, come tu fai.<br />
	Al quale Bernab&ograve; rispose e disse:<br />
	- Io son mercatante e non fisofolo, e come mercatante risponder&ograve;. E dico che io conosco ci&ograve; che tu d&igrave; potere avvenire alle stolte, nelle quali non &egrave; alcuna vergogna; ma quelle che savie sono hanno tanta sollecitudine dello onor loro, che elle diventan forti pi&ugrave; che gli uomini, che di ci&ograve; non si curano, a guardarlo; e di queste cos&igrave; fatte &egrave; la mia.<br />
	Disse Ambrogiuolo:<br />
	- Veramente, se per ogni volta che elle a queste cos&igrave; fatte novelle attendono, nascesse loro un corno nella fronte, il quale desse testimonianza di ci&ograve; che fatto avessero, io mi credo che poche sarebber quelle che v&#39;attendessero; ma, non che il corno nasca, egli non se ne pare a quelle che savie sono n&eacute; pedata n&eacute; orma; e la vergogna e &#39;l guastamento del l&#39;onore non consiste se non nelle cose palesi; per che, quando possono occultamente, il fanno, o per mattezza lasciano. E abbi questo per certo che colei sola &egrave; casta, la quale o non fu mai da alcun pregata, o se preg&ograve;, non fu esaudita. E quantunque io conosca per naturali e vere ragioni cos&igrave; dovere essere, non ne parlerei io cos&igrave; appieno come io fo, se io non ne fossi molte volte e con molte stato alla pruova. E dicoti cos&igrave; , che se io fossi presso a questa tua cos&igrave; santissima donna, io mi crederrei in brieve spazio di tempo recarla a quello che io ho gi&agrave; dell&#39;altre recate.<br />
	Bernab&ograve; turbato rispose:<br />
	- Il quistionar con parole potrebbe distendersi troppo; tu diresti e io direi, e alla fine niente monterebbe. Ma poi che tu d&igrave; che tutte sono cos&igrave; pieghevoli e che &#39;l tuo ingegno &egrave; cotanto, acci&ograve; che io ti faccia certo della onest&agrave; della mia donna, io son disposto che mi sia tagliata la testa se tu mai a cosa che ti piaccia in cotale atto la puoi conducere; e se tu non puoi, io non voglio che tu perda altro che mille fiorin d&#39;oro.<br />
	Ambrogiuolo, gi&agrave; in su la novella riscaldato, rispose:<br />
	- Bernab&ograve;, io non so quello ch&#39;io mi facessi del tuo sangue se io vincessi; ma se tu hai voglia di vedere pruova di ci&ograve; che io ho gi&agrave; ragionato, metti cinquemilia fiorin d&#39;oro de&#39;tuoi, che meno ti deono esser cari che la testa, contro a mille de&#39;miei; e dove tu niuno termine poni, io mi voglio obbligare d&#39;andare a Genova e infra tre mesi dal d&igrave; che io mi partir&ograve; di qui aver della tua donna fatta mia volont&agrave;, e in segno di ci&ograve; recarne meco delle sue cose pi&ugrave; care e s&igrave; fatti e tanti indizi che tu medesimo confesserai esser vero; s&igrave; veramente che tu mi prometterai sopra la tua fede infra questo termine non venire a Genova n&eacute; scrivere a lei alcuna cosa di questa materia.<br />
	Bernab&ograve; disse che gli piacea molto; e quantunque gli altri mercatanti, che quivi erano, s&#39;ingegnassero di sturbar questo fatto, conoscendo che gran male ne potea nascere, pure erano de&#39;due mercatanti s&igrave; gli animi accesi, che, oltre al voler degli altri, per belle scritte di lor mano s&#39;obbligarono ]&#39;uno all&#39;altro.<br />
	E fatta la obbligagione, Bernab&ograve; rimase e Ambrogiuolo quanto pi&ugrave; tosto pot&egrave; se ne venne a Genova. E dimoratovi alcun giorno e con molta cautela informatosi del nome della contrada e de&#39;costumi della donna, quello e pi&ugrave; ne &#39;ntese che da Bernab&ograve; udito n&#39;avea; per che gli parve matta impresa aver fatta. Ma pure, accontatosi con una povera femina che molto nella casa usava e a cui la donna voleva gran bene, non potendola ad altro inducere, con denari la corruppe e a lei in una cassa artificiata a suo modo si fece portare, non solamente nella casa, ma nella camera della gentil donna; e quivi, come se in alcuna parte andar volesse, la buona femina, secondo l&#39;ordine datole da Ambrogiuolo, la raccomand&ograve; per alcun d&igrave; .<br />
	Rimasa adunque la cassa nella camera e venuta la notte, all&#39;ora che Ambrogiuolo avvis&ograve; che la donna dormisse, con certi suoi ingegni apertala, chetamente nella camera usc&igrave; , nella quale un lume acceso avea. Per la qual cosa egli il sito della camera, le dipinture e ogni altra cosa notabile che in quella era cominci&ograve; a ragguardare e a fermare nella sua memoria.<br />
	Quindi, avvicinatosi al letto e sentendo che la donna e una piccola fanciulla, che con lei era, dormivan forte, pianamente scopertola tutta, vide che cos&igrave; era bella ignuda come vestita, ma niuno segnale da potere rapportare le vide, fuori che uno ch&#39;ella n&#39;avea sotto la sinistra poppa, ci&ograve; era un neo d&#39;intorno al quale erano alquanti peluzzi biondi come oro; e, ci&ograve; veduto, chetamente la ricoperse, come che, cos&igrave; bella vedendola, in disiderio avesse di mettere in avventura la vita sua e coricarlesi allato. Ma pure, avendo udito lei essere cos&igrave; cruda e alpestra intorno a quelle novelle, non s&#39;arrischi&ograve;; e statosi la maggior parte della notte per la camera a suo agio, una borsa e una guarnacca d&#39;un suo forziere trasse e alcuno anello e alcuna cintura, e ogni cosa nella cassa sua messa, egli altress&igrave; vi si ritorn&ograve;, e cos&igrave; la serr&ograve; come prima stava; e in questa maniera fece due notti, senza che la donna di niente s&#39;accorgesse.<br />
	Vegnente il terzo d&igrave; , secondo l&#39;ordine dato, la buona femina torn&ograve; per la cassa sua e col&agrave; la riport&ograve; onde levata l&#39;avea; della quale Ambrogiuolo uscito, e contentata secondo la promessa la femina, quanto pi&ugrave; tosto pot&egrave; con quelle cose si torn&ograve; a Parigi avanti il termine preso. Quivi, chiamati que&#39;mercatanti che presenti erano stati alle parole e al metter de&#39;pegni, presente Bernab&ograve;, disse s&eacute; aver vinto il pegno tra lor messo, perci&ograve; che fornito aveva quello di che vantato s&#39;era; e che ci&ograve; fosse vero, primieramente disegn&ograve; la forma della camera e le dipinture di quella, e appresso mostr&ograve; le cose che di lei aveva seco recate, affermando da lei averle avute.<br />
	Confess&ograve; Bernab&ograve; cos&igrave; esser fatta la camera come diceva e oltre a ci&ograve; s&eacute; riconoscere quelle cose veramente della sua donna essere state; ma disse lui aver potuto da alcuno de&#39;fanti della casa sapere la qualit&agrave; della camera e in simil maniera avere avute le cose; per che, se altro non dicea, non gli parea che questo bastasse a dovere aver vinto.<br />
	Per che Ambrogiuolo disse:<br />
	- Nel vero questo doveva bastare; ma, poi che tu vuogli che io pi&ugrave; avanti ancora dica, e io il dir&ograve;. Dicoti che madonna Zinevra tua mogliere ha sotto la sinistra poppa un neo ben grandicello, dintorno al quale son forse sei peluzzi biondi come oro.<br />
	Quando Bernab&ograve; ud&igrave; questo, parve che gli fosse dato d&#39;un coltello al cuore, siffatto dolore sent&igrave; ; e tutto nel viso cambiato, eziandio se parola non avesse detta, diede assai manifesto segnale ci&ograve; esser vero che Ambrogiuolo diceva, e dopo alquanto disse:<br />
	- Signori, ci&ograve; che Ambrogiuolo dice &egrave; vero; e perci&ograve;, avendo egli vinto, venga qualor gli piace e s&igrave; si paghi- ; e cos&igrave; fu il d&igrave; seguente Ambrogiuolo interamente pagato.<br />
	E Bernab&ograve;, da Parigi partitosi, con fellone animo contro alla donna verso Genova se ne venne. E appressandosi a quella non volle in essa entrare, ma si rimase ben venti miglia lontano ad essa ad una sua possessione; e un suo famigliare, in cui molto si fidava, con due cavalli e con sue lettere mand&ograve; a Genova, scrivendo alla donna come tornato era e che con lui a lui venisse; e al famiglio segretamente impose che, come in parte fosse colla donna che migliore gli paresse, senza niuna misericordia la dovesse uccidere e a lui tornarsene.<br />
	Giunto adunque il famigliare a Genova e date le lettere e fatta l&#39;ambasciata, fu dalla donna con gran festa ricevuto, la quale la seguente mattina, montata col famigliare a cavallo, verso la sua possessione prese il cammino. E camminando insieme e di varie cose ragionando, pervennero in uno vallone molto profondo e solitario e chiuso d&#39;alte grotte e d&#39;alberi, il quale parendo al famigliare luogo da dovere sicuramente per s&eacute; fare il comandamento del suo signore, tratto fuori il coltello e presa la donna per lo braccio, disse<br />
	- Madonna, raccomandate l&#39;anima vostra a Dio, ch&eacute; a voi, senza passar pi&ugrave; avanti, convien morire.<br />
	La donna, vedendo il coltello e udendo le parole, tutta spaventata disse:<br />
	- Merc&egrave; per Dio! anzi che tu mi uccida, dimmi di che io t&#39;ho offeso, che tu uccider mi debbi.<br />
	- Madonna,- disse il famigliare- me non avete offeso d&#39;alcuna cosa; ma di che voi offeso abbiate il vostro marito io nol so, se non che egli mi comand&ograve; che, senza alcuna misericordia aver di voi, io in questo cammin v&#39;uccidessi; e se io nol facessi, mi minacci&ograve; di farmi impiccar per la gola. Voi sapete bene quant&#39;io gli son tenuto, e come io di cosa che egli m&#39;imponga possa dir di no; sallo Iddio che di voi m&#39;incresce, ma io non posso altro.<br />
	A cui la donna piagnendo disse:<br />
	- Ahi merc&eacute; per Dio! non volere divenire micidiale di chi mai non t&#39;offese, per servire altrui. Iddio, che tutto conosce, sa che io non feci mai cosa per la quale io dal mio marito debbia cos&igrave; fatto merito ricevere. Ma lasciamo ora star questo; tu puoi, quando tu vogli, ad una ora piacere a Dio e al tuo signore e a me in questa maniera: che tu prenda questi miei panni, e solamente il tuo farsetto e un cappuccio; e con essi torni al mio e tuo signore, e dichi che tu m&#39;abbi uccisa; e io ti giuro, per quella salute la quale tu donata m&#39;avrai, che io mi dileguer&ograve; e andronne in parte che mai n&eacute; a lui n&eacute; a te n&eacute; in queste contrade di me perverr&agrave; alcuna novella.<br />
	Il famigliare, che mal volentieri l&#39;uccidea, leggiermente divenne pietoso; per che, presi i drappi suoi e datole un suo farsettaccio e un cappuccio, e lasciatile certi denari li quali essa avea, pregandola che di quelle contrade si dileguasse, la lasci&ograve; nel vallone e a pi&egrave;, e andonne al signor suo, al qual disse che il suo comandamento non solamente era fornito, ma che il corpo di lei morto aveva tra parecchi lupi lasciato.<br />
	Bernab&ograve; dopo alcun tempo se ne torn&ograve; a Genova e, saputosi il fatto, forte fu biasimato.<br />
	La donna, rimasa sola e sconsolata, come la notte fu venuta, contraffatta il pi&ugrave; che pot&egrave;, n&#39;and&ograve; ad una villetta ivi vicina, e quivi da una vecchia procacciato quello che le bisognava, racconci&ograve; il farsetto a suo dosso, e fattol corto, e fattosi della sua camicia un paio di pannilini, e i capelli tondutosi e trasformatasi tutta in forma d&#39;un matinaro, verso il mare se ne venne; dove per avventura trov&ograve; un gentile uomo catalano, il cui nome era segner En Cararch, il quale d&#39;una sua nave, la quale alquanto di quivi era lontana, in Albegna disceso era a rinfrescarsi ad una fontana. Col quale entrata in parole, con lui s&#39;acconci&ograve; per servidore, e salissene sopra la nave, faccendosi chiamar Sicuran da Finale. Quivi, di miglior panni rimesso in arnese dal gentile uomo, lo &#39;ncominci&ograve; a servir s&igrave; bene e s&igrave; acconciamente, che egli gli venne oltre modo a grado.<br />
	Avvenne, ivi a non gran tempo, che questo catalano con un suo carico navic&ograve; in Alessandria e port&ograve; certi falconi pellegrini al soldano, e presentogliele; al quale il soldano avendo alcuna volta dato mangiare, e veduti i costumi di Sicurano, che sempre a servir l&#39;andava, e piaciutigli, al catalano il domand&ograve;; e quegli, ancora che grave gli paresse, gliele lasci&ograve;.<br />
	Sicurano in poco di tempo non meno la grazia e l&#39;amor del soldano acquist&ograve; col suo bene adoperare, che quella del catalano avesse fatto. Per che in processo di tempo avvenne che, dovendosi in un certo tempo dell&#39;anno, a guisa d&#39;una fiera, fare una gran ragunanza di mercatanti e cristiani e saracini in Acri, la quale sotto la signoria del soldano era; acci&ograve; che i mercatanti e le mercatantie sicure stessero, era il soldano sempre usato di mandarvi, oltre agli altri suoi uficiali, alcuno de&#39;suoi grandi uomini con gente che alla guardia attendesse. Nella qual bisogna, sopravvegnendo il tempo, diliber&ograve; di mandare Sicurano il quale gi&agrave; ottimamente la lingua sapeva; e cos&igrave; fece.<br />
	Venuto adunque Sicurano in Acri signore e capitano della guardia de&#39;mercatanti e della mercatantia, e quivi bene e sollicitamente faccendo ci&ograve; che al suo uficio apparteneva, e andando dattorno veggendo, e molti mercatanti e ciciliani e pisani e genovesi e viniziani e altri italiani vedendovi, con loro volentieri si dimesticava per rimembrarza della contrada sua.<br />
	Ora avvenne, tra l&#39;altre volte, che, essendo egli ad un fondaco di mercatanti viniziani smontato, gli vennero vedute tra altre gioie una borsa e una cintura, le quali egli prestamente riconobbe essere state sue, e maravigliossi; ma, senza altra vista fare, piacevolmente domand&ograve; di cui fossero e se vendere si voleano.<br />
	Era quivi venuto Ambrogiuolo da Piagenza con molta mercatantia in su una nave di viniziani, il quale, udendo che il capitano della guardia domandava di cui fossero, si trasse avanti e ridendo disse:<br />
	- Messere, le cose son mie e non le vendo; ma s&#39;elle vi piacciono, io le vi doner&ograve; volentieri.<br />
	Sicurano, vedendol ridere, suspic&ograve; non costui in alcuno atto l&#39;avesse raffigurato; ma pur, fermo viso faccendo, disse:<br />
	- Tu ridi forse, perch&eacute; vedi me uom d&#39;arme andar domandando di queste cose feminili?<br />
	Disse Ambrogiuolo:<br />
	- Messere, io non rido di ci&ograve;, ma rido del modo ne quale io le guadagnai.<br />
	A cui Sicuran disse:<br />
	- Deh, se Iddio ti dea buona ventura, se egli non &egrave; disdicevole, diccelo come tu le guadagnasti.<br />
	- Messere,- disse Ambrogiuolo- queste mi don&ograve; con alcuna altra cosa una gentil donna di Genova chiamata madonna Zinevra, moglie di Bernab&ograve; Lomellin, una notte che io giacqui con lei, e pregommi che per suo amore io le tenessi. Ora risi io, per ci&ograve; che egli mi ricord&ograve; della sciocchezza di Bernab&ograve;, il qual fu di tanta follia che mise cinquemilia fiorin d&#39;oro contro a mille che io la sua donna non recherei a&#39;miei piaceri; il che io feci e vinsi il pegno; ed egli, che pi&ugrave; tosto s&eacute; della sua bestialit&agrave; punir dovea che lei d&#39;aver fatto quello che tutte le femine fanno, da Parigi a Genova tornandosene, per quello che io abbia poi sentito, la fece uccidere.<br />
	Sicurano, udendo questo, prestamente comprese qual fosse la cagione dell&#39;ira di Bernab&ograve; verso lei e manifestamente conobbe costui di tutto il suo male esser cagione; e seco pens&ograve; di non lasciargliele portare impunita.<br />
	Mostr&ograve; adunque Sicurano d&#39;aver molto cara questa novella, e artatamente prese con costui una stretta dimestichezza, tanto che per gli suoi conforti Ambrogiuolo, finita la fiera, con essolui e con ogni sua cosa se n&#39;and&ograve; in Alessandria, dove Sicurano gli fece fare un fondaco e misegli in mano de&#39;suoi denari assai; per che egli, util grande veggendosi, vi dimorava volentieri.<br />
	Sicurano, sollicito a volere della sua innocenzia far chiaro Bernab&ograve;, mai non ripos&ograve; infino a tanto che con opera d&#39;alcuni grandi mercatanti genovesi che in Alessandria erano, nuove cagioni trovando, non l&#39;ebbe fatto venire; il quale, in assai povero stato essendo, ad alcun suo amico tacitamente fece ricevere, infino che tempo gli paresse a quel fare che di<br />
	fare intendea.<br />
	Avea gi&agrave; Sicurano fatta raccontare ad Ambrogiuolo la novella davanti al soldano, e fattone al soldano prendere piacere; ma poi che vide quivi Bernab&ograve;, pensando che alla bisogna non era da dare indugio, preso tempo convenevole, dal soldano impetr&ograve; che davanti venir si facesse Ambrogiuolo e Bernab&ograve;, e in presenzia di Bernab&ograve;, se agevolmente fare<br />
	non si potesse, con severit&agrave; da Ambrogiuolo si traesse il vero come stato fosse quello di che egli della moglie di Bernab&ograve; si vantava.<br />
	Per la qual cosa, Ambrogiuolo e Bernab&ograve; venuti, il soldano in presenzia di molti con rigido viso ad Ambrogiuol comand&ograve; che il vero dicesse come a Bernab&ograve; vinti avesse cinquemilia fiorin d&#39;oro; e quivi era presente Sicurano, in cui Ambrogiuolo pi&ugrave; avea di fidanza, il quale con viso troppo pi&ugrave; turbato gli minacciava gravissimi tormenti se nol dicesse. Per che Ambrogiuolo, da una parte e d&#39;altra spaventato e ancora alquanto costretto, in presenzia di Bernab&ograve; e di molti altri, niuna pena pi&ugrave; aspettandone che la restituzione di fiorini cinquemilia d&#39;oro e delle cose, chiaramente, come stato era il fatto, narr&ograve; ogni cosa.<br />
	E avendo Ambrogiuolo detto, Sicurano, quasi esecutore del soldano, in quello rivolto a Bernab&ograve; disse: &#8211; E tu che facesti per questa bugia alla tua donna? A cui Bernab&ograve; rispose:<br />
