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	<title>Istinti</title>
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	<description>Racconti e diari erotici</description>
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		<title>Giornata quarta &#8211; Novella quinta</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 19:16:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il decamerone]]></category>
		<category><![CDATA[piedi]]></category>

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		<description><![CDATA[I fratelli dell'Isabetta uccidon l'amante di lei; egli l'apparisce in sogno e mostrale dove sia sotterrato. Ella occultamente disotterra la testa e mettela in un testo di bassilico; e quivi su piagnendo ogni dì per una grande ora, i fratelli gliele tolgono, ed ella se ne muore di dolore poco appresso.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Finita la novella d&#39;Elissa, e alquanto dal re commendata, a Filomena fu imposto che ragionasse; la quale, tutta piena di compassione del misero Gerbino e della sua donna, dopo un pietoso sospiro incominci&ograve;.<br />
	La mia novella, graziose donne, non sar&agrave; di genti di s&igrave; alta condizione, come costoro furono de&#39;quali Elissa ha raccontato, ma ella per avventura non sar&agrave; men pietosa; e a ricordarmi di quella mi tira Messina poco innanzi ricordata, dove l&#39;accidente avvenne.<br />
	Erano adunque in Messina tre giovani fratelli e mercatanti, e assai ricchi uomini rimasi dopo la morte del padre loro, il qual fu da San Gimignano, e avevano una lor sorella chiamata Lisabetta, giovane assai bella e costumata, la quale, che che se ne fosse cagione, ancora maritata non aveano.<br />
	E avevano oltre a ci&ograve; questi tre fratelli in uno lor fondaco un giovinetto pisano chiamato Lorenzo, che tutti i lor fatti guidava e faceva, il quale, essendo assai bello della persona e leggiadro molto, avendolo pi&ugrave; volte l&#39;Isabetta guatato, avvenne che egli le &#39;ncominci&ograve; stranamente a piacere. Di che Lorenzo accortosi e una volta e altra, similmente, lasciati suoi altri innamoramenti di fuori, incominci&ograve; a porre l&#39;animo a lei; e s&igrave; and&ograve; la bisogna che, piacendo l&#39;uno all&#39;altro igualmente, non pass&ograve; gran tempo che, assicuratisi, fecero di quello che pi&ugrave; disiderava ciascuno.<br />
	E in questo continuando e avendo insieme assai di buon tempo e di piacere, non seppero s&igrave; segretamente fare che una notte, andando l&#39;Isabetta l&agrave; dove Lorenzo dormiva, che il maggior de&#39;fratelli, senza accorgersene ella, non se ne accorgesse. Il quale, per ci&ograve; che savio giovane era, quantunque molto noioso gli fosse a ci&ograve; sapere, pur mosso da pi&ugrave; onesto consiglio, senza far motto o dir cosa alcuna, varie cose fra s&eacute; rivolgendo intorno a questo fatto, infino alla mattina seguente trapass&ograve;.<br />
	Poi, venuto il giorno, a&#39;suoi fratelli ci&ograve; che veduto avea la passata notte dell&#39;Isabetta e di Lorenzo raccont&ograve;, e con loro insieme, dopo lungo consiglio, diliber&ograve; di questa cosa, acci&ograve; che n&eacute; a loro n&eacute; alla sirocchia alcuna infamia ne seguisse, di passarsene tacitamente e d&#39;infignersi del tutto d&#39;averne alcuna cosa veduta o saputa infino a tanto che tempo venisse nel qua le essi, senza danno o sconcio di loro, questa vergogna, avanti che pi&ugrave; andasse innanzi, si potessero torre dal viso.<br />
	E in tal disposizion dimorando, cos&igrave; cianciando e ridendo con Lorenzo come usati erano avvenne che, sembianti faccendo d&#39;andare fuori della citt&agrave; a diletto tutti e tre, seco menarono Lorenzo; e pervenuti in un luogo molto solitario e rimoto, veggendosi il destro, Lorenzo, che di ci&ograve; niuna guardia prendeva, uccisono e sotterrarono in guisa che niuna persona se ne accorse. E in Messina tornati dieder voce d&#39;averlo per lor bisogne mandato in alcun luogo; il che leggiermente creduto fu, per ci&ograve; che spesse volte eran di mandarlo attorno usati.<br />