	- Io, vinto dalla ira della perdita de&#39;miei denari e dall&#39;onta della vergogna che mi parea avere ricevuta dalla mia donna, la feci ad un mio famigliare uccidere; e, secondo che egli mi rapport&ograve;, ella fu prestamente divorata da molti lupi.<br />
	Queste cose cos&igrave; nella presenzia del soldan dette e da lui tutte udite e intese, non sappiendo egli ancora a che Sicurano, che questo ordinato avea e domandato, volesse riuscire, gli disse Sicurano:<br />
	- Signor mio assai chiaramente potete conoscere quanto quella buona donna gloriar si possa d&#39;amante e di marito; ch&eacute; l&#39;amante ad una ora lei priva d&#39;onore, con bugie guastando la fama sua, e diserta il marito di lei; e il marito, pi&ugrave; credulo alle altrui falsit&agrave; che alla verit&agrave; da lui per lunga esperienza potuta conoscere, la fa uccidere e mangiare a&#39;lupi; e oltre a questo tanto il bene e l&#39;amore che l&#39;amico e &#39;l marito le porta, che, con lei lungamente dimorati, niuno la conosce. Ma per ci&ograve; che voi ottimamente conosciate quello che ciascun di costoro ha meritato, ove voi mi vogliate di spezial grazia fare di punire lo &#39;ngannatore e perdonare allo &#39;ngannato, io la far&ograve; qui in vostra e in loro presenzia venire.<br />
	Il soldano, disposto in questa cosa di volere in tutto compiacere a Sicurano, disse che gli piacea e che facesse la donna venire. Maravigliossi forte Bernab&ograve;, il quale lei per fermo morta credea; e Ambrogiuolo, gi&agrave; del suo male indovino, di peggio avea paura che di pagar denari, n&eacute; sapea che si sperare o che pi&ugrave; temere, perch&eacute; quivi la donna venisse, ma pi&ugrave; con maraviglia la sua venuta aspettava.<br />
	Fatta adunque la concessione dal soldano a Sicurano, esso, piagnendo e in ginocchion dinanzi al soldan gittatosi, quasi ad una ora la maschil voce e il pi&ugrave; voler maschio parere si part&igrave; , e disse:<br />
	- Signor mio, io sono la misera sventurata Zinevra, sei anni andata tapinando in forma d&#39;uom per lo mondo, da questo traditor d&#39;Ambrogiuol falsamente e reamente vituperata, e da questo crudele e iniquo uomo data ad uccidere ad un suo fante e a mangiare a&#39;lupi.<br />
	E stracciando i panni dinanzi e mostrando il petto, s&eacute; esser femina e al soldano e a ciascuno altro fece palese; rivolgendosi poi ad Ambrogiuolo, ingiuriosamente domandandolo quando mai, secondo che egli avanti si vantava, con lei giaciuto fosse. Il quale, gi&agrave; riconoscendola, e per vergogna quasi mutolo divenuto, niente dicea.<br />
	Il soldano, il qual sempre per uomo avuta l&#39;avea, questo vedendo e udendo, venne in tanta maraviglia, che pi&ugrave; volte quello che egli vedeva e udiva credette pi&ugrave; tosto esser sogno che vero. Ma pur, poi che la maraviglia cess&ograve;, la verit&agrave; conoscendo, con somma laude la vita e la constanzia e i costumi e la virt&ugrave; della Zinevra, infino allora stata Sicuran chiamata, commend&ograve;. E, fattili venire onorevolissimi vestimenti femminili e donne che compagnia le tenessero, secondo la dimanda fatta da lei, a Bernab&ograve; perdon&ograve; la meritata morte.<br />
	Il quale, riconosciutola, a&#39;piedi di lei si gitt&ograve; piagnendo e domandando perdonanza, la quale ella, quantunque egli maldegno ne fosse, benignamente gli diede, e in piede il fece levare, teneramente s&igrave; come suo marito abbracciandolo.<br />
	Il soldano appresso comand&ograve; che incontanente Ambrogiuolo in alcuno alto luogo della citt&agrave; fosse al sole legato ad un palo e unto di mele, n&eacute; quindi mai, infino a tanto che per s&eacute; medesimo non cadesse, levato fosse; e cos&igrave; fu fatto. Appresso questo, comand&ograve; che ci&ograve; che d&#39;Ambrogiuolo stato era fosse alla donna donato; che non era s&igrave; poco che oltre a diecimilia dobbre non valesse; ed egli, fatta apprestare una<br />
	bellissima festa, in quella Bernab&ograve;, come marito di madonna Zinevra, e madonna Zinevra s&igrave; come valorosissima donna, onor&ograve;, e donolle che in gioie e che in vasellamenti d&#39;oro e d&#39;ariento e che in denari, quello che valse meglio d&#39;altre diecemilia dobbre.<br />
	E, fatto loro apprestare un legno, poi che finita fu la festa per loro fatta, gli licenzi&ograve; di potersi tornare a Genova al lor piacere; dove ricchissimi e con grande allegrezza tornarono, e con sommo onore ricevuti furono, e spezialmente madonna Zinevra, la quale da tutti si credeva che morta fosse; e sempre di gran virt&ugrave; e da molto, mentre visse, fu reputata.<br />
	Ambrogiuolo il d&igrave; medesimo che legato fu al palo e unto di mele, con sua grandissima angoscia dalle mosche e dalle vespe e da&#39;tafani, de&#39;quali quel paese &egrave; copioso molto, fu non solamente ucciso, ma infino all&#39;ossa divorato; le quali bianche rimase e a&#39;nervi appiccate, poi lungo tempo, senza esser mosse, della sua malvagit&agrave; fecero a chiunque le vide testimonianza. E cos&igrave; rimase lo &#39;ngannatore a pi&egrave; dello &#39;ngannato.</p>
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		<title>Giornata seconda &#8211; Novella ottava</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Dec 2011 18:47:54 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Il decamerone]]></category>
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		<description><![CDATA[Il conte d'Anguersa, falsamente accusato, va in essilio e lascia due suoi figliuoli in diversi luoghi in Inghilterra, ed egli sconosciuto tornando, lor truova in buono stato, va come ragazzo nello essercito del re di Francia, e riconosciuto innocente, è nel primo stato ritornato.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sospirato fu molto dalle donne per li vari casi della bella donna: ma chi sa che cagione moveva que&#39;sospiri? Forse v&#39;eran di quelle che non meno per vaghezza di cos&igrave; spesse nozze che per piet&agrave; di colei sospiravano. Ma lasciando questo stare al presente, essendosi da loro riso per l&#39;ultime parole da Panfilo dette, e veggendo la reina in quelle la novella di lui esser finita, ad Elissa rivolta, impose che con una delle sue l&#39;ordine seguitasse. La quale, lietamente faccendolo, in cominci&ograve;.<br />
	Ampissimo campo &egrave; quello per lo quale noi oggi spaziando andiamo, n&eacute; ce n&#39;&egrave; alcuno, che, non che uno aringo, ma diece non ci potesse assai leggiermente correre, s&igrave; copioso l&#39;ha fatto la Fortuna delle sue nuove e gravi cose; e per ci&ograve;, venendo di quelle che infinite sono a raccontare alcuna, dico che essendo lo &#39;mperio di Roma da&#39;franceschi n&eacute; tedeschi trasportato, nacque tra l&#39;una nazione e l&#39;altra grandissima nimist&agrave; e acerba e continua guerra, per la quale, s&igrave; per la difesa del suo paese e s&igrave; per l&#39;offesa dell&#39;altrui, il re di Francia e un suo figliuolo, con ogni sforzo del lor regno, e appresso d&#39;amici e di parenti, che far poterono, ordinarono un grandissimo essercito per andare sopr&#39;a&#39;nimici; e avanti che a ci&ograve; procedessero, per non lasciare il regno senza governo, sentendo Gualtieri conte d&#39;Anguersa gentile e savio uomo e molto lor fedele amico e servidore, e ancora che assai ammaestrato fosse nell&#39;arte della guerra, per ci&ograve; che loro pi&ugrave; alle dilicatezze atto che a quelle fatiche parea, lui in luogo di loro sopra tutto il governo del reame di Francia general vicario lasciarono, e andarono al loro cammino.<br />
	Cominci&ograve; adunque Gualtieri e con senno e con ordine l&#39;uficio commesso, sempre d&#39;ogni cosa colla reina e colla nuora di lei conferendo; e bench&eacute; sotto la sua custodia e giurisdizione lasciate fossero, nondimeno come sue donne e maggiori in ci&ograve; che per lui si poteva l&#39;onorava. Era il detto Gualtieri del corpo bellissimo e d&#39;et&agrave; forse di quaranta anni, e tanto piacevole e costumato, quanto alcuno altro gentile uomo il pi&ugrave; esser potesse; e, oltre a tutto questo, era il pi&ugrave; leggiadro e il pi&ugrave; dilicato cavaliere che a quegli tempi si conoscesse, e quegli che pi&ugrave; della persona andava ornato.<br />
	Ora avvenne che, essendo il re di Francia e il figliuolo nella guerra gi&agrave; detta, essendosi morta la donna di Gualtieri e a lui un figliuol maschio e una femina piccoli fanciulli rimasi di lei senza pi&ugrave; , che costumando egli alla corte delle donne predette e con loro spesso parlando delle bisogne del regno, che la donna del figliuol del re gli pose gli occhi addosso e con grandissima affezione la persona di lui e i suoi costumi considerando, d&#39;occulto amore ferventemente di lui s&#39;accese; e s&eacute; giovane e fresca sentendo e lui senza alcuna donna, si pens&ograve; leggiermente doverle il suo disidero venir fatto, e pensando niuna cosa a ci&ograve; contrastare, se non vergogna, di manifestargliele si dispose del tutto e quella cacciar via. Ed, essendo un giorno sola e parendole tempo, quasi d&#39;altre cose con lui ragionar volesse, per lui mand&ograve;.<br />
	Il conte, il cui pensiero era molto lontano da quel della donna, senza alcuno indugio a lei and&ograve;; e postosi, come ella volle, con lei sopra un letto in una camera tutti soli a sedere, avendola il conte gi&agrave; due volte domandata della cagione per che fatto l&#39;avesse venire ed ella taciuto, ultimamente da amor sospinta, tutta di vergogna divenuta vermiglia, quasi piagnendo e tutta tremante, con parole rotte cos&igrave; cominci&ograve; a dire:<br />
	- Carissimo e dolce amico e signor mio, voi potete, come savio uomo, agevolmente conoscere quanta sia la fragilit&agrave; e degli uomini e delle donne, e per diverse cagioni pi&ugrave; in una che in altra; per che debitamente dinanzi a giusto giudice un medesimo peccato in diverse qualit&agrave; di persone non dee una medesima pena ricevere. E chi sarebbe colui che dicesse che non dovesse molto pi&ugrave; essere da riprendere un povero uomo o una povera femina, a&#39;quali colla loro fatica convenisse guadagnare quello che per la vita loro lor bisognasse, se da amore stimolati fossero e quello seguissero, che una donna la quale fosse ricca e oziosa, e a cui niuna cosa che a&#39;suoi disideri piacesse mancasse? Certo io non credo niuno.<br />
	Per la quale ragione io estimo che grandissima parte di scusa debbian fare le dette cose in servigio di colei che le possiede, se ella per avventura si lascia trascorrere ad amare; e il rimanente debbia fare l&#39;avere eletto savio e valoroso amadore, se quella l&#39;ha fatto che ama. Le quali cose con ci&ograve; sia cosa che amendune, secondo il mio parere, sieno in me, e, oltre a queste, pi&ugrave; altre le quali ad amare mi debbono inducere, s&igrave; come a la mia giovanezza e la lontananza del mio marito, ora convien che surgano in servigio di me alla difesa del mio focoso amore nel vostro cospetto; le quali, se quel vi potranno che nella presenza de&#39;savi debbon potere, io vi priego che consiglio e aiuto in quello che io vi dimander&ograve; mi porgiate.<br />
	Egli &egrave; il vero che, per la lontananza di mio marito, non potend&#39;io agli stimoli della carne n&eacute; alla forza d&#39;amore contrastare, le quali sono di tanta potenzia che i fortissimi uomini, non che le tenere donne, hanno gi&agrave; molte volte vinti e vincono tutto il giorno, essendo io negli agi e negli ozi n&eacute; quali voi mi vedete, a secondare li piaceri d&#39;amore e a divenire innamorata mi sono lasciata trascorrere; e come che tal cosa, se saputa fosse, io conosca non essere onesta, nondimeno, essendo e stando nascosa, quasi di niuna cosa esser disonesta la giudichi, pur m&#39;&egrave; di tanto Amore stato grazioso, che egli non solamente non m&#39;ha il debito conoscimento tolto nello eleggere l&#39;amante, ma me n&#39;ha molto in ci&ograve; prestato, voi degno mostrandomi da dovere da una donna, fatta come sono io, essere amato; il quale, se &#39;l mio avviso non m&#39;inganna, io reputo il pi&ugrave; bello, il pi&ugrave; piacevole e &#39;l pi&ugrave; leggiadro e &#39;l pi&ugrave; savio cavaliere, che nel reame di Francia trovar si possa; e s&igrave; come io senza marito posso dire che io mi veggia, cos&igrave; voi ancora senza mogliere. Per che io vi priego, per cotanto amore quanto &egrave; quello che io vi porto, che voi non neghiate il vostro verso di me e che della mia giovanezza v&#39;incresca, la qual veramente come il ghiaccio al fuoco si consuma per voi.<br />
	A queste parole sopravennero in tanta abbondanza le lagrime, che essa, che ancora pi&ugrave; prieghi intendeva di porgere, pi&ugrave; avanti non ebbe poter di parlare; ma, bassato il viso e quasi vinta, piagnendo, sopra il seno del conte si lasci&ograve; colla testa cadere.<br />
	Il conte, il quale lealissimo cavaliere era, con gravissime riprensioni cominci&ograve; a mordere cos&igrave; folle amore e a sospignerla indietro, che gi&agrave; al collo gli si voleva gittare; e con saramenti ad affermare che egli prima sofferrebbe d&#39;essere squartato, che tal cosa contro allo onore del suo signore n&eacute; in s&eacute; n&eacute; in altrui consentisse.<br />
	Il che la donna udendo, subitamente dimenticato l&#39;amore e in fiero furore accesa, disse:<br />
	- Dunque sar&ograve; io, villan cavaliere, in questa guisa da voi del mio disidero schernita? Unque a Dio non piaccia, poi che voi volete me far morire, che io voi o morire o cacciar del mondo non faccia.<br />
	E cos&igrave; detto, ad una ora messesi le mani n&eacute; capelli e rabbuffatigli stracciatigli tutti, e appresso nel petto squarciandosi i vestimenti, cominci&ograve; a gridar forte:<br />
	- Aiuto aiuto, ch&eacute; &#39;l conte d&#39;Anguersa mi vuol far forza.<br />
	Il conte, veggendo questo e dubitando forte pi&ugrave; della invidia cortigiana che della sua coscienza e, temendo per quella non fosse pi&ugrave; fede data alla malvagit&agrave; della donna che alla sua innocenzia, levatosi come pi&ugrave; tosto pot&egrave; della camera e del palagio s&#39;usc&igrave; e fuggissi a casa sua, dove, senza altro consiglio prendere, pose i suoi figliuoli a cavallo, ed egli montatovi altress&igrave; , quanto pi&ugrave; pot&egrave;, n&#39;and&ograve; verso Calese.<br />
	Al romor della donna corsero molti, li quali, vedutola e udita la cagione del suo gridare, non solamente per quello dieder fede alle sue parole, ma aggiunsero la leggiadria e la ornata maniera del conte, per potere a quel venire, essere stata da lui lungamente usata. Corsesi adunque a furore alle case del conte per arrestarlo; ma non trovando lui, prima le rubar tutte e appresso infino a&#39;fondamenti le mandar giuso.<br />
	La novella, secondo che sconcia si diceva, pervenne nell&#39;oste al re e al figliuolo; li quali turbati molto a perpetuo essilio lui e i suoi discendenti dannarono, grandissimi doni promettendo a chi o vivo o morto loro il presentasse.<br />
	Il conte, dolente che d&#39;innocente fuggendo s&#39;era fatto nocente, pervenuto senza farsi conoscere o esser conosciuto co&#39;suoi figliuoli a Calese, prestamente trapass&ograve; in Inghilterra, e in povero abito n&#39;and&ograve; verso Londra, nella quale prima che entrasse, con molte parole ammaestr&ograve; i due piccioli figliuoli, e massimamente in due cose: prima, che essi pazientemente comportassero lo stato povero nel quale senza lor colpa la fortuna con lui insieme gli aveva recati; e appresso, che con ogni sagacit&agrave; si guardassero di mai non manifestare ad alcuno onde si fossero n&eacute; di cui figliuoli, se cara avevan la vita.<br />
	Era il figliuolo, chiamato Luigi, di forse nove anni, e la figliuola, che nome avea Violante, n&#39;avea forse sette; li quali, secondo che comportava la lor tenera et&agrave;, assai ben compresero l&#39;ammaestramento del padre loro, e per opera il mostrarono appresso. Il che, acci&ograve; che meglio far si potesse, gli parve di dover loro i nomi mutare, e cos&igrave; fece; e nomin&ograve; il maschio Perotto, e Giannetta la femina; e pervenuti poveramente vestiti in Londra, a guisa che far veggiamo a questi paltoni franceschi, si diedono ad andar la limosina addomandando.<br />
	Ed essendo per ventura in tal servigio una mattina ad una chiesa, avvenne che una gran dama, la quale era moglie dell&#39;uno de&#39;maliscalchi del re d&#39;lnghilterra, uscendo della chiesa, vide questo conte e i due suoi figlioletti, che limosina addomandavano; il quale ella domand&ograve; donde fosse e se suoi erano quegli figliuoli. Alla quale egli rispose che era di Piccardia e che, per misfatto d&#39;un suo maggior figliuolo, ribaldo, con quegli due che suoi erano, gli era convenuto partire.<br />
	La dama, che pietosa era, pose gli occhi sopra la fanciulla, e piacquele molto, per ci&ograve; che bella e gentilesca e avvenente era, e disse:<br />
	- Valente uomo, se tu ti contenti di lasciare appresso di me questa tua<br />
	figlioletta, per ci&ograve; che buono aspetto ha, io la prender&ograve; volentieri; e se valente femina sar&agrave;, io la mariter&ograve; a quel tempo che convenevole sar&agrave; in maniera che star&agrave; bene.<br />
	Al conte piacque molto questa domanda e prestamente rispose del s&igrave; , e con lagrime gliele diede e raccomand&ograve; molto. E cos&igrave; avendo la figliuola allogata e sappiendo bene a cui, diliber&ograve; di pi&ugrave; non dimorar quivi; e limosinando travers&ograve; l&#39;isola e con Perotto pervenne in Gales non senza gran fatica, s&igrave; come colui che d&#39;andare a pi&egrave; non era uso.<br />
	Quivi era un altro de&#39;maliscalchi del re, il quale grande stato e molta famiglia tenea, nella corte del quale il conte alcuna volta, ed egli &egrave; l figliuolo, per aver da mangiare, molto si riparavano.<br />
	Ed essendo in essa alcun figliuolo del detto maliscalco, e altri fanciulli di gentili uomini, e faccendo cotali pruove fanciullesche s&igrave; come di correre e di saltare, Perotto s&#39;incominci&ograve; con loro a mescolare e a fare cos&igrave; destramente, o pi&ugrave; , come alcuno degli altri facesse, ciascuna pruova che tra lor si faceva. Il che il maliscalco alcuna volta veggendo, e piacendogli molto la maniera &egrave; modi del fanciullo, domand&ograve; chi egli fosse.<br />
	Fugli detto che egli era figliuolo d&#39;un povero uomo, il quale alcuna volta per limosina l&agrave; entro veniva. A cui il maliscalco il fece addimandare; e il conte, s&igrave; come colui che d&#39;altro Iddio non pregava, liberamente gliel concedette, quantunque noioso gli fosse il da lui dipartirsi.<br />
	Avendo adunque il conte il figliuolo e la figliuola acconci, pens&ograve; di pi&ugrave; non voler dimorare in Inghilterra; ma, come il meglio pot&egrave;, se ne pass&ograve; in Irlanda, e pervenuto a Stanforda, con un cavaliere d&#39;un conte paesano per fante si pose, tutte quelle cose faccendo che a fante o a ragazzo possono appartenere; e quivi, senza esser mai da alcuno conosciuto, con assai disagio e fatica, dimor&ograve; lungo tempo.<br />
	Violante, chiamata Giannetta, colla gentil donna in Londra venne crescendo e in anni e in persona e in bellezza e in tanta grazia e della donna e del marito di lei e di ciascuno altro della casa e di chiunque la conoscea, che era a veder maravigliosa cosa; n&eacute; alcuno era che a&#39;suoi costumi e alle sue maniere riguardasse, che lei non dicesse dovere essere degna d&#39;ogni grandissimo bene e onore. Per la qual cosa la gentil donna che lei dal padre ricevuta avea, senza aver mai potuto sapere chi egli si fosse altramenti che da lui udito avesse, s&#39;era proposta di doverla onorevolmente, secondo la condizione della quale estimava che fosse, maritare.<br />
	Ma Iddio, giusto riguardatore degli altrui meriti, lei nobile femina conoscendo e senza colpa penitenzia portar dello altrui peccato, altramente dispose; e acci&ograve; che a mano di vile uomo la gentil giovane non venisse, si dee credere che quello che avvenne egli per sua benignit&agrave; permettesse.<br />
	Aveva la gentil donna, colla quale la Giannetta dimorava, un solo figliuolo del suo marito, il quale ed essa e &#39;l padre sommamente amavano, s&igrave; perch&eacute; figliuolo era e s&igrave; ancora perch&eacute; per virt&ugrave; e per meriti il valeva, come colui che pi&ugrave; che altro e costumato e valoroso e pro&#39; e bello della persona era. Il quale, avendo forse sei anni pi&ugrave; che la Giannetta, e lei veggendo bellissima e graziosa, s&igrave; forte di lei s&#39;innamor&ograve;, che pi&ugrave; avanti di lei non vedeva. E per ci&ograve; che egli imaginava lei di bassa condizion dovere essere, non solamente non ardiva addomandarla al padre e alla madre per moglie; ma temendo non fosse ripreso che bassamente si fosse ad amar messo, quanto poteva il suo amore teneva nascoso: per la qual cosa troppo pi&ugrave; che se palesato l&#39;avesse lo stimolava.<br />
	Laonde avvenne che, per soverchio di noia, egli inferm&ograve;, e gravemente. Alla cura del quale essendo pi&ugrave; medici richiesti, e avendo un segno e altro guardato di lui e non potendo la sua infermit&agrave; tanto conoscere, tutti comunemente si disperavano della sua salute. Di che il padre e la madre del giovane portavano s&igrave; gran dolore e malinconia, che maggiore non si saria potuta portare: e pi&ugrave; volte con pietosi prieghi il domandavano della cagione del suo male, a&#39;quali o sospiri per risposta dava, o che tutto si sentia consumare.<br />
	Avvenne un giorno che, sedendosi appresso di lui un medico assai giovane, ma in scienzia profondo molto, e lui per lo braccio tenendo in quella parte dove essi cercano il polso, la Giannetta, la quale, per rispetto della madre di lui, lui sollicitamente serviva, per alcuna cagione entr&ograve; nella camera nella quale il giovane giacea. La quale come il giovane vide, senza alcuna parola o atto fare, sent&igrave; con pi&ugrave; forza nel cuore l&#39;amoroso ardore, per che il polso pi&ugrave; forte cominci&ograve; a battergli che l&#39;usato; il che il medico sent&igrave; incontanente e maravigliossi, e stette cheto per vedere quanto questo battimento dovesse durare.<br />
	Come la Giannetta usc&igrave; dalla camera, e il battimento ristette; per che parte parve al medico avere della cagione della infermit&agrave; del giovane; e stato alquanto, quasi d&#39;alcuna cosa volesse la Giannetta addomandare, sempre tenendo per lo braccio lo &#39;nfermo, la si f&egrave; chiamare. Al quale ella venne incontanente; n&eacute; prima nella camera entr&ograve;, che &#39;l battimento del polso ritorn&ograve; al giovane; e lei partita, cess&ograve;. Laonde, parendo al medico avere assai piena certezza, levatosi e tratti da parte il padre e la madre del giovane, disse loro:<br />
	- La sanit&agrave; del vostro figliuolo non &egrave; nello aiuto de&#39;medici, ma nelle mani della Giannetta dimora, la quale, s&igrave; come io ho manifestamente per certi segni conosciuto, il giovane focosamente ama, come che ella non se ne accorge, per quello che io vegga. Sapete omai che a fare v&#39;avete, se la sua vita v&#39;&egrave; cara.<br />
	Il gentile uomo e la sua donna, questo udendo, furon contenti, in quanto pure alcun modo si trovava al suo scampo, quantunque loro molto gravasse che quello, di che dubitavano, fosse desso, cio&egrave; di dover dare la Giannetta al loro figliuolo per isposa.<br />
	Essi adunque, partito il medico, se n&#39;andarono allo infermo, e dissegli la donna cos&igrave; :<br />
	- Figliuol mio, io non avrei mai creduto che da me d&#39;alcuno tuo disidero ti fossi guardato, e spezialmente veggendoti tu, per non aver quello, venir meno; per ci&ograve; che tu dovevi esser certo e dei che niuna cosa &egrave; che per contentamento di te far potessi, quantunque meno che onesta fosse, che io come per me medesima non la facessi; ma poi che pur fatta l&#39;hai, &egrave; avvenuto che Domeneddio &egrave; stato misericordioso di te pi&ugrave; che tu medesimo, e a ci&ograve; che tu di questa infermit&agrave; non muoia, m&#39;ha dimostrata la cagione del tuo male, la quale niuna altra cosa &egrave; che soverchio amore, il quale tu porti ad alcuna giovane, qual che ella si sia. E nel vero di manifestar questo non ti dovevi tu vergognare, per ci&ograve; che la tua et&agrave; il richiede, e se tu innamorato non fossi, io ti riputerei da assai poco. Adunque, figliuol mio, non ti guardare da me, ma sicuramente ogni tuo disidero mi scuopri; e la malinconia e il pensiero il quale hai e dal quale questa infermit&agrave; procede, gitta via e confortati e renditi certo che niuna cosa sar&agrave; per sodisfacimento di te che tu m&#39;imponghi, che io a mio potere non faccia, s&igrave; come colei che te pi&ugrave; amo che la mia vita. Caccia via la vergogna e la paura, e dimmi se io posso intorno al tuo amore adoperare alcuna cosa; e se tu non truovi che io a ci&ograve; sia sollicita e ad effetto tel rechi, abbimi per la pi&ugrave; crudel madre che mai partorisse figliuolo.<br />
	Il giovane, udendo le parole della madre, prima si vergogn&ograve;, poi, seco pensando che niuna persona meglio di lei potrebbe al suo piacere sodisfare, cacciata via la vergogna, cos&igrave; le disse:<br />
	- Madonna, niuna altra cosa mi v&#39;ha fatto tenere il mio amor nascoso quanto l&#39;essermi nelle pi&ugrave; delle persone avveduto che, poi che attempati sono, d&#39;essere stati giovani ricordar non si vogliono. Ma, poi che in ci&ograve; discreta vi veggio, non solamente quello di che dite vi siete accorta non negher&ograve; esser vero, ma ancora di cui vi far&ograve; manifesto, con cotal patto che effetto seguir&agrave; alla vostra promessa a vostro potere, e cos&igrave; mi potrete aver sano.<br />
	Al quale la donna (troppo fidandosi di ci&ograve; che non le doveva venir fatto nella forma nella qual gi&agrave; seco pensava) liberamente rispose che sicuramente ogni suo disidero l&#39;aprisse; ch&eacute; ella senza alcuno indugio darebbe opera a fare che egli il suo piacere avrebbe.<br />
	- Madama,- disse allora il giovane &#8211; l&#39;alta bellezza e le laudevoli maniere della nostra Giannetta, e il non poterla fare accorgere, non che pietosa, del mio amore, e il non avere ardito mai di manifestarlo ad alcuno, m&#39;hanno condotto dove voi mi vedete; e se quello che promesso m&#39;avete o in un modo o in un altro non segue, state sicura che la mia vita fia brieve.<br />
	La donna, a cui pi&ugrave; tempo da conforto che da riprensioni parea, sorridendo disse:<br />
	- Ahi, figliuol mio, dunque per questo t&#39;hai tu lasciato aver male? Confortati e lascia fare a me, poi che guarito sarai.<br />
	Il giovane, pieno di buona speranza, in brevissimo tempo di grandissimo miglioramento mostr&ograve; segni, di che la donna contenta molto si dispose a voler tentare come quello potesse osservare che promesso avea. E, chiamata un d&igrave; la Giannetta per via di motti assai cortesemente la domand&ograve; se ella avesse alcuno amadore.<br />
	La Giannetta, divenuta tutta rossa, rispose:<br />
	- Madama, a povera damigella e di casa sua cacciata, come io sono, e che all&#39;altrui servigio dimori, come io fo, non si richiede n&eacute; sta bene l&#39;attendere ad amore.<br />
	A cui la donna disse:<br />
	- E se voi non l&#39;avete, noi ve ne vogliamo donare uno, di che voi tutta giuliva viverete e pi&ugrave; della vostra bilt&agrave; vi diletterete; per ci&ograve; che non a&#39;convenevole che cos&igrave; bella damigella, come voi siete, senza amante dimori.<br />
	A cui la Giannetta rispose:<br />
	- Madama, voi dalla povert&agrave; di mio padre togliendomi, come figliuola cresciuta m&#39;avete, e per questo ogni vostro piacer far dovrei; ma in questo io non vi piacer&ograve; gi&agrave;, credendomi far bene. Se a voi piacer&agrave; di donarmi marito, colui intendo io d&#39;amare, ma altro no; per ci&ograve; che della eredit&agrave; de&#39;miei passati avoli niuna cosa rimasa m&#39;&egrave; se non l&#39;onest&agrave;, quella intendo io di guardare e di servare quanto la vita mi durer&agrave;.<br />
	Questa parola parve forte contraria alla donna a quello a che di venire intendea per dovere al figliuolo la promessa servare, quantunque, s&igrave; come savia donna, molto seco medesima ne commendasse la damigella, e disse:<br />
	- Come, Giannetta? Se monsignore lo re, il quale &egrave; giovane cavaliere, e tu s&eacute; bellissima damigella, volesse del tuo amore alcun piacere, negherestigliele tu?<br />
	Alla quale essa subitamente rispose:<br />
	- Forza mi potrebbe fare il re, ma di mio consentimento mai da me, se non quanto onesto fosse, aver non potrebbe.<br />
	La donna, comprendendo qual fosse l&#39;animo di lei, lasci&ograve; stare le parole e pensossi di metterla alla pruova; e cos&igrave; al figliuol disse di fare, come guarito fosse, di metterla con lui in una camera e ch&#39;egli s&#39;ingegnasse d&#39;avere di lei il suo piacere, dicendo che disonesto le pareva che essa, a guisa d&#39;una ruffiana, predicasse per lo figliuolo e pregasse la sua damigella.<br />
	Alla qual cosa il giovane non fu contento in alcuna guisa, e di subito fieramente peggior&ograve;: il che la donna veggendo, aperse la sua intenzione alla Giannetta. Ma pi&ugrave; costante che mai trovandola, raccontato ci&ograve; che fatto avea al marito, ancora che grave loro paresse, di pari consentimento diliberarono di dargliele per isposa, amando meglio il figliuol vivo con moglie non convenevole a lui che morto senza alcuna; e cos&igrave; , dopo molte novelle, fecero.<br />
	Di che la Giannetta fu contenta molto e con divoto cuore ringrazi&ograve; Iddio che lei non avea dimenticata; n&eacute; per tutto questo mai altro che figliuola d&#39;un piccardo si disse.<br />
	Il giovane guer&igrave; , e fece le nozze pi&ugrave; lieto che altro uomo, e cominciossi a dare buon tempo con lei.<br />
	Perotto, il quale in Gales col maliscalco del re d&#39;lnghilterra era rimaso, similmente crescendo venne in grazia del signor suo, e divenne di persona bellissimo e pro&#39; quanto alcuno altro che nell&#39;isola fosse, intanto che n&eacute; in tornei n&eacute; in giostre, n&eacute; in qualunque altro atto d&#39;arme niuno era nel paese che quello valesse che egli; perch&eacute; per tutto, chiamato da loro Perotto il piccardo, era conosciuto e famoso.<br />
	E come Iddio la sua sorella dimenticata non avea, cos&igrave; similmente d&#39;aver lui a mente dimostr&ograve;; per ci&ograve; che, venuta in quella contrada una pestilenziosa mortalit&agrave;, quasi la met&agrave; della gente di quella se ne port&ograve;; senza che grandissima parte del rimaso per paura in altre contrade se ne fuggirono; di che il paese tutto pareva abbandonato. Nella qual mortalit&agrave; il maliscalco suo signore e la donna di lui e un suo figliuolo e molti altri e fratelli e nepoti e parenti tutti morirono, n&eacute; altro che una damigella gi&agrave; da marito di lui rimase e, con alcuni altri famigliari, Perotto. Il quale, cessata al quanto la pestilenza, la damigella, per ci&ograve; che prod&#39;uomo e valente era, con piacere e consiglio d&#39;alquanti pochi paesani vivi rimasi, per marito prese e di tutto ci&ograve; che a lei per eredit&agrave; scaduto era il fece signore.<br />
	N&egrave; guari di tempo pass&ograve; che, udendo il re d&#39;lnghilterra il maliscalco esser morto e conoscendo il valor di Perotto il piccardo, in luogo di quello che morto era il sustitu&igrave; e fecelo suo maliscalco. E cos&igrave; brievemente avvenne de&#39; due innocenti figliuoli del corte d&#39;Anguersa da lui per perduti lasciati.<br />
	Era gi&agrave; il deceottesimo anno passato poi che il conte d&#39;Anguersa, fuggendo, di Parigi s&#39;era partito, quando a lui dimorante in Irlanda, avendo in assai misera vita molte cose patite, gi&agrave; vecchio veggendosi, venne voglia di sentire, se egli potesse, quello che de&#39;figliuoli fosse addivenuto. Per che del tutto della forma, della quale esser solea, veggendosi trasmutato e sentendosi per lo lungo esercizio pi&ugrave; della persona atante che quando giovane in ozio dimorando non era, partitosi assai povero e male in arnese da colui col quale lungamente era stato, se ne venne in Inghilterra e l&agrave; se ne and&ograve; dove Perotto avea lasciato, e trov&ograve; lui esser maliscalco e gran signore, e videlo sano e atante e bello della persona; il che gli aggrad&igrave; forte, ma farglisi conoscere non volle infino a tanto che saputo non avesse della Giannetta.<br />
	Per che, messosi in cammino, prima non ristette che in Londra pervenne; e quivi, cautamente domandato della donna alla quale la figliuola lasciata avea e del suo stato, trov&ograve; la Giannetta moglie del figliuolo; il che forte gli piacque, e ogni sua avversit&agrave; preterita reput&ograve; piccola, poich&eacute; vivi aveva ritrovati i figliuoli e in buono stato. E disideroso di poterla vedere, cominci&ograve; come povero uomo a ripararsi vicino alla casa di lei. Dove un giorno, veggendol Giachetto Lamiens, che cos&igrave; era chiamato il marito della Giannetta, avendo di lui compassione per ci&ograve; che povero e vecchio il vide, comand&ograve; ad uno de&#39;suoi famigliari che nella sua casa il menasse e gli facesse dare da mangiar per Dio, il che il famigliare volentier fece.<br />
	Aveva la Giannetta avuti di Giachetto gi&agrave; pi&ugrave; figliuoli, de&#39;quali il maggiore non avea oltre ad otto anni, ed erano i pi&ugrave; belli e i pi&ugrave; vezzosi fanciulli del mondo. Li quali, come videro il conte mangiare, cos&igrave; tutti quanti gli fur dintorno e cominciarogli a far festa, quasi da occulta virt&ugrave; mossi avesser sentito costui loro avolo essere. Il quale, suoi nepoti cognoscendoli, cominci&ograve; loro a mostrare amore e a far carezze; per la qual cosa i fanciulli da lui non si volean partire, quantunque colui che al governo di loro attendea gli chiamasse. Per che la Giannetta, ci&ograve; sentendo, usc&igrave; d&#39;una camera e quivi venne laddove era il conte, e minacciogli forte di battergli, se quello che il lor maestro volea non facessero. I fanciulli cominciarono a piagnere e a dire ch&#39;essi volevano stare appresso a quel prod&#39;uomo, il quale pi&ugrave; che il lor maestro gli amava; di che e la donna e &#39;l conte si rise.<br />
	Erasi il conte levato, non miga a guisa di padre ma di povero uomo, a fare onore alla figliuola s&igrave; come a donna, e maraviglioso piacere veggendola avea sentito nell&#39;animo. Ma ella n&eacute; allora n&eacute; poi il conobbe punto, per ci&ograve; che oltre modo era trasformato da quello che esser soleva, s&igrave; come colui che vecchio e canuto e barbuto era, e magro e bruno divenuto, e pi&ugrave; tosto un altro uomo pareva che il conte. E veggendo la donna che i fanciulli da lui partir non si<br />
	voleano, ma volendogli partire piagnevano, disse al maestro che alquanto gli lasciasse stare.<br />
	Standosi adunque i fanciulli col prod&#39;uomo, avvenne che il padre di Giachetto torn&ograve; e dal maestro loro sent&igrave; questo fatto; per che egli, il quale a schifo avea la Giannetta, disse:<br />
	- Lasciagli stare colla mala ventura che Iddio dea loro; ch&eacute; essi fanno ritratto da quello onde nati sono. Essi son per madre discesi di paltoniere, e per ci&ograve; non a&#39;da maravigliarsi se volentier dimoran con paltonieri.<br />