	Non tornando Lorenzo, e l&#39;Isabetta molto spesso e sollicitamente i fratei domandandone, s&igrave; come colei a cui la dimora lunga gravava, avvenne un giorno che, domandandone ella molto instantemente, che l&#39;uno de&#39;fratelli le disse:<br />
	- Che vuol dir questo? Che hai tu a fare di Lorenzo, ch&eacute; tu ne domandi cos&igrave; spesso? Se tu ne domanderai pi&ugrave;, noi ti faremo quella risposta che ti si conviene.<br />
	Per che la giovane dolente e trista, temendo e non sappiendo che, senza pi&ugrave; domandarne si stava, e assai volte la notte pietosamente il chiamava e pregava che ne venisse, e alcuna volta con molte lagrime della sua lunga dimora si doleva e, senza punto rallegrarsi, sempre aspettando si stava.<br />
	Avvenne una notte che, avendo costei molto pianto Lorenzo che non tornava, ed essendosi alla fine piagnendo addormentata, Lorenzo l&#39;apparve nel sonno, pallido e tutto rabbuffato e con panni tutti stracciati e fracidi indosso, e parvele che egli dicesse:<br />
	- O Lisabetta, tu non mi fai altro che chiamare e della mia lunga dimora t&#39;attristi, e me con le tue lagrime fieramente accusi; e per ci&ograve; sappi che io non posso pi&ugrave; ritornarci, per ci&ograve; che l&#39;ultimo d&igrave; che tu mi vedesti i tuoi fratelli m&#39;uccisono.<br />
	E disegnatole il luogo dove sotterrato l&#39;aveano, le disse che pi&ugrave; nol chiamasse n&eacute; l&#39;aspettasse, e disparve.<br />
	La giovane destatasi, e dando fede alla visione, amaramente pianse. Poi la mattina levata, non avendo ardire di dire al cuna cosa a&#39;fratelli, propose di volere andare al mostrato luogo e di vedere se ci&ograve; fosse vero che nel sonno l&#39;era paruto. E avuta la licenza d&#39;andare alquanto fuor della terra a diporto, in compagnia d&#39;una che altra volta con loro era stata e tutti i suoi fatti sapeva, quanto pi&ugrave; tosto pot&egrave; l&agrave; se n&#39;and&ograve;; e tolte via foglie secche che nel luogo erano, dove men dura le parve la terra quivi cav&ograve;; n&eacute; ebbe guari cavato, che ella trov&ograve; il corpo del suo misero amante in niuna cosa ancora guasto n&eacute; corrotto; per che manifestamente conobbe essere stata vera la sua visione. Di che pi&ugrave; che altra femina dolorosa, conoscendo che quivi non era da piagnere, se avesse potuto volentieri tutto il corpo n&#39;avrebbe portato per dargli pi&ugrave; convenevole sepoltura; ma, veggendo che ci&ograve; esser non poteva, con un coltello il meglio che pot&egrave; gli spicc&ograve; dallo &#39;mbusto la testa, e quella in uno asciugatoio inviluppata e la terra sopra l&#39;altro corpo gittata, messala in grembo alla fante, senza essere stata da alcun veduta, quindi si part&igrave; e tornossene a casa sua.<br />
	Quivi con questa testa nella sua camera rinchiusasi, sopra essa lungamente e amaramente pianse, tanto che tutta con le sue lagrime la lav&ograve;, mille baci dandole in ogni parte. Poi prese un grande e un bel testo, di questi nei quali si pianta la persa o il bassilico, e dentro la vi mise fasciata in un bel drappo, e poi messovi su la terra, su vi piant&ograve; parecchi piedi di bellissimo bassilico salernetano, e quegli di niuna altra acqua che o rosata o di fior d&#39;aranci o delle sue lagrime non inaffiava giammai; e per usanza avea preso di sedersi sempre a questo testo vicina, e quello con tutto il suo disidero vagheggiare, s&igrave; come quello che il suo Lorenzo teneva nascoso; e poi che molto vagheggiato l&#39;avea, sopr&#39;esso andatasene, cominciava a piagnere, e per lungo spazio, tanto che tutto il bassilico bagnava, piagnea.<br />
	Il bassilico, s&igrave; per lo lungo e continuo studio, s&igrave; per la grassezza della terra procedente dalla testa corrotta che dentro v&#39;era, divenne bellissimo e odorifero molto. E servando la giovane questa maniera del continuo, pi&ugrave; volte da&#39;suoi vicini fu veduta. Li quali, maravigliandosi i fratelli della sua guasta bellezza e di ci&ograve; che gli occhi le parevano della testa fuggiti, il disser loro:<br />