	Queste parole ud&igrave; il conte, e dolfergli forte; ma pure nelle spalle ristretto, cos&igrave; quella ingiuria sofferse come molte altre sostenute avea.<br />
	Giachetto, che sentita aveva la festa che i figliuoli al prod&#39;uomo, cio&egrave; al conte, facevano, quantunque gli dispiacesse, nondimeno tanto gli amava che, avanti che piagner gli vedesse, comand&ograve; che, se &#39;l prod&#39;uomo ad alcun servigio l&agrave; entro dimorar volesse, che egli vi fosse ricevuto. Il quale rispose che vi rimanea volentieri, ma che altra cosa far non sapea che attendere a&#39;cavalli, di che tutto il tempo della sua vita era usato. Assegnatogli adunque un cavallo, come quello governato avea, al trastullare i fanciulli intendea.<br />
	Mentre che la fortuna, in questa guisa che divisata &egrave;, il conte d&#39;Anguersa e i figliuoli menava, avvenne che il re di Francia, molte triegue fatte con gli alamanni, mor&igrave; , e in suo luogo fu coronato il figliuolo, del quale colei era moglie per cui il conte era stato cacciato. Costui, essendo l&#39;ultima triegua finita, co&#39;tedeschi ricominci&ograve; asprissima guerra; in aiuto del quale, s&igrave; come nuovo parente, il re d&#39;lnghilterra mand&ograve; molta gente sotto il governo di Perotto suo maliscalco e di Giachetto Lamiens figliuolo dell&#39;altro maliscalco; col quale il prod&#39;uomo, cio&egrave; il conte, and&ograve; e, senza essere da alcuno riconosciuto, dimor&ograve; nell&#39;oste per buono spazio a guisa di ragazzo; e quivi, come valente uomo, e con consigli e con fatti pi&ugrave; che a lui non si richiedea, assai di bene adoper&ograve;.<br />
	Avvenne durante la guerra che la reina di Francia inferm&ograve; gravemente; e conoscendo ella s&eacute; medesima venire alla morte, contrita d&#39;ogni suo peccato, divotamente si confess&ograve; dallo arcivescovo di Ruem, il quale da tutti era tenuto uno santissimo e buono uomo, e tra gli altri peccati gli narr&ograve; ci&ograve; che per lei a gran torto il conte d&#39;Anguersa ricevuto avea. N&egrave; solamente fu a lui contenta di dirlo, ma davanti a molti altri valenti uomini tutto come era stato raccont&ograve;, pregandogli che col re operassono che &#39;l conte, se vivo fosse, e se non, alcun de&#39;suoi figliuoli nel loro stato restituiti fossero; n&eacute; guari poi dimor&ograve; che, di questa vita passata, onorevolmente fu sepellita.<br />
	La qual confessione al re raccontata, dopo alcun doloroso sospiro delle<br />
	ingiurie fatte al valente uomo a torto, il mosse a fare andare per tutto l&#39;essercito, e oltre a ci&ograve; in molte altre parti, una grida, che chi il conte d&#39;Anguersa o alcuno de&#39;figliuoli gli rinsegnasse, maravigliosamente da lui per ogn&#39;uno guiderdonato sarebbe; con ci&ograve; fosse cosa che egli lui per innocente di ci&ograve; per che in essilio andato era l&#39;avesse, per la confessione fatta dalla reina, e nel primo stato e in maggiore intendeva di ritornarlo. Le quali cose il conte in forma di ragazzo udendo, e sentendo che cos&igrave; era il vero, subitamente fu a Giachetto e il preg&ograve; che con lui insieme fosse con Perotto, per ci&ograve; che egli voleva lor mostrare ci&ograve; che il re andava cercando.<br />
	Adunati adunque tutti e tre insieme, disse il conte a Perotto, che gi&agrave; era in pensiero di palesarsi:<br />
	- Perotto, Giachetto, che &egrave; qui, ha tua sorella per mogliere, n&eacute; mai n&#39;ebbe alcuna dota; e per ci&ograve;, acci&ograve; che tua sorella senza dota non sia, io intendo che egli e non altri abbia questo benificio che il re promette cos&igrave; grande per te, e ti rinsegni s&igrave; come figliuolo del conte d&#39;Anguersa, e per la Violante tua sorella e sua mogliere, e per me che il conte d&#39;Anguersa e vostro padre sono.<br />
	Perotto, udendo questo e fiso guardandolo, tantosto il riconobbe, e piagnendo gli si gitt&ograve; a&#39;piedi e abbracciollo dicendo:<br />
	- Padre mio, voi siate il molto ben venuto.<br />
	Giachetto, prima udendo ci&ograve; che il conte detto avea e poi veggendo quello che Perotto faceva, fu ad un&#39;ora da tanta maraviglia e da tanta allegrezza soprappreso, che appena sapeva che far si dovesse; ma pur, dando alle parole fede e vergognandosi forte di parole ingiuriose gi&agrave; da lui verso il conte ragazzo usate, piagnendo gli si lasci&ograve; cadere a&#39;piedi e umilmente d&#39;ogni oltraggio passato domand&ograve; perdonanza, la quale il conte assai benignamente, in pi&egrave; rilevatolo, gli diede.<br />
	E poi che i vari casi di ciascuno tutti e tre ragionati ebbero, e molto piantosi e molto rallegratosi insieme, volendo Perotto e Giachetto rivestire il conte, per niuna maniera il sofferse, ma volle che, avendo prima Giachetto certezza d&#39;avere il guiderdon promesso, cos&igrave; fatto e in quello abito di ragazzo, per farlo pi&ugrave; vergognare, gliele presentasse.<br />
	Giachetto adunque col conte e con Perotto appresso venne davanti al re e offerse di presentargli il conte e i figliuoli, dove, secondo la grida fatta, guiderdonare il dovesse. Il re prestamente per tutti fece il guiderdon venire maraviglioso agli occhi di Giachetto, e comand&ograve; che via il portasse dove con verit&agrave; il conte e i figliuoli dimostrasse come promettea. Giachetto allora, voltatosi indietro e davanti messosi il conte suo ragazzo e Perotto, disse:<br />
	- Monsignore, ecco qui il padre e &#39;l figliuolo; la figliuola, ch&#39;&egrave; mia mogliere, e non &egrave; qui, con l&#39;aiuto di Dio tosto vedrete.<br />
	Il re, udendo questo, guard&ograve; il conte e, quantunque molto da quello che esser solea trasmutato fosse, pur, dopo l&#39;averlo alquanto guardato, il riconobbe; e quasi con le lagrime in su gli occhi, lui che ginocchione stava lev&ograve; in piede, e il baci&ograve; e abbracci&ograve;, e amichevolmente ricevette Perotto, e comand&ograve; che incontanente il conte di vestimenti, di famiglia e di cavalli e d&#39;arnesi rimesso fosse in assetto, secondo che alla sua nobilit&agrave; si richiedea; la qual cosa tantosto fu fatta. Oltre a questo, onor&ograve; il re molto Perotto, e volle ogni cosa sapere di tutti i suoi preteriti casi.<br />
	E quando Giachetto prese gli alti guiderdoni per l&#39;avere insegnati il conte &egrave; figliuoli, gli disse il conte:<br />
	- Prendi cotesti doni dalla magnificenza di monsignore lo re, e ricordera&#39;ti di dire a tuo padre che i tuoi figliuoli, suoi e miei nepoti, non sono per madre nati di paltoniere.<br />
	Giachetto prese i doni, e fece a Parigi venir la moglie e la suocera, e vennevi la moglie di Perotto; e quivi in grandissima festa furon col conte, il quale il re avea in ogni suo ben rimesso e maggior fattolo che fosse giammai. Poi ciascuno colla sua licenzia torn&ograve; a casa sua, ed esso infino alla morte visse in Parigi pi&ugrave; gloriosamente che mai.</p>
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		<title>Giornata seconda &#8211; Novella settima</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 18:46:08 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il soldano di Babilonia ne manda una sua figliuola a marito al re del Garbo, la quale per diversi accidenti in spazio di quattro anni alle mani di nove uomini perviene in diversi luoghi; ultimamente, restituita al padre per pulcella, ne va al re del Garbo, come prima faceva, per moglie.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Forse non molto pi&ugrave; si sarebbe la novella d&#39;Emilia distesa, che la compassione avuta dalle giovani donne a&#39;casi di madama Beritola loro avrebbe condotte a lagrimare. Ma, poi che a quella fu posta fine, piacque alla reina che Panfilo seguitasse, la sua raccontando; per la qual cosa egli, che ubidientissimo era, incominci.<br />
	Malagevolmente, piacevoli donne, si pu&ograve; da noi conoscer quello che per noi si faccia, per ci che, se come assai volte s&#39;&egrave; potuto vedere, molti estimando, se essi ricchi divenissero, senza sollecitudine e sicuri poter vivere, quello non solamente con prieghi a Dio addomandarono, ma sollecitamente, non recusando alcuna fatica o pericolo, d&#39;acquistarlo cercarono; e, come che loro venisse fatto, trovarono chi per vaghezza di cos&igrave; ampia eredit&agrave; gli uccise, li quali avanti che arricchiti fossero amavan la vita loro. Altri di basso stato per mille pericolose battaglie, per mezzo il sangue de&#39;fratelli e degli amici loro saliti all&#39;altezza de&#39;regni, in quegli somma felicit&agrave; esser credendo, senza le infinite sollecitudini e paure di che piena la videro e sentirono, conobbero, non senza la morte loro, che nell&#39;oro alle mense reali si beveva il veleno. Molti furono che la forza corporale e la bellezza, e certi gli ornamenti, con appetito ardentissimo disiderarono, n&eacute; prima d&#39;aver mal disiderato s&#39;avvidero, che essi quelle cose loro di morte essere o di dolorosa vita cagione.<br />
	E acci&ograve; che io partitamente di tutti gli umani disideri non parli, affermo niuno poterne essere con pieno avvedimento, s&igrave; come sicuro da&#39;fortunosi casi, che da&#39;viventi si possa eleggere; per che, se dirittamente operar volessimo, a quello prendere e possedere ci dovremmo disporre che Colui ci donasse, il quale sol ci&ograve; che ci fa bisogno conosce e puolci dare. Ma per ci&ograve; che, come che gli uomini in varie cose pecchino disiderando, voi, graziose donne, sommamente peccate in una, cio&egrave; nel disiderare d&#39;esser belle, in tanto che, non bastandovi le bellezze che dalla natura concedute vi sono, ancora con maravigliosa arte quelle cercate d&#39;accrescere, mi piace di raccontarvi quanto sventuratamente fosse bella una saracina, alla quale in forse quattro anni avvenne per la sua bellezza di fare nuove nozze da nove volte.<br />
	Gi&agrave; &egrave; buon tempo passato che di Babilonia fu un soldano, il quale ebbe nome Beminedab, al quale ne&#39;suoi d&igrave; assai cose secondo il suo piacere avvennero. Aveva costui, tra gli altri suoi molti figliuoli e maschi e femine, una figliuola chiamata Alatiel, la quale, per quello che ciascuno che la vedeva dicesse, era la pi&ugrave; bella femina che si vedesse in quei tempi nel mondo; e per ci&ograve; che in una grande sconfitta, la quale aveva data ad una gran moltitudine d&#39;arabi che addosso gli eran venuti, l&#39;aveva maravigliosamente aiutato il re del Garbo, a lui, domandandogliele egli di grazia speziale, l&#39;aveva per moglie data, e lei con onorevole compagnia e d&#39;uomini e di donne e con molti nobili e ricchi arnesi fece sopra una nave bene armata e ben corredata montare, e a lui mandandola, l&#39;accomand&ograve; a Dio.<br />
	I marinari, come videro il tempo ben disposto, diedero le vele a&#39;venti e del porto d&#39;Alessandria si partirono e pi&ugrave; giorni felicemente navigarono; e gi&agrave; avendo la Sardigna passata, parendo loro alla fine del loro cammino esser vicini, si levarono subitamente un giorno diversi venti, li quali, essendo ciascuno oltre modo impetuoso, s&igrave; faticarono la nave dove la donna era e&#39;marinari, che pi&ugrave; volte per perduti si tennero. Ma pure, come valenti uomini, ogni arte e ogni forza operando, essendo da infinito mare combattuti, due d&igrave; sostennero; e surgendo gi&agrave; dalla tempesta cominciata la terza notte, e quella non cessando ma crescendo tutta fiata, non sappiendo essi dove si fossero n&eacute; potendolo per estimazion marinaresca comprendere n&eacute; per vista, per ci&ograve; che oscurissimo di nuvoli e di buia notte era il cielo, essendo essi non guari sopra Maiolica, sentirono la nave sdrucire.<br />
	Per la qual cosa, non veggendovi alcun rimedio al loro scampo, avendo a mente ciascun s&egrave; medesimo e non altrui, in mare gittarono un paliscalmo, e sopra quello pi&ugrave; tosto di fidarsi disponendo, che sopra la isdrucita nave, si gittarono i padroni; a&#39;quali appresso or l&#39;uno or l&#39;altro di quanti uomini erano nella nave, quantunque quelli che prima nel paliscalmo eran discesi colle coltella in mano il contradicessero, tutti si gittarono; e, credendosi la morte fuggire, in quella incapparono; per ci&ograve; che non potendone per la contrariet&agrave; del tempo tanti reggere il paliscalmo, andato sotto, tutti quanti perirono. E la nave, che da impetuoso vento era sospinta, quantunque sdrucita fosse e gi&agrave; presso che piena d&#39;acqua (non essendovi su rimasa altra persona che la donna e le sue femine, e quelle tutte per la tempesta del mare e per la paura vinte su per quella quasi morte giacevano), velocissimamente correndo, in una piaggia dell&#39;isola di Maiolica percosse; e fu tanta e s&igrave; grande la foga di quella, che quasi tutta si ficc&ograve; nella rena vicina al lito forse una gittata di pietra; e quivi dal mar combattuta, la notte, senza poter pi&ugrave; dal vento esser mossa, si stette.<br />
	Venuto il giorno chiaro e alquanto la tempesta acchetata, la donna, che quasi mezza morta era, alz&ograve; la testa, e cos&igrave; debole come era cominci&ograve; a chiamare ora uno e ora un altro della sua famiglia; ma per niente chiamava, ch&eacute; i chiamati eran troppo lontani. Per che, non sentendosi rispondere ad alcuno n&eacute; alcuno veggendone, si maravigli&ograve; molto e cominci&ograve; ad avere grandissima paura; e come meglio pot&egrave; levatasi, le donne che in compagnia di lei erano e l&#39;altre femine tutte vide giacere, e or l&#39;una e or l&#39;altra dopo molto chiamare tentando, poche ve ne trov&ograve; che avessono sentimento, s&igrave; come quelle che, tra per grave angoscia di stomaco e per paura morte s&#39;erano; di che la paura alla donna divenne maggiore. Ma nondimeno, strignendola necessit&agrave; di consiglio, per ci&ograve; che quivi tutta sola si vedeva, non conoscendo o sappiendo dove si fosse, pure stimol&ograve; tanto quelle che vive erano, che su le fece levare; e trovando quelle non sapere dove gli uomini andati fossero, e veggendo la nave in terra percossa e d&#39;acqua piena, con quelle insieme dolorosamente cominci&ograve; a piagnere.<br />
	E gi&agrave; era ora di nona, avanti che alcuna persona su per lo lito o in altra parte vedessero, a cui di s&eacute; potessero fare venire alcuna piet&agrave; ad aiutarle. In su la nona, per avventura da un suo luogo tornando, pass&ograve; quindi un gentile uomo, il cui nome era Pericon da Visalgo, con pi&ugrave; suoi famigli a cavallo, il quale, veggendo la nave, subitamente imagin&ograve; ci&ograve; che era e comand&ograve; ad un de&#39;famigli che senza indugio procacciasse di su montarvi e gli raccontasse ci&ograve; che vi fosse. Il famigliare, ancora che con difficult&agrave; il facesse, pur vi mont&ograve; su, e trov&ograve; la gentil giovane, con quella poca compagnia che avea, sotto il becco della proda della nave tutta timida star nascosa. Le quali, come costui videro, piagnendo pi&ugrave; volte misericordia addomandarono; ma, accorgendosi che intese non erano, n&eacute; esse lui intendevano, con atti s&#39;ingegnarono di dimostrare la loro disavventura.<br />
	Il famigliare, come pot&egrave; il meglio ogni cosa ragguardata, raccont&ograve; a Pericone ci&ograve; che su v&#39;era; il quale, prestamente fattone gi&ugrave; torre le donne e le pi&ugrave; preziose cose che in essa erano e che aver si potessono, con esse n&#39;and&ograve; ad un suo castello; e quivi con vivande e con riposo riconfortate le donne, comprese, per gli arnesi ricchi, la donna che trovata avea dovere essere gran gentil donna, e lei prestamente conobbe all&#39;onore che vedeva dall&#39;altre fare a lei sola. E quantunque pallida e assai male in ordine della persona per la fatica del mare allor fosse la donna, pur parevano le sue fattezze bellissime a Pericone; per la qual cosa subitamente seco diliber&ograve;, se ella marito non avesse, di volerla per moglie, e se per moglie avere non la potesse, di volere avere la sua amist&agrave;.<br />
	Era Pericone uomo di fiera vista e robusto molto; e avendo per alcun d&igrave; la donna ottimamente fatta servire, e per questo essendo ella riconfortata tutta, veggendola esso oltre ad ogni estimazione bellissima, dolente senza modo che lei intendere non poteva n&eacute; ella lui, e cos&igrave; non poter saper chi si fosse, acceso nondimeno della sua bellezza smisuratamente, con atti piacevoli e amorosi s&#39;ingegn&ograve; d&#39;inducerla a fare senza contenzione i suoi piaceri. Ma ci&ograve; era niente: ella rifiutava del tutto la sua dimestichezza; e intanto pi&ugrave; s&#39;accendeva l&#39;ardore di Pericone. Il che la donna veggendo, e gi&agrave; quivi per alcuni giorni dimorata, e per li costumi avvisando che tra cristiani era e in parte dove, se pure avesse saputo, il farsi conoscere le montava poco, avvisandosi che a lungo andare o per forza o per amore le converrebbe venire a dovere i piaceri di Pericon fare, con altezza d&#39;animo seco propose di calcare la miseria della sua fortuna, e alle sue femine, che pi&ugrave; che tre rimase non le ne erano, comand&ograve; che ad alcuna persona mai manifestassero chi fossero, salvo se in parte si trovassero dove aiuto manifesto alla lor libert&agrave; conoscessero; oltre a questo sommamente confortandole a conservare la loro castit&agrave;, affermando s&eacute; aver seco proposto che mai di lei se non il suo marito goderebbe. Le sue femine di ci&ograve; la commendarono, e dissero di servare al loro potere il suo comandamento.<br />
	Pericone, pi&ugrave; di giorno in giorno accendendosi, e tanto pi&ugrave; quanto pi&ugrave; vicina si vedeva la disiderata cosa e pi&ugrave; negata, e veggendo che le sue lusinghe non gli valevano, di spose lo &#39;ngegno e l&#39;arti, riserbandosi alla fine le forze. Ed essendosi avveduto alcuna volta che alla donna piaceva il vino, s&igrave; come a colei che usata non n&#39;era di bere per la sua legge che il vietava, con quello, s&igrave; come con ministro di Venere, s&#39;avvis&ograve; di poterla pigliare; e mostrando di non aver cura di ci&ograve; che ella si mostrava schifa, fece una sera, per modo di solenne festa, una bella cena, nella quale la donna venne; e in quella, essendo di molte cose la cena lieta, ordin&ograve; con colui che a lei serviva, che di vari vini mescolati le desse bere. Il che colui ottimamente fece; ed ella, che di ci&ograve; non si guardava, dalla piacevolezza del beveraggio tirata, pi&ugrave; ne prese che alla sua onest&agrave; non sarebbe richiesto; di che ella, ogni avversit&agrave; trapassata dimenticando, divenne lieta, e veggendo alcune femine alla guisa di Maiolica ballare, essa alla maniera alessandrina ball&ograve;.<br />
	Il che veggendo Pericone, esser gli parve vicino a quel che egli disiderava; e continuando in pi&ugrave; abbondanza di cibi e di beveraggi la cena, per grande spazio di notte la prolung&ograve;. Ultimamente, partitisi i convitati, colla donna solo se n&#39;entr&ograve; nella camera; la quale, pi&ugrave; calda di vino che d&#39;onest&agrave; temperata, quasi come se Pericone una delle sue femine fosse, senza alcuno ritegno di vergogna, in presenza di lui spogliatasi, se n&#39;entr&ograve; nel letto. Pericone non diede indugio a seguitarla; ma spento ogni lume, prestamente dall&#39;altra parte le si coric&ograve; allato, e in braccio recatalasi, senza alcuna contradizione di lei, con lei incominci&ograve; amorosamente a sollazzarsi; il che poi che ella ebbe sentito, non avendo mai davanti saputo con che corno gli uomini cozzano, quasi pentuta del non avere alle lusinghe di Pericone assentito, senza attendere d&#39;essere a cos&igrave; dolci notti invitata, spesse volte s&eacute; stessa invitava, non colle parole, ch&eacute; non si sapea fare intendere, ma co&#39;fatti.<br />
	A questo gran piacere di Pericone e di lei, non essendo la fortuna contenta d&#39;averla di moglie d&#39;un re fatta divenire amica d&#39;un castellano, le si par&ograve; davanti pi&ugrave; crudele amist&agrave;.<br />
	Aveva Pericone un fratello d&#39;et&agrave; di venticinque anni, bello e fresco come una rosa, il cui nome era Marato; il quale, avendo costei veduta ed essendogli sommamente piaciuta, parendogli, secondo che per gli atti di lei poteva comprendere, essere assai bene della grazia sua ed estimando che ci&ograve; che di lei disiderava niuna cosa gliele toglieva se non la solenne guardia che faceva di lei Pericone, cadde in un crudel pensiero, e al pensiero segu&igrave; senza indugio lo scelerato effetto.<br />
	Era allora per ventura nel porto della citt&agrave; una nave, la quale di mercatantia era carica per andare in Chiarenza in Romania, della quale due giovani genovesi eran padroni, e gi&agrave; aveva collata la vela per doversi, come buon vento fosse, partire; colli quali Marato convenutosi, ordin&ograve; come da loro colla donna la seguente notte ricevuto fosse. E questo fatto, faccendosi notte, seco ci&ograve; che far doveva avendo disposto, alla casa di Pericone, il quale di niente da lui si guardava, sconosciutamente se n&#39;and&ograve; con alcuni suoi fidatissimi compagni, li quali a quello che fare intendeva richiesti aveva, e nella casa, secondo l&#39;ordine tra lor posto, si nascose.<br />
	E poi che parte della notte fu trapassata, aperto a&#39;suoi compagni, l&agrave; dove Pericon colla donna dormiva n&#39;andarono, e quella aperta, Pericon dormente uccisono, e la donna desta e piagnente minacciando di morte, se alcun romore facesse, presero; e con gran parte delle pi&ugrave; preziose cose di Pericone, senza essere stati sentiti, prestamente alla marina n&#39;andarono, e quivi senza indugio sopra la nave se ne montarono Marato e la donna, e&#39;suoi compagni se ne tornarono.<br />
	I marinari, avendo buon vento e fresco, fecero vela al lor viaggio.<br />
	La donna amaramente e della sua prima sciagura e di questa seconda si dolfe molto; ma Marato, col santo Cresci-in-man che Iddio ci di&egrave;, la cominci&ograve; per s&igrave; fatta maniera a consolare, che ella, gi&agrave; con lui dimesticatasi, Pericone dimenticato avea; e gi&agrave; le pareva star bene, quando la fortuna l&#39;apparecchi&ograve; nuova tristizia, quasi non contenta delle passate. Per ci&ograve; che, essendo ella di forma bellissima, s&igrave; come gi&agrave; pi&ugrave; volte detto avemo, e di maniere laudevoli molto, s&igrave; forte di lei i due giovani padroni della nave s&#39;innamorarono che, ogn&#39;altra cosa dimenticatane, solamente a servirle e a piacerle intendevano, guardandosi sempre non Marato s&#39;accorgesse della cagione.<br />
	Ed essendosi l&#39;uno dell&#39;altro di questo amore avveduto, di ci&ograve; ebbero insieme segreto ragionamento, e convennersi di fare l&#39;acquisto di questo amor comune, quasi amore cos&igrave; questo dovesse patire, come la mercatantia o i guadagni fanno. E veggendola molto da Marato guardata, e per ci&ograve; alla loro intenzione impediti, andando un d&igrave; a vela velocissimamente la nave, e Marato standosi sopra la poppa e verso il mare riguardando, di niuna cosa da loro guardandosi, di concordia andarono e, lui prestamente di dietro preso, il gittarono in mare; e prima per ispazio di pi&ugrave; d&#39;un miglio dilungati furono, che alcuno si fosse pure avveduto Marato esser caduto in mare; il che sentendo la donna, e non veggendosi via da poterlo ricoverare, nuovo cordoglio sopra la nave a far cominci&ograve;.<br />
	Al conforto della quale i due amanti incontanente vennero, e con dolci parole e con promesse grandissime, quantunque ella poco intendesse, lei, che non tanto il perduto Marato quanto la sua sventura piagnea, s&#39;ingegnavan di racchetare. E dopo lunghi sermoni e una e altra volta con lei usati, parendo loro lei quasi avere racconsolata, a ragionamento vennero tra s&eacute; medesimi, qual prima di loro la dovesse con seco menare a giacere. E, volendo ciascuno essere il primo, n&eacute; potendosi in ci&ograve; tra loro alcuna concordia trovare, prima con parole grave e dura riotta incominciarono, e da quella accesi nell&#39;ira, messo mano alle coltella, furiosamente s&#39;andarono addosso, e pi&ugrave; colpi (non potendo quelli che sopra la nave erano dividergli) si diedono insieme, de&#39;quali incontanente l&#39;un cadde morto e l&#39;altro, in molte parti della persona gravemente fedito, rimase in vita. Il che dispiacque molto alla donna, s&igrave; come a colei che quivi sola senza aiuto o consiglio d&#39;alcun si vedea, e temeva forte non sopra lei l&#39;ira si volgesse de&#39;parenti e degli amici de&#39;due padroni; ma i prieghi del fedito e il prestamente pervenire a Chiarenza, dal pericolo della morte la liberarono. Dove col fedito insieme discese in terra, e con lui dimorando in uno albergo, subitamente corse la fama della sua gran bellezza per la citt&agrave;, e agli orecchi del prenze della Morea, il quale allora era in Chiarenza, pervenne; laonde egli veder la volle, e vedutola, e oltre a quello che la fama portava bella parendogli, s&igrave; forte di lei subitamente s&#39;innamor&ograve;, che ad altro non poteva pensare.<br />
	E avendo udito in che guisa quivi pervenuta fosse, s&#39;avvis&ograve; di doverla potere avere. E cercando de&#39;modi, e i parenti del fedito sappiendolo, senza altro aspettare, prestamente gliele mandarono; il che al prenze fu sommamente caro e alla donna altress&igrave;, per ci&ograve; che fuor d&#39;un gran pericolo esser le parve. Il prenze vedendola, oltre alla bellezza, ornata di costumi reali, non potendo altramenti saper chi ella si fosse, nobile donna dovere essere l&#39;estim&ograve;, e per tanto il suo amore in lei si raddoppi&ograve;; e onorevolmente molto tenendola, non a guisa d&#39;amica, ma di sua propia moglie la trattava.<br />
	Il perch&eacute;, avendo a&#39;trapassati mali alcun rispetto la donna e parendole assai bene stare, tutta riconfortata e lieta divenuta, in tanto le sue bellezze fiorirono, che di niuna altra cosa pareva che tutta la Romania avesse da favellare. Per la qual cosa al duca d&#39;Atene, giovane e bello e pro&#39;della persona, amico e parente del prenze, venne disidero di vederla; e mostrando di venirlo a visitare, come usato era talvolta di fare, con bella e onorevole compagnia se ne venne a Chiarenza, dove onorevolmente fu ricevuto e con gran festa.<br />
	Poi dopo alcuni d&igrave; venuti insieme a ragionamento delle bellezze di questa donna, domand&ograve; il duca se cos&igrave; era mirabil cosa come si ragionava. A cui il prenze rispose:<br />
	- Molto pi&ugrave;; ma di ci&ograve; non le mie parole, ma gli occhi tuoi voglio ti faccian fede.<br />
	A che sollecitando il duca il prenze, insieme n&#39;andarono l&agrave; dove ella era; la quale costumatamente molto e con lieto viso, avendo davanti sentita la lor venuta, gli ricevette; e in mezzo di loro fattala sedere, non si pot&egrave; di ragionar con lei prender piacere, per ci&ograve; che essa poco o niente di quella lingua intendeva. Per che ciascun lei, s&igrave; come maravigliosa cosa, guardava, e il duca massimamente, il quale appena seco poteva credere lei essere cosa mortale; e non accorgendosi, riguardandola, dell&#39;amoroso veleno che egli con gli occhi bevea, credendosi al suo piacer sodisfare mirandola, s&eacute; stesso miseramente impacci&ograve;, di lei ardentissimamente innamorandosi.<br />
	E poi che da lei insieme col prenze partito si fu ed ebbe spazio di poter pensare seco stesso, estimava il prenze sopra ogni altro felice, s&igrave; bella cosa avendo al suo piacere; e, dopo molti e vari pensieri, pesando pi&ugrave; il suo focoso amore che la sua onest&agrave;, diliber&ograve;, che che avvenir se ne dovesse, di privare di questa felicit&agrave; il prenze e s&eacute; a suo potere farne felice.<br />
	E avendo l&#39;animo al doversi avacciare, lasciando ogni ragione e ogni giustizia dall&#39;una delle parti, agl&#39;inganni tutto il suo pensier dispose; e un giorno, secondo l&#39;ordine malvagio da lui preso, insieme con un segretissimo cameriere del prenze, il quale avea nome Ciuriaci, segretissimamente tutti i suoi cavalli e le sue cose fece mettere in assetto per doversene andare; e la notte vegnente insieme con un compagno, tutti armati, messo fu dal predetto Ciuriaci nella camera del prenze chetamente, il quale egli vide che per lo gran caldo che era, dormendo la donna, esso tutto ignudo si stava ad una finestra volta alla marina a ricevere un venticello che da quella parte veniva. Per la qual cosa, avendo il suo compagno davanti informato di quello che avesse a fare, chetamente n&#39;and&ograve; per la camera infino alla finestra, e quivi con un coltello ferito il prenze per le reni, infino all&#39;altra parte il pass&ograve; e, prestamente presolo, dalla finestra il gitt&ograve; fuori.<br />
	Era il palagio sopra il mare, e alto molto, e quella finestra alla quale allora era il prenze, guardava sopra certe case dall&#39;impeto del mare fatte cadere, nelle quali rade volte o non mai andava persona; per che avvenne, s&igrave; come il duca davanti avea provveduto, che la caduta del corpo del prenze da alcuno non fu n&eacute; pot&egrave; esser sentita.<br />
	Il compagno del duca ci&ograve; veggendo esser fatto, prestamente un capestro da lui per ci&ograve; portato, faccendo vista di fare carezze a Ciuriaci, gli gitt&ograve; alla gola, e tir&ograve; s&igrave; che Ciuriaci niuno romore pot&egrave; fare; e sopraggiuntovi il duca, lui strangolarono, e dove il prenze gittato avea il gittarono. E questo fatto, manifestamente conoscendo s&eacute; non esser stati n&eacute; dalla donna n&eacute; da altrui sentiti, prese il duca un lume in mano, e quello port&ograve; sopra il letto, e chetamente tutta la donna, la quale fisamente dormiva, scoperse; e riguardandola tutta, la lod&ograve; sommamente, e se vestita gli era piaciuta, oltre ad ogni comparazione ignuda gli piacque. Per che, di pi&ugrave; caldo disio accesosi, non spaventato dal ricente peccato da lui commesso, con le mani ancor sanguinose, allato le si coric&ograve; e con lei, tutta sonnocchiosa e credente che il prenze fosse, si giacque.<br />
	Ma poi che alquanto con grandissimo piacere fu dimorato con lei, levatosi e fatto alquanti de&#39;suoi compagni quivi venire, fe&#39;prender la donna in guisa che romore far non potesse, e per una falsa porta, dond&#39;egli entrato era, trattala, e a caval messala, quanto pi&ugrave; pot&egrave; tacitamente, con tutti i suoi entr&ograve; in cammino, e verso Atene se ne torn&ograve;. Ma (per ci&ograve; che moglie aveva) non in Atene, ma ad un suo bellissimo luogo, che poco di fuori dalla citt&agrave; sopra il mare aveva, la donna pi&ugrave; che altra dolorosa mise, quivi nascosamente tenendola e faccendola onorevolmente di ci&ograve; che bisognava servire.<br />
	Avevano la seguente mattina i cortigiani del prenze infino a nona aspettato che &#39;1 prenze si levasse; ma niente sentendo, sospinti gli usci delle camere, che solamente chiusi erano, e niuna persona trovandovi, avvisando che occultamente in alcuna parte andato fosse per istarsi alcun d&igrave; a suo diletto con quella sua bella donna, pi&ugrave; non si dierono impaccio.<br />
	E cos&igrave; standosi, avvenne che il d&igrave; seguente un matto, entrato intra le ruine dove il corpo del prenze e di Ciuriaci erano, per lo capestro tir&ograve; fuori Ciuriaci, e andavaselo tirando dietro. Il quale non senza gran maraviglia fu riconosciuto da molti, li quali con lusinghe fattisi menare al matto l&agrave;, onde tratto l&#39;avea, quivi, con grandissimo dolore di tutta la citt&agrave;, quello del prenze trovarono, e onorevolmente il sepellirono; e de&#39;commettitori di cos&igrave; grande eccesso investigando, e veggendo il duca d&#39;Atene non esservi, ma essersi furtivamente partito, estimarono, cos&igrave; come era, lui dovere aver fatto questo e menatasene la donna. Per che prestamente in lor prenze un fratello del morto prenze sustituendo, lui alla vendetta con ogni lor potere incitarono; il quale, per pi&ugrave; altre cose poi accertato cos&igrave; essere come imaginato avieno, richiesti e amici e parenti e servidori di diverse parti, prestamente congreg&ograve; una bella e grande e poderosa oste, e a far guerra al duca d&#39;Atene si dirizz&ograve;.<br />
	Il duca, queste cose sentendo, a difesa di s&eacute; similmente ogni suo sforzo apparecchi&ograve;, e in aiuto di lui molti signor vennero, tra&#39;quali, mandati dallo imperadore di Costantino poli, furono Constanzio suo figliuolo e Manovello suo nepote, con bella e con gran gente; li quali dal duca onorevolemente ricevuti furono, e dalla duchessa pi&ugrave;, per ci&ograve; che loro sirocchia era.<br />
	Appressandosi di giorno in giorno pi&ugrave; alla guerra le cose, la duchessa, preso tempo, amenduni nella camera se gli fece venire, e quivi con lagrime assai e con parole molte tutta la istoria narr&ograve;, le cagioni della guerra mostrando e il dispetto a lei fatto dal duca della femina, la quale nascosamente si credeva tenere; e forte di ci&ograve; condogliendosi, gli preg&ograve; che allo onor del duca e alla consolazion di lei quello compenso mettessero, che per loro si potesse il migliore.<br />
	Sapevano i giovani tutto il fatto come stato era, e per ci&ograve;, senza troppo addomandar, la duchessa come seppero il meglio riconfortarono e di buona speranza la riempirono; e da lei informati dove stesse la donna, si dipartirono. E avendo molte volte udita la donna di maravigliosa bellezza commendare, disideraron di vederla e il duca pregarono che loro la mostrasse. Il quale, mal ricordandosi di ci&ograve; che al prenze avvenuto era per averla mostrata a lui, promise di farlo; e fatto in un bellissimo giardino (che nel luogo, dove la donna dimorava, era) apparecchiare un magnifico desinare, loro la seguente mattina con pochi altri compagni a mangiar con lei men&ograve;.<br />
	E sedendo Constanzio con lei, la cominci&ograve; a riguardare pieno di maraviglia, seco affermando mai s&igrave; bella cosa non aver veduta, e che per certo per iscusato si doveva avere il duca e qualunque altro che, per avere una cos&igrave; bella cosa, facesse tradimento o altra disonesta cosa; e una volta e altra mirandola, e pi&ugrave; ciascuna commendandola, non altramenti a lui avvenne che al duca avvenuto era. Per che, da lei innamorato partitosi, tutto il pensiero della guerra abbandonato, si diede a pensare come al duca torre la potesse, ottimamente a ciascuna persona il suo amor celando.<br />
	Ma, mentre che esso in questo fuoco ardeva, sopravenne il tempo d&#39;uscire contro al prenze, che gi&agrave; alle terre del duca s&#39;avvicinava; per che il duca e Constanzio e gli altri tutti, secondo l&#39;ordine dato, d&#39;Atene usciti, andarono a contrastare a certe frontiere, acci&ograve; che pi&ugrave; avanti non potesse il prenze venire. E quivi per pi&ugrave; d&igrave; dimorando, avendo sempre Constanzio l&#39;animo e &#39;1 pensiero a quella donna, imaginando che, ora che &#39;1 duca non l&#39;era vicino, assai bene gli potrebbe venir fatto il suo piacere, per aver cagione di tornarsi ad Atene si mostr&ograve; forte della persona disagiato; per che, con licenzia del duca, commessa ogni sua podest&agrave; in Manovello, ad Atene se ne venne alla sorella, e quivi, dopo alcun d&igrave;, messala nel ragionare del dispetto che dal duca le pareva ricevere per la donna la qual teneva, le disse che, dove ella volesse, egli assai bene di ci&ograve; l&#39;aiuterebbe, faccendola di col&agrave; ove era trarre e menarla via.<br />