	- Noi ci siamo accorti, che ella ogni d&igrave; tiene la cotal maniera.<br />
	Il che udendo i fratelli e accorgendosene, avendonela alcuna volta ripresa e non giovando, nascosamente da lei fecer portar via questo testo. Il quale, non ritrovandolo ella, con grandissima instanzia molte volte richiese; e non essendole renduto, non cessando il pianto e le lagrime, inferm&ograve;, n&eacute; altro che il testo suo nella infermit&agrave; domandava.<br />
	I giovani si maravigliavan forte di questo addimandare e per ci&ograve; vollero vedere che dentro vi fosse; e versata la terra, videro il drappo e in quello la testa non ancor s&igrave; consumata che essi alla capellatura crespa non conoscessero lei esser quella di Lorenzo. Di che essi si maravigliaron forte e temettero non questa cosa si risapesse; e sotterrata quella, senza altro dire, cautamente di Messina uscitisi e ordinato come di quindi si ritraessono, se n&#39;andarono a Napoli.<br />
	La giovane non restando di piagnere e pure il suo testo addimandando, piagnendo si mor&igrave;; e cos&igrave; il suo disavventurato amore ebbe termine. Ma poi a certo tempo divenuta questa cosa manifesta a molti, fu alcuno che compuose quel la canzone la quale ancora oggi si canta, cio&egrave;:<br />
	Quale esso fu lo malo cristiano,<br />
	che mi fur&ograve; la grasta, ecc.</p>
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		<title>Giornata quarta &#8211; Novella quarta</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 19:14:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il decamerone]]></category>
		<category><![CDATA[tette]]></category>

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		<description><![CDATA[Gerbino, contra la fede data dal re Guglielmo suo avolo, combatte una nave del re di Tunisi per torre una sua figliuola, la quale uccisa da quegli che su v'erano, loro uccide, e a lui è poi tagliata la testa.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La Lauretta, finita la sua novella, taceva, e fra la brigata chi con un chi con un altro della sciagura degli amanti si dolea; e chi l&#39;ira della Ninetta biasimava, e chi una cosa e chi altra diceva, quando il re, quasi da profondo pensier tolto, alz&ograve; il viso e ad Elissa fe&#39;segno che appresso dicesse, la quale umilmente incominci&ograve;.<br />
	Piacevoli donne, assai son coloro che credono Amor solamente dagli occhi acceso le sue saette mandare, coloro schernendo che tener vogliono che alcuno per udita si possa innamorare; li quali essere ingannati assai manifestamente apparir&agrave; in una novella la qual dire intendo. Nella quale non solamente ci&ograve; la fama, senza aversi veduto giammai, avere operato vedrete, ma ciascuno a misera morte aver condotto vi fia manifesto.<br />
	Guiglielmo secondo re di Cicilia, come i ciciliani vogliono, ebbe due figliuoli, l&#39;uno maschio e chiamato Ruggieri, e l&#39;altro femina, chiamata Gostanza. Il quale Ruggieri, anzi che il padre morendo, lasci&ograve; un figliuolo nominato Gerbino; il quale, dal suo avolo con diligenza allevato, divenne bellissimo giovane e famoso in prodezza e in cortesia.<br />
	N&eacute; solamente dentro a&#39;termini di Cicilia stette la sua fama racchiusa, ma in varie parti del mondo sonando, in Barberia era chiarissima, la quale in que&#39;tempi al re di Cicilia tributaria era. E tra gli altri alli cui orecchi la magnifica fama delle virt&ugrave; e della cortesia del Gerbin venne, fu ad una figliuola del re di Tunisi, la qual, secondo che ciascun che veduta l&#39;avea ragionava, era una delle pi&ugrave; belle creature che mai dalla natura fosse stata formata, e la pi&ugrave; costumata e con nobile e grande animo. La quale, volentieri de&#39;valorosi uomini ragionare udendo, con tanta affezione le cose valorosamente operate dal Gerbino da uno e da un altro raccontate raccolse, e s&igrave; le piacevano, che essa, seco stessa imaginando come fatto esser dovesse, ferventemente di lui s&#39;innamor&ograve;, e pi&ugrave; volentieri che d&#39;altro di lui ragionava e chi ne ragionava ascoltava.<br />
	D&#39;altra parte era, s&igrave; come altrove, in Cicilia pervenuta la grandissima fama della bellezza parimente e del valor di lei, e non senza gran diletto n&eacute; in vano gli orecchi del Gerbino aveva tocchi; anzi, non meno che di lui la giovane infiammata fosse, lui di lei aveva infiammato.<br />
	Per la qual cosa infino a tanto che con onesta cagione dallo avolo d&#39;andare a Tunisi la licenzia impetrasse, disideroso oltre modo di vederla, ad ogni suo amico che l&agrave; andava imponeva che a suo potere il suo segreto e grande amor facesse, per quel modo che miglior gli paresse, sentire e di lei novelle gli recasse. De&#39;quali alcuno sagacissimamente il fece, gioie da donne portandole, come i mercatanti fanno, a vedere; e interamente l&#39;ardore del Gerbino apertole, lui e le sue cose a&#39;suoi comandamenti offerse apparecchiate. La quale con lieto viso e l&#39;ambasciadore e l&#39;ambasciata ricevette, e rispostogli che ella di pari amore ardeva, una delle sue pi&ugrave; care gioie in testimonianza di ci&ograve; gli mand&ograve;. La quale il Gerbino con tanta allegrezza ricevette, con quanta qualunque cara cosa ricever si possa, e a lei per costui medesimo pi&ugrave; volte scrisse e mand&ograve; carissimi doni, con lei certi trattati tenendo da doversi, se la fortuna conceduto lo avesse, vedere e toccare.<br />
	Ma andando le cose in questa guisa e un poco pi&ugrave; lunghe che bisognato non sarebbe, ardendo d&#39;una parte la giovane e d&#39;altra il Gerbino, avvenne che il re di Tunisi la marit&ograve; al re di Granata; di che ella fu crucciosa oltre modo, pensando che non solamente per lunga distanzia al suo amante s&#39;allontanava, ma che quasi del tutto tolta gli era; e se modo veduto avesse, volentieri, acci&ograve; che questo avvenuto non fosse, fuggita si sarebbe dal padre e venutasene al Gerbino.<br />
	Similmente il Gerbino, questo maritaggio sentendo, senza misura ne viveva dolente, e seco spesso pensava, se modo veder potesse, di volerla torre per forza, se avvenisse che per mare a marito n&#39;andasse.<br />
	Il re di Tunisi, sentendo alcuna cosa di questo amore e del proponimento del Gerbino, e del suo valore e della potenzia dubitando, venendo il tempo che mandar ne la dovea, al re Guiglielmo mand&ograve; significando ci&ograve; che fare in tendeva, e che, sicurato da lui che n&eacute; dal Gerbino n&eacute; da altri per lui in ci&ograve; impedito sarebbe, lo &#39;ntendeva di fa re. Il re Guiglielmo, che vecchio signore era n&eacute; dello innamoramento del Gerbino aveva alcuna cosa sentita, non imaginandosi che per questo addomandata fosse tal sicurt&agrave;, liberamente la concedette e in segno di ci&ograve; mand&ograve; al re di Tunisi un suo guanto. Il quale, poi che la sicurt&agrave; ricevuta ebbe, fece una grandissima e bella nave nel porto di Cartagine apprestare, e fornirla di ci&ograve; che bisogno aveva a chi su vi doveva andare, e ornarla e acconciarla per su mandarvi la figliuola in Granata, n&eacute; altro aspettava che tempo.<br />
	La giovane donna, che tutto questo sapeva e vedeva, occultamente un suo servidore mand&ograve; a Palermo e imposegli che il bel Gerbino da sua parte salutasse e gli dicesse come ella in fra pochi d&igrave; era per andarne in Granata; per che ora si parrebbe se cos&igrave; fosse valente uomo come si diceva e se cotanto l&#39;amasse quanto pi&ugrave; volte significato l&#39;avea.<br />
	Costui, a cui imposta fu, ottimamente fe&#39;l&#39;ambasciata e a Tunisi ritornossi. Gerbino questo udendo e sappiendo che il re Guiglielmo suo avolo data avea la sicurt&agrave; al re di Tunisi, non sapeva che farsi; ma pur, da amor sospinto, avendo le parole della donna intese e per non parer vile, andatosene a Messina, quivi prestamente fece due galee sottili armare, e messivi su di valenti uomini, con esse sopra la Sardigna n&#39;and&ograve;, avvisando quindi dovere la nave della donna passare.<br />