	La duchessa, estimando Constanzio questo per amore di lei e non della donna fare, disse che molto le piacea, s&igrave; veramente dove in guisa si facesse che il duca mai non risapesse che essa a questo avesse consentito; il che Constanzio pienamente le promise. Per che la duchessa consent&igrave; che egli, come il meglio gli paresse, facesse.<br />
	Constanzio chetamente fece armare una barca sottile, e, quella una sera ne mand&ograve; vicina al giardino dove dimorava la donna, informati de&#39;suoi che su v&#39;erano quello che a fare avessero, e appresso con altri n&#39;and&ograve; al palagio dove era la donna; dove da quegli che quivi al servigio di lei erano fu lietamente ricevuto, e ancora dalla donna, e con esso lui da&#39;suoi servidori accompagnata e da&#39;compagni di Constanzio, s&igrave; come gli piacque, se n&#39;and&ograve; nel giardino. E quasi alla donna da parte del duca parlar volesse con lei verso una porta che sopra il mare usciva solo se n&#39;and&ograve;, la quale gi&agrave; essendo da uno de suoi compagni aperta, e quivi col segno dato chiamata la barca, fattala prestamente prendere e sopra la barca porre, rivolto alla famiglia di lei disse:<br />
	- Niuno se ne muova n&eacute; faccia motto, se egli non vuol morire, per ci&ograve; che io intendo non di rubare al duca la femina sua, ma di torre via l&#39;onta la quale egli fa alla mia sorella.<br />
	A questo niuno ard&igrave; di rispondere; per che Constanzio co&#39;suoi sopra la barca montato e alla donna che piagnea accostatosi, comand&ograve; che de&#39;remi dessero in acqua e andasser via. Li quali, non vogando ma volando, quasi in sul d&igrave; del seguente giorno ad Egina pervennero.<br />
	Quivi in terra discesi e riposandosi, Constanzio colla donna, che la sua sventurata bellezza piagnea, si sollazz&ograve;; quindi, rimontati in su la barca, infra pochi giorni pervennero a Chios, e quivi, per tema delle riprensioni del padre e che la donna rubata non gli fosse tolta, piacque a Constanzio, come in sicuro luogo, di rimanersi; dove pi&ugrave; giorni la bella donna pianse la sua disavventura; ma pur poi da Constanzio riconfortata, come l&#39;altre volte fatto avea, s&#39;incominci&ograve; a prendere piacere di ci&ograve; che la fortuna avanti l&#39;apparecchiava.<br />
	Mentre queste cose andavano in questa guisa, Osbech, allora re de&#39;turchi, il quale in continua guerra stava collo imperadore, in questo tempo venne per caso alle Smirre; e quivi udendo come Constanzio in lasciva vita con una sua donna, la quale rubata avea, senza alcun provedimento si stava in Chios, con alcuni legnetti armati l&agrave; andatone una notte e tacitamente colla sua gente nella terra entrato, molti sopra le letta ne prese prima che s&#39;accorgessero li nemici esser sopravenuti; e ultimamente alquanti, che, risentiti, erano all&#39;arme corsi, n&#39;uccisero; e arsa tutta la terra, e la preda e&#39;prigioni sopra le navi posti, verso le Smirre si ritornarono.<br />
	Quivi pervenuti, trovando Osbech, che giovane uomo era, nel riveder della preda, la bella donna, e conoscendo questa esser quella che con Constanzio era stata sopra il letto dormendo presa, fu sommamente contento veggendola; e senza niuno indugio sua moglie la fece e celebr&ograve; le nozze e con lei si giacque pi&ugrave; mesi lieto.<br />
	Lo &#39;mperadore, il quale, avanti che queste cose avvenissero, aveva tenuto trattato con Basano re di Capadocia, acci&ograve; che sopra Osbech dall&#39;una parte con le sue forze discendesse, ed egli colle sue l&#39;assalirebbe dall&#39;altra, n&eacute; ancora pienamente l&#39;aveva potuto fornire, per ci&ograve; che alcune cose le quali Basano addomandava, s&igrave; come meno convenevoli, non aveva voluto fare, sentendo ci&ograve; che al figliuolo era avvenuto, dolente fuor di misura, senza alcuno indugio ci&ograve; che il re di Capadocia domandava fece, e lui quanto pi&ugrave; pot&egrave; allo scendere sopra Osbech sollecit&ograve;, apparecchiandosi egli d&#39;altra parte d&#39;andargli addosso.<br />
	Osbech, sentendo questo, il suo essercito ragunato, prima che da due potentissimi signori fosse stretto in mezzo, and&ograve; contro al re di Capadocia, lasciata nelle Smirre a guardia d&#39;un suo fedel famigliare e amico la sua bella donna, e col re di Capadocia dopo alquanto tempo affrontatosi combatt&eacute;, e fu nella battaglia morto e il suo essercito sconfitto e disperso. Per che Basano vittorioso cominci&ograve; liberamente a venirsene verso le Smirre, e vegnendo, ogni gente a lui, s&igrave; come a vincitore, ubbidiva.<br />
	Il famigliare d&#39;Osbech, il cui nome era Antioco, a cui la bella donna era a guardia rimasa, ancora che attempato fosse, veggendola cos&igrave; bella, senza servare al suo amico e signor fede, di lei s&#39;innamor&ograve;; e sappiendo la lingua di lei (il che molto a grado l&#39;era, s&igrave; come a colei alla quale parecchi anni a guisa quasi di sorda e di mutola era convenuta vivere, per lo non aver persona inteso, n&eacute; essa essere stata intesa da persona), da amore incitato, cominci&ograve; seco tanta famigliarit&agrave; a pigliare in pochi d&igrave;, che non dopo molto, non avendo riguardo al signor loro che in arme e in guerra era, fecero la dimestichezza non solamente amichevole, ma amorosa divenire, l&#39;uno dell&#39;altro pigliando sotto le lenzuola maraviglioso piacere.<br />
	Ma sentendo costoro Osbech essere vinto e morto, e Basano ogni cosa venir pigliando, insieme per partito presero di quivi non aspettarlo; ma, presa grandissima parte delle pi&ugrave; care cose che quivi eran d&#39;Osbech, insieme nascosamente se n&#39;andarono a Rodi; e quivi non guari di tempo dimorarono, che Antioco inferm&ograve; a morte. Col quale tornando per ventura un mercatante cipriano, da lui molto amato e sommamente suo amico, sentendosi egli verso la fine venire, pens&ograve; di volere e le sue cose e la sua cara donna lasciare a lui. E gi&agrave; alla morte vicino, amenduni gli chiam&ograve;, cos&igrave; dicendo:<br />
	- Io mi veggio senza alcun fallo venir meno; il che mi duole, per ci&ograve; che di vivere mai non mi giov&ograve; come or faceva. E&#39; il vero che d&#39;una cosa contentissimo muoio, per ci&ograve; che, pur dovendo morire, mi veggio morire nelle braccia di quelle due persone le quali io pi&ugrave; amo che alcune altre che al mondo ne sieno, cio&egrave; nelle tue, carissimo amico, e in quelle di questa donna, la quale io pi&ugrave; che me medesimo ho amata poscia che io la conobbi. E&#39; il vero che grave m&#39;&egrave;, lei sentendo qui forestiera e senza aiuto e senza consiglio, morendomi io, rimanere; e pi&ugrave; sarebbe grave ancora, se io qui non sentissi te, il quale io credo che quella cura di lei avrai per amor di me, che di me medesimo avresti; e per ci&ograve; quanto pi&ugrave; posso ti priego, che s&#39;egli avviene che io muoia, che le mie cose ed ella ti sieno raccomandate, e quello dell&#39;une e dell&#39;altra facci, che credi che sia consolazione dell&#39;anima mia. E te, carissima donna, priego che dopo la mia morte me non dimentichi, acci&ograve; che io di l&agrave; vantar mi possa, che io di qua amato sia dalla pi&ugrave; bella donna che mai formata fosse dalla natura. Se di queste due cose voi mi darete intera speranza, senza niun dubbio n&#39;andr&ograve; consolato.<br />
	L&#39;amico mercatante e la donna similmente, queste parole udendo, piagnevano; e avendo egli detto, il confortarono e promisongli sopra la lor fede di quel fare che egli pregava, se avvenisse che el morisse. Il quale non stette guari che trapass&ograve; e da loro fu onorevolmente fatto sepellire.<br />
	Poi, pochi d&igrave; appresso, avendo il mercatante cipriano ogni suo fatto in Rodi spacciato e in Cipri volendosene tornare sopra una cocca di catalani che v&#39;era, domand&ograve; la bella donna quello che far volesse, con ci&ograve; fosse cosa che a lui convenisse in Cipri tornare. La donna rispose che con lui, se gli piacesse, volentieri se n&#39;andrebbe, sperando che per amor d&#39;Antioco da lui come sorella sarebbe trattata e riguardata. Il mercatante rispose che d&#39;ogni suo piacere era contento; e acci&ograve; che da ogni ingiuria che sopravenire le potesse avanti che in Cipri fosser la difendesse, disse che era sua moglie. E sopra la nave montati, data loro una cameretta nella poppa, acci&ograve; che i fatti non paressero alle parole contrari, con lei in uno lettuccio assai piccolo si dormiva. Per la qual cosa avvenne quello che n&eacute; dell&#39;un n&eacute; dell&#39;altro nel partir da Rodi era stato intendimento, cio&egrave; che incitandogli il buio e l&#39;agio e &#39;1 caldo del letto, le cui forze non son piccole, dimenticata l&#39;amist&agrave; e l&#39;amor d&#39;Antioco morto, quasi da iguale appetito tirati, cominciatisi a stuzzicare insieme, prima che a Baffa giugnessero, l&agrave; onde era il cipriano, insieme fecero parentado; e a Baffa pervenuti, pi&ugrave; tempo insieme col mercatante si stette.<br />
	Avvenne per ventura che a Baffa venne per alcuna sua bisogna un gentile uomo, il cui nome era Antigono, la cui et&agrave; era grande, ma il senno maggiore, e la ricchezza piccola; per ci&ograve; che in assai cose intramettendosi egli ne&#39;servigi del re di Cipri, gli era la fortuna stata contraria. Il quale, passando un giorno davanti la casa dove la bella donna dimorava, essendo il cipriano mercatante andato con sua mercatantia in Erminia, gli venne per ventura ad una finestra della casa di lei questa donna veduta, la quale, per ci&ograve; che bellissima era, fiso cominci&ograve; a riguardare, e cominci&ograve; seco stesso a ricordarsi di doverla avere altra volta veduta, ma il dove in niuna maniera ricordar si poteva.<br />
	La bella donna, la quale lungamente trastullo della fortuna era stata, appressandosi il termine nel quale i suoi mali dovevano aver fine, come ella Antigono vide, cos&igrave; si ricord&ograve; di lui in Alessandria ne&#39;servigi del padre in non piccolo stato aver veduto; per la qual cosa subita speranza prendendo di dover potere ancora nello stato real ritornare per lo colui consiglio, non sentendovi il mercatante suo, come pi&ugrave; tosto pot&egrave;, si fece chiamare Antigono. Il quale a lei venuto, ella vergognosamente domand&ograve; se egli Antigono di Famagosta fosse, s&igrave; come ella credeva. Antigono rispose del s&igrave;, e oltre a ci&ograve; disse:<br />
	- Madonna, a me par voi riconoscere, ma per niuna cosa mi posso ricordar dove, per che io vi priego, se grave non v&#39;&egrave;, che a memoria mi riduciate chi voi siete.<br />
	La donna, udendo che desso era, piagnendo forte gli si gitt&ograve; colle braccia al collo, e dopo alquanto, lui che forte si maravigliava domand&ograve; se mai in Alessandria veduta l&#39;avesse. La qual domanda udendo Antigono, incontanente riconobbe costei essere Alatiel figliuola del soldano, la quale morta in mare si credeva che fosse, e vollele fare la debita reverenza; ma ella nol sostenne e pregollo che seco alquanto si sedesse. La qual cosa da Antigono fatta, egli reverentemente la domand&ograve; come e quando e donde quivi venuta fosse, con ci&ograve; fosse cosa che per tutta terra d&#39;Egitto s&#39;avesse per certo lei in mare, gi&agrave; eran pi&ugrave; anni passati, essere annegata.<br />
	A cui la donna disse:<br />
	- Io vorrei bene che cos&igrave; fosse stato pi&ugrave; tosto che avere avuta la vita la quale avuta ho, e credo che mio padre vorrebbe il simigliante, se giammai il sapr&agrave; -; e cos&igrave; detto ricominci&ograve; maravigliosamente a piagnere.<br />
	Per che Antigono le disse:<br />
	- Madonna, non vi sconfortate prima che vi bisogni; se vi piace, narratemi i vostri accidenti e che vita sia stata la vostra; per avventura l&#39;opera potr&agrave; essere andata in modo che noi ci troveremo collo aiuto di Dio buon compenso.<br />
	- Antigono,- disse la bella donna &#8211; a me parve, come io ti vidi, vedere il padre mio, e da quello amore e da quella tenerezza, che io a lui tenuta son di portare, mossa, potendomiti celare, mi ti feci palese, e di poche persone sarebbe potuto addivenire d&#39;aver vedute, delle quali io tanto contenta fossi, quanto sono d&#39;aver te innanzi ad alcuno altro veduto e riconosciuto; e per ci&ograve; quello che nella mia malvagia fortuna ho sempre tenuto nascoso, a te, s&igrave; come a padre, paleser&ograve;. Se vedi, poi che udito l&#39;avrai, di potermi in alcuno modo nel mio pristino stato tornare, priegoti l&#39;adoperi; se nol vedi, ti priego che mai ad alcuna persona dichi d&#39;avermi veduta o di me avere alcuna cosa sentita.<br />
	E questo detto, sempre piagnendo, ci&ograve; che avvenuto l&#39;era dal d&igrave; che in Maiolica ruppe infino a quel punto, gli raccont&ograve;. Di che Antigono pietosamente a piagnere cominci&ograve;; e poi che alquanto ebbe pensato, disse:<br />
	- Madonna, poi che occulto &egrave; stato ne&#39;vostri infortuni chi voi siete, senza fallo pi&ugrave; cara che mai vi render&ograve; al vostro padre, e appresso per moglie al re del Garbo.<br />
	E, domandato da lei del come, ordinatamente ci&ograve; che da far fosse le dimostr&ograve;; e acci&ograve; che altro per indugio intervenir non potesse, di presente si torn&ograve; Antigono in Famagosta, e fu al re, al qual disse:<br />
	- Signor mio, se a voi aggrada, voi potete ad una ora a voi far grandissimo onore, e a me, che povero sono per voi, grande utile senza gran vostro costo.<br />
	Il re domand&ograve; come. Antigono allora disse:<br />
	- A Baffa &egrave; pervenuta la bella giovane figliuola del soldano, di cui &egrave; stata cos&igrave; lunga fama che annegata era, e per servare la sua onest&agrave; grandissimo disagio ha sofferto lungamente, e al presente &egrave; in povero stato e disidera di tornarsi al padre. Se a voi piacesse di mandargliele sotto la mia guardia questo sarebbe grande onor di voi, e di me gran bene; n&eacute; credo che mai tal servigio di mente al soldano uscisse.<br />
	Il re, da una reale onest&agrave; mosso, subitamente rispose che gli piacea; e onoratamente per lei mandando, a Famagosta la fece venire, dove da lui e dalla reina con festa inestimabile e con onor magnifico fu ricevuta. La qual poi dal re e dalla reina de&#39;suoi casi addomandata, secondo l&#39;ammaestramento datole da Antigono rispose e cont&ograve; tutto.<br />
	E pochi d&igrave; appresso, addomandandolo ella, il re, con bella e onorevole compagnia d&#39;uomini e di donne, sotto il governo d&#39;Antigono la rimand&ograve; al soldano; dal quale se con festa fu ricevuta niun ne dimandi, e Antigono similmente con tutta la sua compagnia. La quale poi che alquanto fu riposata, volle il soldano sapere come fosse che viva fosse, e dove tanto tempo dimorata, senza mai avergli fatto di suo stato alcuna cosa sentire.<br />
	La donna, la quale ottimamente gli ammaestramenti d&#39;Antigono aveva tenuti a mente, appresso al padre cos&igrave; cominci&ograve; a parlare:<br />
	- Padre mio, forse il ventesimo giorno dopo la mia partita da voi, per fiera tempesta la nostra nave, sdrucita, percosse a certe piaggie l&agrave; in ponente, vicine d&#39;un luogo chiamato Aguamorta una notte; e che che degli uomini, che sopra la nostra nave erano, s&#39;avvenisse, io nol so n&eacute; seppi giammai; di tanto mi ricorda che, venuto il giorno, e io quasi di morte a vita risurgendo, essendo gi&agrave; la stracciata nave da&#39;paesani veduta ed essi a rubar quella di tutta la contrada corsi, io con due delle mie femine prima sopra il lito poste fummo, e incontanente da&#39;giovani prese, chi qua con una e chi l&agrave; con un&#39;altra cominciarono a fuggire. Che di loro si fosse io nol seppi mai; ma, avendo me contrastante due giovani presa e per le trecce tirandomi, piagnendo io sempre forte, avvenne che, passando costoro che mi tiravano una strada per entrare in un grandissimo bosco, quattro uomini in quella ora di quindi passavano a cavallo, li quali come quegli che mi tiravano vidono, cos&igrave; lasciatami prestamente presero a fuggire.<br />
	Li quattro uomini, li quali nel sembiante assai autorevoli mi parevano, veduto ci&ograve;, corsero dove io era e molto mi domandarono, e io dissi molto, ma n&eacute; da loro fui intesa n&eacute; io loro intesi. Essi, dopo lungo consiglio, postami sopra uno de&#39;lor cavalli, mi menarono ad uno monastero di donne secondo la lor legge religiose, e quivi, che che essi dicessero, io fui da tutte benignamente ricevuta e onorata sempre, e con gran divozione con loro insieme ho poi servito a san Cresci in Val Cava, a cui le femine di quel paese voglion molto bene. Ma, poi che per alquanto tempo con loro dimorata fui, e gi&agrave; alquanto avendo della loro lingua apparata, domandandomi esse chi io fossi e donde, e io conoscendo l&agrave; dove io era e temendo, se il vero dicessi, non fossi da lor cacciata s&igrave; come nemica della lor legge, risposi che io era figliuola d&#39;un gran gentile uomo di Cipri, il quale mandandomene a marito in Creti, per fortuna quivi eravam corsi e rotti.<br />
	E assai volte in assai cose, per tema di peggio, servai i lor costumi; e domandata dalla maggiore di quelle donne, la quale elle appellan badessa, se in Cipri tornare me ne volessi, risposi che niuna cosa tanto desiderava; ma essa, tenera del mio onore, mai ad alcuna persona fidar non mi volle che verso Cipri venisse, se non, forse due mesi sono, venuti quivi certi buoni uomini di Francia colle loro donne, de&#39;quali alcun parente v&#39;era della badessa, e sentendo essa che in Jerusalem andavano a visitare il Sepolcro, dove colui cui tengon per Iddio fu sepellito poi che da&#39;giudei fu ucciso, a loro mi raccomand&ograve;, e pregogli che in Cipri a mio padre mi dovessero presentare.<br />