	N&eacute; fu di lungi l&#39;effetto al suo avviso; per ci&ograve; che pochi d&igrave; quivi fu stato, che la nave con poco vento non guari lontana al luogo dove aspettandola riposto s&#39;era sopravenne. La qual veggendo Gerbino, a&#39;suoi compagni disse:<br />
	- Signori, se voi cos&igrave; valorosi siete come io vi tegno, niun di voi senza aver sentito o sentire amore credo che sia, senza il quale, s&igrave; come io meco medesimo estimo, niun mortal pu&ograve; alcuna virt&ugrave; o bene in s&eacute; avere; e se innamorati stati siete o sete, leggier cosa vi fia comprendere il mio disio. Io amo, e amor m&#39;indusse a darvi la presente fatica; e ci&ograve; che io amo nella nave che qui davanti ne vedete dimora, la quale, insieme con quella cosa che io pi&ugrave; disidero, &egrave; piena di grandissime ricchezze, le quali, se valorosi uomini siete, con poca fatica, virilmente combattendo, acquistar possiamo. Della qual vittoria io non cerco che in parte mi venga se non una donna, per lo cui amore i&#39;muovo l&#39;arme; ogni altra cosa sia vostra libera mente infin da ora. Andiamo adunque, e bene avventurosa mente assagliamo la nave; Iddio, alla nostra impresa favorevole, senza vento prestarle la ci tien ferma.<br />
	Non erano al bel Gerbino tante parole bisogno, per ci&ograve; che i messinesi che con lui erano, vaghi della rapina, gi&agrave; con l&#39;animo erano a far quello di che il Gerbino gli confortava con le parole. Per che, fatto un grandissimo romore nella fine del suo parlare che cos&igrave; fosse, le trombe sonarono; e prese l&#39;armi, dierono de&#39;remi in acqua e alla nave pervennero.<br />
	Coloro che sopra la nave erano, veggendo di lontan venir le galee, non potendosi partire, s&#39;apprestarono alla difesa.<br />
	Il bel Gerbino, a quella pervenuto, fe&#39;comandare che i padroni di quella sopra le galee mandati fossero, se la battaglia non voleano.<br />
	I saracini, certificati chi erano e che domandassero, dissero s&eacute; essere contro alla fede lor data dal re da loro assaliti; e in segno di ci&ograve; mostrarono il guanto del re Guiglielmo e del tutto negaron di mai, se non per battaglia vinti, arrendersi o cosa che sopra la nave fosse lor dare. Gerbino, il qual sopra la poppa della nave veduta aveva la donna troppo pi&ugrave; bella assai che egli seco non estimava, infiammato pi&ugrave; che prima, al mostrar del guanto rispose che quivi non avea falconi al presente perch&eacute; guanto v&#39;avesse luogo; e per ci&ograve;, ove dar non volesser la donna, a ricever la battaglia s&#39;apprestassero. La qual senza pi&ugrave; attendere, a saettare e a gittar pietre l&#39;un verso l&#39;altro fieramente incominciarono, e lungamente con danno di ciascuna delle parti in tal guisa combatterono. Ultimamente, veggendosi Gerbino poco util fare, preso un legnetto che di Sardigna menato aveano, e in quel messo fuoco, con amendue le galee quello accost&ograve; alla nave. Il che veggendo i saracini e conoscendo s&eacute; di necessit&agrave; o doversi arrendere o morire, fatto sopra coverta la figliola del re venire, che sotto coverta piagnea, e quella menata alla proda della nave e chiamato il Gerbino, presente agli occhi suoi lei gridante merc&eacute; e aiuto svenarono, e in mar gittandola dissono:<br />
	- Togli, noi la ti diamo qual noi possiamo e chente la tua fede l&#39;ha meritata.<br />
	Gerbino, veggendo la crudelt&agrave; di costoro, quasi di morir vago, non curando di saetta n&eacute; di pietra, alla nave si fece accostare; e quivi su, malgrado di quanti ve n&#39;eran, montato, non altramenti che un leon famelico nell&#39;armento di giuvenchi venuto or questo or quello svenando prima co&#39;denti e con l&#39;unghie la sua ira sazia che la fame, con una spada in mano or questo or quel tagliando de&#39;saracini crudelmente molti n&#39;uccise Gerbino; e, gi&agrave; crescente il fuoco nella accesa nave, fattone a&#39;marinari trarre quello che si pot&egrave; per appagamento di loro, gi&ugrave; se ne scese con poco lieta vittoria de&#39;suoi avversari avere acquistata.<br />
	Quindi, fatto il corpo della bella donna ricoglier di mare, lungamente e con molte lagrime il pianse, e in Cicilia tornandosi, in Ustica, piccioletta isola quasi a Trapani dirimpetto, onorevolmente il fe&#39;sepellire, e a casa pi&ugrave; doloroso che altro uomo si torn&ograve;.<br />
	Il re di Tunisi, saputa la novella, suoi ambasciadori di nero vestiti al re Guiglielmo mand&ograve;, dogliendosi della fede che gli era stata male osservata, e raccontarono il come. Di che il re Guiglielmo turbato forte, n&eacute; vedendo via da poter lor giustizia negare (ch&eacute; la dimandavano), fece prendere il Gerbino; ed egli medesimo, non essendo alcun de&#39;baron suoi che con prieghi da ci&ograve; si sforzasse di rimuoverlo, il condann&ograve; nella testa e in sua presenzia gliele fece tagliare, volendo avanti senza nepote rimanere che esser tenuto re senza fede.<br />
	Adunque cos&igrave; miseramente in pochi giorni i due amanti, senza alcun frutto del loro amore aver sentito, di mala morte morirono, com&#39;io v&#39;ho detto.</p>
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		<title>Giornata quarta &#8211; Novella terza</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Apr 2012 19:13:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[tette]]></category>

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		<description><![CDATA[Tre giovani amano tre sorelle e con loro si fuggono in Creti. La maggiore per gelosia il suo amante uccide; la seconda, concedendosi al duca di Creti, scampa da morte la prima, l'amante della quale l'uccide e con la prima si fugge: ènne incolpato il terzo amante con la terza sirocchia; e presi il confessano e per tema di morire con moneta la guardia corrompono, e fuggonsi poveri a Rodi e in povertà quivi muoiono.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Filostrato, udita la fine del novellar di Pampinea, sovra s&eacute; stesso alquanto stette e poi disse verso di lei:<br />
	- Un poco di buono e che mi piacque fu nella fine della vostra novella; ma troppo pi&ugrave; vi fu innanzi a quella da ridere, il che avrei voluto che stato non vi fosse.<br />
	Poi alla Lauretta voltato disse:<br />
	- Donna, seguite appresso con una migliore, se esser pu&ograve;.<br />
	La Lauretta ridendo disse:<br />
	- Troppo siete contro agli amanti crudele, se pure malvagio fine disiderate di loro; e io, per ubidirvi, ne racconter&ograve; una di tre li quali igualmente mal capitarono, poco del loro amore essendo goduti &#8211; ; e cos&igrave; detto, incominci&ograve;.<br />
	Giovani donne, s&igrave; come voi apertamente potete conoscere, ogni vizio pu&ograve; in gravissima noia tornar di colui che l&#39;usa e molte volte d&#39;altrui; e tra gli altri che con pi&ugrave; abbandonate redine ne&#39;nostri pericoli ne trasporta, mi pare che l&#39;ira sia quello; la quale niuna altra cosa &egrave; che un movimento subito e inconsiderato, da sentita tristizia sospinto, il quale, ogni ragion cacciata e gli occhi della mente avendo di tenebre offuscati, in ferventissimo furore accende l&#39;anima nostra. E come che questo sovente negli uomini avvenga, e pi&ugrave; in uno che in uno altro, nondimeno gi&agrave; con maggior danni s&#39;&egrave; nelle donne veduto, per ci&ograve; che pi&ugrave; leggiermente in quelle s&#39;accende e ardevi con fiamma pi&ugrave; chiara e con meno rattenimento le sospigne.<br />
	N&eacute; &egrave; di ci&ograve; maraviglia, per ci&ograve; che, se ragguardar vorremo, vedremo che il fuoco di sua natura pi&ugrave; tosto nelle leggieri e morbide cose s&#39;apprende che nelle dure e pi&ugrave; gravanti; e noi pur siamo (non l&#39;abbiano gli uomini a male) pi&ugrave; delicate che essi non sono e molto pi&ugrave; mobili.<br />
	Laonde, veggendoci naturalmente a ci&ograve; inchinevoli, e appresso ragguardato come la nostra mansuetudine e benignit&agrave; sia di gran riposo e di piacere agli uomini co&#39;quali a costumare abbiamo, e cos&igrave; l&#39;ira e il furore essere di gran noia e di pericolo, acci&ograve; che da quella con pi&ugrave; forte petto ci guardiamo, l&#39;amor di tre giovani e d&#39;altrettante donne, come di sopra dissi, per l&#39;ira d&#39;una di loro di felice essere divenuto infelicissimo, intendo con la mia novella mostrarvi.<br />