	Quanto questi gentili uomini m&#39;onorassono e lietamente mi ricevessero insieme colle lor donne, lunga istoria sarebbe a raccontare. Saliti adunque sopra una nave, dopo pi&ugrave; giorni pervenimmo a Baffa; e quivi veggendomi pervenire, n&eacute; persona conoscendomi n&eacute; sappiendo che dovermi dire a&#39;gentili uomini che a mio padre mi volean presentare, secondo che loro era stato imposto dalla veneranda donna, m&#39;apparecchi&ograve; Iddio, al qual forse di me incresceva, sopra il lito Antigono in quella ora che noi a Baffa smontavamo; il quale io prestamente chiamai, e in nostra lingua, per non essere da&#39;gentili uomini n&eacute; dalle lor donne intesa, gli dissi che come figliuola mi ricevesse. Egli prestamente m&#39;intese; e fattami la festa grande, quegli gentili uomini e quelle donne secondo la sua povera possibilit&agrave; onor&ograve;, e me ne men&ograve; al re di Cipri, il quale con quello onor mi ricevette e qui a voi m&#39;ha rimandata, che mai per me raccontare non si potrebbe. Se altro a dir ci resta, Antigono, che molte volte da me ha questa mia fortuna udita, il racconti.<br />
	Antigono allora al soldano rivolto disse:<br />
	- Signor mio, ordinatissimamente s&igrave; come ella m&#39;ha pi&ugrave; volte detto e come quegli gentili uomini colli quali venne mi dissero, v&#39;ha raccontato. Solamente una parte v&#39;ha lasciata a dire, la quale io estimo che, per ci&ograve; che bene non sta a lei di dirlo, l&#39;abbia fatto; e questo &egrave;, quanto quegli gentili uomini e donne, colli quali venne, dicessero della onesta vita la quale con le religiose donne aveva tenuta e della sua virt&ugrave; e de&#39;suoi laudevoli costumi, e delle lagrime e del pianto che fecero e le donne e gli uomini quando, a me restituitola, si partiron da lei. Delle quali cose se io volessi a pien dire ci&ograve; che essi mi dissero, non che il presente giorno, ma la seguente notte non ci basterebbe; tanto solamente averne detto voglio che basti, che (secondo che le loro parole mostravano e quello ancora che io n&#39;ho potuto vedere) voi vi potete vantare d&#39;avere la pi&ugrave; bella figliuola e la pi&ugrave; onesta e la pi&ugrave; valorosa che altro signore che oggi corona porti.<br />
	Di queste cose fece il soldano maravigliosissima festa e pi&ugrave; volte preg&ograve; Iddio che grazia gli concedesse di poter degni meriti rendere a chiunque avea la figliuola onorata, e massimamente al re di Cipri, per cui onoratamente gli era stata rimandata; e appresso alquanti d&igrave;, fatti grandissimi doni apparecchiare ad Antigono, al tornarsi in Cipri il licenzi&ograve;, al re per lettere e per speziali ambasciadori grandissime grazie rendendo di ci&ograve; che fatto aveva alla figliuola.<br />
	Appresso questo, volendo che quello che cominciato era avesse effetto, cio&egrave; che ella moglie fosse del re del Garbo, a lui ogni cosa signific&ograve; pienamente, scrivendoli oltre a ci&ograve; che, se gli piacesse d&#39;averla, per lei si mandasse. Di ci&ograve; fece il re del Garbo gran festa, e mandato onorevolmente per lei, lietamente la ricevette. Ed essa che con otto uomini forse diecemilia volte giaciuta era, allato a lui si coric&ograve; per pulcella, e fecegliele credere che cos&igrave; fosse; e reina con lui lietamente poi pi&ugrave; tempo visse. E perci&ograve; si disse: &#8211; Bocca baciata non perde ventura, anzi rinnuova come fa la luna.</p>
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		<title>Giornata seconda &#8211; Novella sesta</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Dec 2011 18:44:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il decamerone]]></category>
		<category><![CDATA[tette]]></category>

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		<description><![CDATA[Madonna Beritola, con due cavriuoli sopra una isola trovata, avendo due figliuoli perduti, ne va in Lunigiana; quivi l'un de'figliuoli col signor di lei si pone e colla figliuola di lui giace ed è messo in prigione. Cicilia ribellata al re Carlo, e il figliuolo riconosciuto dalla madre, sposa la figliuola del suo signore e il suo fratello ritrova e in grande stato ritornano.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Avevan le donne parimente e i giovani riso molto de&#39;casi d&#39;Andreuccio dalla Fiammetta narrati, quando Emilia, sentendo la novella finita, per comandamento della reina, cos&igrave; cominci&ograve;.<br />
	Gravi cose e noiose sono i movimenti vari della Fortuna, de&#39;quali perch&eacute; quante volte alcuna cosa si parla, tante &egrave; un destare delle nostre menti, le quali leggiermente s&#39;addormentano nelle sue lusinghe, giudico mai rincrescer non dover l&#39;ascoltare e a&#39;felici e agli sventurati, in quanto li primi rende avvisati e i secondi consola. E per ci&ograve;, quantunque<br />
	gran cose dette ne sieno avanti, io intendo di raccontarvene una novella non meno vera che pietosa; la quale, ancora che lieto fine avesse, fu tanta e s&igrave; lunga l&#39;amaritudine, che appena che io possa credere che mai da letizia seguita si raddolcisse.<br />
	Carissime donne, voi dovete sapere che appresso la morte di Federigo secondo imperadore fu re di Cicilia coronato Manfredi, appo il quale in grandissimo stato fu un gentile uomo di Napoli chiamato Arrighetto Capece, il quale per moglie avea una bella e gentil donna similmente napoletana, chiamata madonna Beritola Caracciola. Il quale Arrighetto, avendo il governo dell&#39;isola nelle mani, sentendo che il re Carlo primo avea a Benevento vinto e ucciso Manfredi, e tutto il regno a lui si rivolgea, avendo poca sicurt&agrave; della corta fede de&#39;ciciliani e non volendo suddito divenire del nimico del suo signore, di fuggire s&#39;apparecchiava. Ma questo da&#39; ciciliani conosciuto, subitamente egli e molti altri amici e servitori del re Manfredi furono per prigioni dati al re Carlo, e la possessione dell&#39;isola appresso.<br />
	Madonna Beritola in tanto mutamento di cose, non sappiendo che d&#39;Arrighetto si fosse e sempre di quello che era avvenuto temendo, per tema di vergogna, ogni sua cosa lasciata, con un suo figliuolo d&#39;et&agrave; forse d&#39;otto anni, chiamato Giusfredi, e gravida e povera, montata sopra una barchetta, se ne fugg&igrave; a Lipari, e quivi partor&igrave; un altro figliuol maschio, il quale nomin&ograve; lo Scacciato; e presa una balia, con tutti sopra un legnetto mont&ograve; per tornarsene a Napoli a&#39;suoi parenti. Ma altramenti avvenne che il suo avviso; perci&ograve; che per forza di vento il legno, che a Napoli andar dovea, fu trasportato all&#39;isola di Ponzo, dove, entrati in un picciol seno di mare, cominciarono ad attender tempo al loro viaggio.<br />
	Madama Beritola, come gli altri, smontata in su l&#39;isola e sopra quella un luogo solitario e rimoto trovato, quivi a dolersi del suo Arrighetto si mise tutta sola. E questa maniera ciascun giorno tenendo, avvenne che, essendo ella al suo dolersi occupata, senza che alcuno o marinaro o altri se n&#39;accorgesse, una galea di corsari sopravvenne, la quale tutti a man salva gli prese, e and&ograve; via.<br />
	Madama Beritola, finito il suo diurno lamento, tornata al lito per rivedere i figliuoli, come usata era di fare, niuna persona vi trov&ograve;; di che prima si maravigli&ograve;, e poi, subitamente di quello che avvenuto era sospettando, gli occhi infra &#39;l mare sospinse, e vide la galea, non molto ancora allungata, dietro tirarsi il legnetto; per la qual cosa ottimamente conobbe, s&igrave; come il marito, aver perduti i figliuoli; e povera e sola e abbandonata, senza saper dove mai alcuno doversene ritrovare, quivi vedendosi, tramortita, il marito &egrave; figliuoli chiamando, cadde in su &#39;l lito.<br />
	Quivi non era chi con acqua fredda o con altro argomento le smarrite forze rivocasse; per che a bello agio poterono gli spiriti andar vagando dove lor piacque; ma, poi che nel misero corpo le partite forze insieme colle lagrime e col pianto tornate furono, lungamente chiam&ograve; i figliuoli, e molto per ogni caverna gli and&ograve; cercando. Ma poi che la sua fatica conobbe vana e vide la notte sopravvenire, sperando e non sappiendo che, di s&eacute; medesima alquanto divenne sollicita, e dal lito partitasi, in quella caverna, dove di piagnere e di dolersi era usa, si ritorn&ograve;.<br />
	E poi che la notte con molta paura e con dolore inestimabile fu passata, e il d&igrave; nuovo venuto, e gi&agrave; l&#39;ora della terza valicata, essa, che la sera avanti cenato non avea, da fame costretta, a pascere l&#39;erbe si diede; e, pasciuta come pot&egrave;, piagnendo, a vari pensieri della sua futura vita si diede. N&egrave; quali mentre ella dimorava, vide venire una cavriuola ed entrare ivi vicino in una caverna, e dopo alquanto uscirne e per lo bosco andarsene; per che ella, levatasi, l&agrave; entr&ograve; donde uscita era la cavriuola, e videvi due cavriuoli forse il d&igrave; medesimo nati, li quali le parevano la pi&ugrave; dolce cosa del mondo e la pi&ugrave; vezzosa; e, non essendolesi ancora del nuovo parto rasciutto il latte del petto, quegli teneramente prese e al petto gli si pose. Li quali, non rifiutando il servigio, cos&igrave; lei poppavano come la madre avrebber fatto; e d&#39;allora innanzi dalla madre a lei niuna distinzion fecero. Per che, parendo alla gentil donna avere nel diserto luogo alcuna compagnia trovata, l&#39;erbe pascendo e bevendo l&#39;acqua, e tante volte piagnendo quante del marito e de&#39;figliuoli e della sua preterita vita si ricordava, quivi e a vivere e a morire s&#39;era disposta, non meno dimestica della cavriuola divenuta che de&#39;figliuoli.<br />
	E cos&igrave; dimorando la gentil donna divenuta fiera, avvenne dopo pi&ugrave; mesi che per fortuna similmente quivi arriv&ograve; un legnetto di pisani, dove ella prima era arrivata, e pi&ugrave; giorni vi dimor&ograve;.<br />
	Era sopra quel legno un gentile uomo chiamato Currado de&#39;marchesi Malespini con una sua donna valorosa e santa; e venivano di pellegrinaggio da tutti i santi luoghi li quali nel regno di Puglia sono, e a casa loro se ne tornavano. Il quale, per passare malinconia, insieme colla sua donna e con alcuni suoi famigliari e con suoi cani, un d&igrave; ad andare fra l&#39;isola si mise, e non guari lontano al luogo, dove era madama Beritola, cominciarono i cani di Currado a seguire i due cavriuoli, li quali gi&agrave; grandicelli pascendo andavano; li quali cavriuoli da&#39;cani cacciati, in nulla altra parte fuggirono che alla caverna dove era madama Beritola.<br />
	La quale, questo vedendo, levata in pi&egrave; e preso un bastone, li cani mand&ograve; indietro; e quivi Currado e la sua donna, che i lor cani seguitavano, sopravvenuti, vedendo costei, che bruna e magra e pilosa divenuta era, si maravigliarono, ed ella molto pi&ugrave; di loro. Ma poi che a&#39;prieghi di lei ebbe Currado i suoi cani tirati indietro, dopo molti prieghi la piegarono a dire chi ella fosse e che quivi facesse; la quale pienamente ogni sua condizione e ogni suo accidente e il suo fiero proponimento loro aperse. Il che udendo Currado, che molto bene Arrighetto Capece conosciuto avea, di compassion pianse, e con parole assai s&#39;ingegn&ograve; di rimuoverla da proponimento s&igrave; fiero, offerendole di rimenarla a casa sua o di seco tenerla in quello onore che sua sorella, e stesse tanto che Iddio pi&ugrave; lieta fortuna le mandasse innanzi. Alle quali proferte non piegandosi la donna, Currado con lei lasci&ograve; la moglie e le disse che da mangiare quivi facesse venire, e lei, che tutta era stracciata, d&#39;alcuna delle sue robe rivestisse e del tutto facesse che seco la ne menasse.<br />
	La gentil donna con lei rimasa, avendo prima molto con madama Beritola pianto de&#39;suoi infortuni, fatti venire vestimenti e vivande, colla maggior fatica del mondo a prendergli e a mangiar la condusse; e ultimamente, dopo molti prieghi, affermando ella di mai non volere andare ove conosciuta fosse, la &#39;ndusse a doversene seco andare in Lunigiana insieme co&#39;due cavriuoli e colla cavriuola, la quale in quel mezzo era tornata e, non senza gran maraviglia della gentil donna, l&#39;avea fatta grandissima festa.<br />
	E cos&igrave; venuto il buon tempo, madama Beritola con Currado e colla sua donna sopra il lor legno mont&ograve;, e con loro insieme la cavriuola e i due cavriuoli (da&#39;quali, non sappiendosi per tutti il suo nome, ella fu Cavriuola dinominata), e con buon vento tosto infino nella foce della Magra n&#39;andarono, dove smontati, alle lor castella ne salirono.<br />
	Quivi appresso la donna di Currado madama Beritola, in abito vedovile, come una sua damigella, onesta e umile e obediente stette, sempre a&#39;suoi cavriuoli avendo amore e faccendogli nutricare.<br />
	I corsari, li quali avevano a Ponzo preso il legno sopra il quale madama Beritola venuta era, lei lasciata s&igrave; come da lor non veduta, con tutta l&#39;altra gente a Genova n&#39;andarono; e quivi tra&#39;padroni della galea divisa la preda, tocco&#39;per avventura, tra l&#39;altre cose, in sorte ad un messer Guasparrin d&#39;Oria la balia di madama Beritola e i due fanciulli con lei; il quale lei co&#39;fanciulli insieme a casa sua ne mand&ograve;, per tenergli a guisa di servi n&eacute; servigi della casa.<br />
	La balia, dolente oltre modo della perdita della sua donna e della misera fortuna nella quale s&eacute; e i due fanciulli caduti vedea, lungamente pianse. Ma, poi che vide le lacrime niente giovare e s&eacute; esser serva con loro insieme, ancora che povera femina fosse, pure era savia e avveduta; per che, prima come pot&egrave; il meglio riconfortatasi, e appresso riguardando dove erano pervenuti, s&#39;avvis&ograve; che, se i due fanciulli conosciuti fossono, per avventura potrebbono di leggiere impedimento ricevere; e oltre a questo sperando che, quando che sia, si potrebbe mutar la fortuna ed essi potrebbero, se vivi fossero, nel perduto stato tornare, pens&ograve; di non palesare ad alcuna persona chi fossero, se tempo di ci&ograve; non vedesse; e a tutti diceva, che di ci&ograve; domandata l&#39;avessero, che suoi figliuoli erano. E il maggiore non Giusfredi, ma Giannotto di Procida nominava; al minore non cur&ograve; di mutar nome; e con somma diligenzia mostr&ograve; a Giusfredi perch&eacute; il nome cambiato gli avea e a qual pericolo egli potesse essere se conosciuto fosse; e questo non una volta ma molte e molto spesso, gli ricordava; la qual cosa il fanciullo, che intendente era, secondo l&#39;ammaestramento della savia balia ottimamente faceva.<br />
	Stettero adunque, e mal vestiti e peggio calzati, ad ogni vil servigio adoperati, colla balia insieme pazientemente pi&ugrave; anni i due garzoni in casa messer Guasparrino. Ma Giannotto, gi&agrave; d&#39;et&agrave; di sedici anni, avendo pi&ugrave; animo che a servo non s&#39;apparteneva, sdegnando la vilt&agrave; della servil condizione, salito sopra galee che in Alessandria andavano, dal servigio di messer Guasparrino si part&igrave; , e in pi&ugrave; parti and&ograve; in niente potendosi avanzare.<br />
	Alla fine, forse dopo tre o quattro anni appresso la partita fatta da messer Guasparrino, essendo bel giovane e grande della persona divenuto, e avendo sentito il padre di lui, il quale morto credeva che fosse, essere ancor vivo, ma in prigione e in cattivit&agrave; per lo re Carlo guardato, quasi della fortuna disperato, vagabundo andando, pervenne in Lunigiana, e quivi per ventura con Currado Malespina si mise per famigliare, lui assai acconciamente e a grado servendo. E come che (non) rade volte la sua madre, la quale colla donna di Currado era, vedesse, niuna volta la conobbe, n&eacute; ella lui; tanto la et&agrave; l&#39;uno e l&#39;altro, da quello che esser soleano quando ultimamente si videro, gli avea trasformati.<br />
	Essendo adunque Giannotto al servigio di Currado, avvenne che una figliuola di Currado, il cui nome era Spina, rimasa vedova d&#39;uno Niccol&ograve; da Grignano, alla casa del padre torn&ograve;; la quale, essendo assai bella e piacevole e giovane di poco pi&ugrave; di sedici anni, per ventura pose gli occhi addosso a Giannotto, ed egli a lei, e ferventissimamente l&#39;uno dell&#39;altro s&#39;innamor&ograve;. Il quale amore non fu lungamente senza effetto; e pi&ugrave; mesi dur&ograve; avanti che di ci&ograve; niuna persona s&#39;accorgesse. Per la qual cosa essi, troppo assicurati, cominciarono a tener maniera men discreta che a cos&igrave; fatte cose non si richiedea. E andando un giorno per un bosco bello e folto d&#39;alberi la giovane insieme con Giannotto, lasciata tutta l&#39;altra compagnia, entrarono innanzi; e parendo loro molto di via aver gli altri avanzati, in un luogo dilettevole e pien d&#39;erba e di fiori, e d&#39;alberi chiuso, ripostisi, a prendere amoroso piacere l&#39;un dell&#39;altro incominciarono.<br />
	E, come che lungo spazio stati gi&agrave; fossero insieme, avendo il gran diletto fattolo loro parere molto brieve, in ci&ograve; dalla madre della giovane prima, e appresso da Currado, soprappresi furono. Il quale, doloroso oltre modo questo vedendo, senza alcuna cosa dire del perch&eacute;, amenduni gli fece pigliare a tre suoi servidori e ad uno suo castello legati menargliene; e d&#39;ira e di cruccio fremendo andava, disposto di fargli vituperosamente morire.<br />