	Marsilia, s&igrave; come voi sapete, &egrave; in Provenza sopra la marina posta, antica e nobilissima citt&agrave;, e gi&agrave; fu di ricchi uomini e di gran mercatanti pi&ugrave; copiosa che oggi non si vede. Tra&#39;quali ne fu un chiamato N&#39;Arnald Civada, uomo di nazione infima, ma di chiara fede e leal mercatante, senza misura di possessioni e di denari ricco, il quale d&#39;una sua donna avea pi&ugrave; figliuoli, de&#39;quali tre n&#39;erano femine ed eran di tempo maggiori che gli altri che maschi erano. Delle qua li le due, nate ad un corpo, erano d&#39;et&agrave; di quindici anni, la terza aveva quattordici; n&eacute; altro s&#39;attendeva per li loro parenti a maritarle, che la tornata di N&#39;Arnald il quale con sua mercatantia era andato in Ispagna. Erano i nomi delle due prime, dell&#39;una Ninetta e dell&#39;altra Maddalena; la terza era chiamata Bertella.<br />
	Della Ninetta era un giovane gentile uomo, avvegna che povero fosse, chiamato Restagnone, innamorato quanto pi&ugrave; potea, e la giovane di lui; e s&igrave; avevan saputo adoperare, che, senza saperlo alcuna persona del mondo, essi godevano del loro amore; e gi&agrave; buona pezza goduti n&#39;erano, quando avvenne che due giovani compagni, de&#39;quali l&#39;uno era chiamato Folco e l&#39;altro Ughetto, morti i padri loro ed essendo rimasi ricchissimi, l&#39;un della Maddalena e l&#39;altro della Bertella s&#39;innamorarono.<br />
	Della qual cosa avvedutosi Restagnone, essendogli stato dalla Ninetta mostrato, pens&ograve; di potersi ne&#39;suoi difetti adagiare per lo costoro amore. E con lor presa dimestichezza, or l&#39;uno e or l&#39;altro e talvolta amenduni gli accompagnava a vedere le lor donne e la sua; e quando dimestico assai e amico di costoro esser gli parve, un giorno in casa sua chiamatigli, disse loro:<br />
	- Carissimi giovani, la nostra usanza vi pu&ograve; aver renduti certi quanto sia l&#39;amore che io vi porto, e che io per voi adopererei quello che io per me medesimo adoperassi; e per ci&ograve; che io molto v&#39;amo, quello che nello animo caduto mi sia intendo di dimostrarvi, e voi appresso con meco insieme quel partito ne prenderemo che vi parr&agrave; il migliore. Voi, se le vostre parole non mentono, e per quello ancora che ne&#39;vostri atti e di d&igrave; e di notte mi pare aver compreso, di grandissimo amore delle due giovani amate da voi ardete, e io della terza loro sorella; al quale ardore, ove voi vi vogliate accordare, mi d&agrave; il cuore di trovare assai dolce e piacevole rimedio, il quale &egrave; questo. Voi siete ricchissimi giovani, quello che non sono io. Dove voi vogliate recare le vostre ricchezze in uno e me far terzo posseditore con voi insieme di quelle e diliberare in che parte del mondo noi vogliamo andare a vivere in lieta vita con quelle, senza alcun fallo mi d&agrave; il cuor di fare che le tre sorelle, con gran parte di quello del padre loro, con esso noi, dove noi andar ne vorremo ne verranno; e quivi ciascun con la sua, a guisa di tre fratelli, viver potremo li pi&ugrave; contenti uomini che altri che al mondo sieno. A voi omai sta il prender partito in volervi di ci&ograve; consolare, o lasciarlo.<br />
	Li due giovani, che oltre modo ardevano, udendo che le lor giovani avrebbono, non penar troppo a diliberarsi, ma dissero, dove questo seguir dovesse, che essi erano apparecchiati di cos&igrave; fare. Restagnone, avuta questa risposta da&#39;giovani, ivi a pochi giorni si trov&ograve; con la Ninetta, alla quale non senza gran malagevolezza andar poteva; e poi che alquanto con lei fu dimorato, ci&ograve; che co&#39;giovani detto aveale ragion&ograve;, e con molte ragion s&#39;ingegn&ograve; di farle questa impresa piacere. Ma poco malagevole gli fu, per ci&ograve; che essa molto pi&ugrave; di lui disiderava di poter con lui esser senza sospetto; per che essa liberamente rispostogli che le