	La madre della giovane, quantunque molto turbata fosse e degna reputasse la figliuola per lo suo fallo d&#39;ogni crudel penitenzia, avendo per alcuna parola di Currado compreso qual fosse l&#39;animo suo verso i nocenti, non potendo ci&ograve; comportare, avacciandosi sopraggiunse l&#39;adirato marito, e cominciollo a pregare che gli dovesse piacere di non correr furiosamente a volere nella sua vecchiezza della figliuola divenir micidiale e a bruttarsi le mani del sangue d&#39;un suo fante, e che egli altra maniera trovasse a sodisfare all&#39;ira sua, s&igrave; come di fargli imprigionare e in prigione stentare e piagnere il peccato commesso. E tanto e queste e molte altre parole gli and&ograve; dicendo la santa donna, che essa da uccidergli l&#39;animo suo rivolse; e comand&ograve; che in diversi luoghi ciascun di loro imprigionato fosse, e quivi guardati bene, e con poco cibo e con molto disagio servati infino a tanto che esso altro diliberasse di loro; e cos&igrave; fu fatto. Quale la vita loro in cattivit&agrave; e in continue lagrime e in pi&ugrave; lunghi digiuni che loro non sarien bisognati si fosse, ciascuno sel pu&ograve; pensare.<br />
	Stando adunque Giannotto e la Spina in vita cos&igrave; dolente ed essendovi gi&agrave; uno anno, senza ricordarsi Currado di loro, dimorati, avvenne che il re Piero di Raona, per trattato di messer Gian di Procida, l&#39;isola di Cicilia ribell&ograve; e tolse al re Carlo; di che Currado, come ghibellino, fece gran festa. La quale Giannotto sentendo da alcuno di quelli che a guardia l&#39;aveano, gitt&ograve; un gran sospiro, e disse:<br />
	- Ahi lasso me! che passati sono omai quattordici anni che io sono andato tapinando per lo mondo, niuna altra cosa aspettando che questa, la quale, ora che venuta &egrave;, acci&ograve; che io mai d&#39;aver ben pi&ugrave; non speri, m&#39;ha trovato in prigione, della quale mai se non morto uscire non spero!<br />
	- E come ? &#8211; disse il prigioniere &#8211; che monta a te quello che i grandissimi re si facciano? Che avevi tu a fare in Cicilia?<br />
	A cui Giannotto disse:<br />
	- El pare che &#39;l cuor mi si schianti, ricordandomi di ci&ograve; che gi&agrave; mio padre v&#39;ebbe a fare; il quale, ancora che picciol fanciul fossi quando me ne fuggii, pur mi ricorda che io nel vidi signore, vivendo il re Manfredi.<br />
	Segu&igrave; il prigioniere:<br />
	- E chi fu tuo padre?<br />
	- Il mio padre &#8211; disse Giannotto &#8211; posso io omai sicuramente manifestare, poi del pericolo mi veggio fuori, il quale io temeva scoprendolo. Egli fu chiamato ed &egrave; ancora, s&#39;el vive, Arrighetto Capece, e io non Giannotto, ma Giusfredi ho nome; e non dubito punto, se io di qui fossi fuori, che tornando in Cicilia io non vi avessi ancora grandissimo luogo.<br />
	Il valente uomo, senza pi&ugrave; avanti andare, come prima ebbe tempo, tutto questo raccont&ograve; a Currado. Il che Currado udendo, quantunque al prigioniere mostrasse di non curarsene, andatosene a madonna Beritola, piacevolmente la domand&ograve; se alcun figliuolo avesse d&#39;Arrighetto avuto che Giusfredi avesse nome. La donna piagnendo rispose che, se il maggiore de&#39;suoi due che avuti avea fosse vivo, cos&igrave; si chiamerebbe e sarebbe d&#39;eta di ventidue anni.<br />
	Questo udendo Currado, avvis&ograve; lui dovere esser desso, e caddegli nell&#39;animo, se cos&igrave; fosse, che egli ad una ora poteva una gran misericordia fare e la sua vergogna e quella della figliuola tor via, dandola per moglie a costui; e per ci&ograve; fattosi segretamente Giannotto venire, partitamente d&#39;ogni sua passata vita l&#39;esamin&ograve;. E trovando per assai manifesti indizi lui veramente esser Giusfredi, figliuolo d&#39;Arrighetto Capece, gli disse:<br />
	- Giannotto, tu sai quanta e quale sia la &#39;ngiuria la qual tu m&#39;hai fatta nella mia propia figliuola, l&agrave; dove, trattandoti io bene e amichevolmente, secondo che servidor si dee fare, tu dovevi il mio onore e delle mie cose sempre e cercare e operare; e molti sarebbero stati quegli, a&#39;quali se tu quello avessi fatto che a me facesti, che vituperosamente ti avrebber fatto morire; so il che la mia piet&agrave; non sofferse. Ora, poi che cos&igrave; &egrave; come tu mi d&igrave; , che tu figliuolo s&eacute; di gentile uomo e di gentil donna, io voglio alle tue angoscie, quando tu medesimo vogli, porre fine e trarti della miseria e della cattivit&agrave; nella qual tu dimori, e ad una ora il tuo onore e &#39;l mio nel suo debito luogo riducere. Come tu sai, la Spina, la quale tu con amorosa, avvegna che sconvenevole a te e a lei, amist&agrave; prendesti, &egrave; vedova, e la sua dota &egrave; grande e buona; quali sieno i suoi costumi, e il padre e la madre di lei, tu il sai; del tuo presente stato niente dico. Per che, quando tu vogli, io sono disposto, dove ella disonestamente amica ti fu, ch&#39;ella onestamente tua moglie divenga e che in guisa di mio figliuolo qui, con esso meco e con lei, quanto ti piacer&agrave; dimori.<br />
	Aveva la prigione macerate le carni di Giannotto, ma il generoso animo dalla sua origine tratto non aveva ella in cosa alcuna diminuito, n&eacute; ancora lo &#39;ntero amore il quale egli alla sua donna portava. E quantunque egli ferventemente disiderasse quello che Currado gli offereva e s&eacute; vedesse nelle sue forze, in niuna parte pieg&ograve; quello che la grandezza dello animo suo gli mostrava di dover dire, e rispose:<br />
	- Currado, n&eacute; cupidit&agrave; di signoria n&eacute; desiderio di denari n&eacute; altra cagione alcuna mi fece mai alla tua vita n&eacute; alle tue cose insidie, come traditor, porre. Amai tua figliuola e amo e amer&ograve; sempre, per ci&ograve; che degna la reputo del mio amore; e se io seco fui meno che onestamente, secondo la oppinion de&#39;meccanici, quel peccato commisi, il quale sempre seco tiene la giovanezza congiunto e che, se via si volesse torre, converrebbe che via si togliesse la giovanezza, e il quale, se i vecchi si volessero ricordare d&#39;essere stati giovani e gli altrui difetti colli loro misurare e li loro cogli altrui, non saria grave come tu e molti altri fanno; e come amico e non come nemico il commisi. Quello che tu offeri di voler fare sempre il disiderai, e se io avessi creduto che conceduto mi dovesse esser suto, lungo tempo &egrave; che domandato l&#39;avrei; e tanto mi sar&agrave; ora pi&ugrave; caro, quanto di ci&ograve; la speranza &egrave; minore. Se tu non hai quello animo che le parole tue dimostrano, non mi pascere di vana speranza; fammi ritornare alla prigione e quivi quanto ti piace mi fa affliggere, ch&eacute; quanto io amer&ograve; la Spina, tanto sempre per amor di lei amer&ograve; te, che che tu mi ti facci, e avrotti in reverenza.<br />
	Currado, avendo costui udito, si maravigli&ograve; e di grande animo il tenne e il suo amore fervente reput&ograve;, e pi&ugrave; ne l&#39;ebbe caro; e per ci&ograve; levatosi in pi&egrave;, l&#39;abbracci&ograve; e baci&ograve;, e senza dar pi&ugrave; indugio alla cosa, comand&ograve; che quivi chetamente fosse menata la Spina.<br />
	Ella era nella prigione magra e pallida divenuta e debole, e quasi un&#39;altra femina che esser non soleva parea, e cos&igrave; Giannotto un altro uomo: i quali nella presenzia di Currado di pari consentimento contrassero le sponsalizie secondo la nostra usanza.<br />
	E poi che pi&ugrave; giorni, senza sentirsi da alcuna persona di ci&ograve; che fatto era alcuna cosa, gli ebbe di tutto ci&ograve; che bisogn&ograve; loro e di piacere era fatti adagiare, parendogli tempo di farne le loro madri liete, chiamate la sua donna e la Cavriuola, cos&igrave; verso lor disse:<br />
	- Che direste voi, madonna, se io vi facessi il vostro figliuolo maggior riavere, essendo egli marito d&#39;una delle mie figliuole?<br />
	A cui la Cavriuola rispose:<br />
	- Io non vi potrei di ci&ograve; altro dire se non che, se io vi potessi pi&ugrave; esser tenuta che io non sono, tanto pi&ugrave; vi sarei quanto voi pi&ugrave; cara cosa che non sono io medesima a me mi rendereste; e rendendomela in quella guisa che voi dite, alquanto in me la mia perduta speranza rivocareste -; e lagrimando si tacque.<br />
	Allora disse Currado alla sua donna:<br />
	- E a te che ne parrebbe, donna, se io cos&igrave; fatto genero ti donassi?<br />
	A cui la donna rispose:<br />
	- Non che un di loro, che gentili uomini sono, ma un ribaldo, quando a voi piacesse, mi piacerebbe. Allora disse Currado:<br />
	- Io spero infra pochi d&igrave; farvi di ci&ograve; liete femine.<br />
	E veggendo gi&agrave; nella prima forma i due giovani ritornati, onorevolmente vestitigli, domand&ograve; Giusfredi:<br />
	- Che ti sarebbe caro sopra l&#39;allegrezza la qual tu hai, se tu qui la tua madre vedessi?<br />
	A cui Giusfredi rispose:<br />
	- Egli non mi si lascia credere che i dolori de&#39;suoi sventurati accidenti l&#39;abbian tanto lasciata viva; ma, se pur fosse, sommamente mi saria caro, s&igrave; come colui che ancora per lo suo consiglio mi crederrei gran parte del mio stato ricoverare in Cicilia.<br />
	Allora Currado l&#39;una e l&#39;altra donna quivi fece venire. Elle fecero amendune maravigliosa festa alla nuova sposa, non poco maravigliandosi, quale spirazione potesse essere stata che Currado avesse a tanta benignit&agrave; recato, che Giannotto con lei avesse congiunto. Al quale madama Beritola, per le parole da Currado udite, cominci&ograve; a riguardare, e da occulta virt&ugrave; desta in lei alcuna rammemorazione de&#39;puerili lineamenti del viso del suo figliuolo, senza aspettare altro dimostramento, colle braccia aperte gli corse al collo; n&eacute; la soprabondante piet&agrave; e allegrezza materna le permisero di potere alcuna parola dire, anzi s&igrave; ogni virt&ugrave; sensitiva le chiusero che quasi morta nelle braccia del figliuol cadde. Il quale, quantunque molto si maravigliasse, ricordandosi d&#39;averla molte volte avanti in quel castello medesimo veduta e mai non riconosciutola, pur non dimeno conobbe incontanente l&#39;odor materno e s&eacute; medesimo della sua preterita trascutaggine biasimando, lei nelle braccia ricevuta lagrimando teneramente baci&ograve;. Ma poi che madama Beritola, pietosamente dalla donna di Currado e dalla Spina aiutata e con acqua fredda e con altre loro arti, in s&eacute; le smarrite forze ebbe rivocate, rabbracc&ograve; da capo il figliuolo con molte lagrime e con molte parole dolci; e piena di materna piet&agrave; mille volte o pi&ugrave; il baci&ograve;, ed egli lei reverentemente molto la vide e ricevette.<br />
	Ma poi che l&#39;accoglienze oneste e liete furo iterate tre e quattro volte, non senza gran letizia e piacere de&#39;circustanti, e l&#39;uno all&#39;altro ebbe ogni suo accidente narrato; avendo gi&agrave; Currado a&#39;suoi amici significato con gran piacere di tutti il nuovo parentado fatto da lui, e ordinando una bella e magnifica festa, gli disse Giusfredi:<br />
	- Currado, voi avete fatto me lieto di molte cose e lungamente avete onorata mia madre; ora, acci&ograve; che niuna parte in quello che per vo&#39;si possa ci resti a fare, vi priego che voi mia madre e la mia festa e me facciate lieti della presenza di mio fratello, il quale in forma di servo messer Guasparrin d&#39;Oria tiene in casa il quale come io vi dissi gi&agrave;, e lui e me prese in corso; e appresso che voi alcuna persona mandiate in Cicilia, il quale pienamente s&#39;informi delle condizioni e dello stato del paese, e mettasi a sentire quello che &egrave; d&#39;Arrighetto mio padre, se egli &egrave; o vivo o morto; e se &egrave; vivo, in che stato; e d&#39;ogni cosa pienamente informato, a noi ritorni.<br />
	Piacque a Currado la domanda di Giusfredi e, senza alcuno indugio, discretissime persone mand&ograve; e a Genova e in Cicilia. Colui che a Genova and&ograve;, trovato messer Guasparrino, da parte di Currado diligentemente il preg&ograve; che lo Scacciato e la sua balia gli dovesse mandare, ordinatamente narrandogli ci&ograve; che per Currado era stato fatto verso Giusfredi e verso la madre.<br />
	Messer Guasparrin si maravi&ograve; forte, questo udendo, e disse:<br />
	- Egli &egrave; vero che io farei per Currado ogni cosa, che io potessi, che gli piacesse; e ho bene in casa avuti, gi&agrave; sono quattordici anni, il garzon che tu dimandi e una sua madre, li quali io gli mander&ograve; volentieri; ma dira&#39;gli da mia parte che si guardi di non aver troppo creduto o di non credere alle favole di Giannotto, il qual d&igrave; che oggi si fa chiamar Giusfredi, per ci&ograve; che egli &egrave; troppo pi&ugrave; malvagio che egli non s&#39;avvisa.<br />
	E cos&igrave; detto, fatto onorare il valente uomo, si fece in segreto chiamar la balia e cautamente la esamin&ograve; di questo fatto. La quale, avendo udita la rebellion di Cicilia e sentendo Arrighetto esser vivo, cacciata via la paura che gi&agrave; avuta avea, ordinatamente ogni cosa gli disse. e le cagioni gli mostr&ograve; per che quella maniera che fatto aveva tenuta avesse.<br />
	Messer Guasparrino, veggendo li detti della balia con quegli dello ambasciador di Currado ottimamente convenirsi. cominci&ograve; a dar fede alle parole; e per un modo e per un altro, s&igrave; come uomo che astutissimo era, fatta inquisizion di questa opera, e pi&ugrave; ogni ora trovando cose che pi&ugrave; fede gli davano al fatto, vergognandosi del vil trattamento fatto del garzone, in ammenda di ci&ograve;, avendo una sua bella figlioletta d&#39;et&agrave; d&#39;undici anni, conoscendo egli chi Arrighetto era stato e fosse, con una gran dota gli di&egrave; per moglie; e, dopo una gran festa di ci&ograve; fatta. col garzone e colla figliuola e collo ambasciadore di Currado e colla balia montato sopra una galeotta bene armata, se ne venne a Lerici; dove, ricevuto da Currado, con tutta la sua brigata n&#39;and&ograve; ad un castel di Currado, non molto di quivi lontano, dove la festa grande era apparecchiata.<br />
	Quale la festa della madre fosse rivedendo il suo figliuolo, qual quella de&#39;due fratelli, qual quella di tutti e tre alla fedel balia, qual quella di tutti fatta a messer Guasparrino e alla sua figliuola, e di lui a tutti, e di tutti insieme con Currado e colla sua donna e co&#39;figliuoli e co&#39;suoi amici, non si potrebbe con parole spiegare; e per ci&ograve; a voi, donne, la lascio ad imaginare. Alla quale, acci&ograve; che compiuta fosse, volle Domeneddio, abbondantissimo donatore quando comincia, sopraggiugnere le liete novelle della vita e del buono stato d&#39;Arrighetto Capece.<br />
	Per ci&ograve; che, essendo la festa grande e i convitati (le donne e gli uomini) alle tavole ancora alla prima vivanda, sopraggiunse colui il quale andato era in Cicilia, e tra l&#39;altre cose, raccont&ograve; d&#39;Arrighetto che, essendo egli in Catania per lo re Carlo guardato in prigione quando il romore contro al re si lev&ograve; nella terra, il popolo a furore corse alla prigione e, uccise le guardie, lui n&#39;avean tratto fuori, e s&igrave; come capitale nemico del re Carlo, l&#39;avevano fatto lor capitano e seguitolo a cacciare e ad uccidere i franceschi. Per la qual cosa egli sommamente era venuto nella grazia del re Pietro, il quale lui in tutti i suoi beni e in ogni suo onore rimesso aveva; laonde egli era in grande e in buono stato; aggiugnendo che egli aveva lui con sommo onore ricevuto e inestimabile festa aveva fatta della sua donna e del figliuolo, de&#39;quali mai dopo la presura sua niente aveva saputo; e oltre a ci&ograve; mandava per loro una saettia con alquanti gentili uomini, li quali appresso venieno.<br />
	Costui fu con grande allegrezza e festa ricevuto e ascoltato; e prestamente Currado con alquanti dei suoi amici in contro si fecero a&#39;gentili uomini che per madama Beritola e per Giusfredi venieno, e loro lietamente ricevette, e al suo convito, il quale ancora al mezzo non era, gl&#39;introdusse.<br />
	Quivi e la donna e Giusfredi e oltre a questi tutti gli altri con tanta letizia gli videro, che mai simile non fu udita; e essi, avanti che a mangiar si ponessero, da parte d&#39;Arrighetto e salutarono e ringraziarono, quanto il meglio seppero e pi&ugrave; poterono, Currado e la sua donna dell&#39;onore fatto e alla donna di lui e al figliuolo; e Arrighetto e ogni cosa che per lui si potesse offersero al lor piacere. Quindi a messer Guasparrino rivolti, il cui beneficio era inoppinato, dissero s&eacute; essere certissimi che, qualora ci&ograve; che per lui verso lo Scacciato stato era fatto da Arrighetto si sapesse, che grazie simiglianti e maggiori rendute sarebbono. Appresso questo, lietissimamente nella festa delle due nuove spose e con li novelli sposi mangiarono.<br />
	N&egrave; solo quel d&igrave; fece Currado festa al genero e agli altri suoi e parenti e amici, ma molti altri. La quale poi che riposata fu, parendo a madama Beritola e a Giusfredi e agli altri di doversi partire, con molte lagrime da Currado e dalla sua donna e da messer Guasparrino, sopra la saettia montati, seco la Spina menandone, si partirono; e avendo prospero vento, tosto in Cicilia pervennero, dove con tanta festa da Arrighetto tutti parimente, &egrave; figliuoli e le donne, furono in Palermo ricevuti, che dire non si potrebbe giammai: dove poi molto tempo si crede che essi tutti felicemente vivessero, e, come conoscenti del ricevuto beneficio, amici di Messer Domeneddio.</p>
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