piaceva e che le sorelle, e massimamente in questo, quel farebbono che ella volesse, gli disse che ogni cosa opportuna intorno a ci&ograve;, quanto pi&ugrave; tosto potesse, ordinasse. Restagnone a&#39;due giovani tornato, li quali molto ci&ograve; che ragionato avea loro il sollicitavano, disse loro, che dalla parte delle lor donne l&#39;opera era messa in assetto. E fra s&eacute; diliberati di doverne in Creti andar, vendute alcune possessioni le quali avevano, sotto titolo di voler con denari andar mercatando, e d&#39;ogn&#39;altra lor cosa fatti denari, una saettia comperarono e quella segretamente armarono di gran vantaggio, e aspettarono il termine dato. D&#39;altra parte la Ninetta, che del disiderio delle sorelle sapeva assai, con dolci parole in tanta volont&agrave; di questo fatto l&#39;accese che esse non credevano tanto vivere che a ci&ograve; pervenissero. Per che, venuta la notte che salire sopra la saettia dovevano, le tre sorelle, aperto un gran cassone del padre loro, di quello grandissima quantit&agrave; di denari e di gioie trassono, e con esse di casa tutte e tre tacitamente uscite secondo l&#39;ordine dato, li lor tre amanti che l&#39;aspettavano trovarono; con li quali senza alcuno indugio sopra la saettia montate, dier de&#39;remi in acqua e andar via; e senza punto rattenersi in alcuno luogo, la seguente sera giunsero a Genova, dove i novelli amanti gioia e piacere primieramente presero del loro amore.<br />
	E rinfrescatisi di ci&ograve; che avean bisogno, andaron via, e d&#39;un porto in uno altro, anzi che l&#39;ottavo d&igrave; fosse senza alcuno impedimento pervennero in Creti, dove grandissime e belle possessioni comperarono, alle quali assai vicini di Candia fecero bellissimi abituri e dilettevoli e quivi con molta famiglia, con cani e con uccelli e con cavalli, in conviti e in festa e in gioia colle lor donne i pi&ugrave; contenti uomini del mondo a guisa di baroni cominciarono a vivere.<br />
	E in tal maniera dimorando, avvenne (s&igrave; come noi veggiamo tutto il giorno avvenire che, quantunque le cose molto piacciano, avendone soperchia copia rincrescono) che a Restagnone, il qual molto amata avea la Ninetta, potendola egli senza alcun sospetto ad ogni suo piacere avere, gl&#39;incominci&ograve; a rincrescere e per conseguente a mancar verso lei l&#39;amore. Ed essendogli ad una festa sommamente piaciuta una giovane del paese, bella e gentil donna, e quella con ogni studio seguitando, cominci&ograve; per lei a far maravigliose cortesie e feste; di che la Ninetta accorgendosi, entr&ograve; di lui in tanta gelosia, che egli non poteva andare un passo che ella nol risapesse, e appresso con parole e con crucci lui e s&eacute; non ne tribolasse.<br />
	Ma cos&igrave; come la copia delle cose genera fastidio, cos&igrave; l&#39;esser le disiderate negate moltiplica l&#39;appetito, cos&igrave; i crucci della Ninetta le fiamme del nuovo amore di Restagnone accrescevano; e come che in processo di tempo s&#39;avvenisse, o che Restagnone l&#39;amist&agrave; della donna amata avesse o no, la Ninetta, chi che gliele rapportasse, l&#39;ebbe per fermo; di che ella in tanta tristizia cadde, e di quella in tanta ira e per conseguente in tanto furor trascorse, che, rivoltato l&#39;amore il quale a Restagnon portava in acerbo odio, accecata dalla sua ira, s&#39;avvis&ograve; colla morte di Restagnone l&#39;onta che ricever l&#39;era paruta vendicare. E avuta una vecchia greca gran maestra di compor veleni, con promesse e con doni a fare un&#39;acqua mortifera la condusse, la quale essa, senza altramenti consigliarsi, una sera a Restagnon riscaldato e che di ci&ograve; non si guardava di&egrave; bere. La potenzia di quella fu tale che, avanti che il mattutin venisse, l&#39;ebbe ucciso. La cui morte sentendo Folco e Ughetto e le lor donne, senza saper che di veleno fosse morto, insieme con la Ninetta amaramente piansero e onorevolmente il fecero sepellire.<br />
	Ma non dopo molti giorni avvenne che per altra malvagia opera fu presa la vecchia che alla Ninetta l&#39;acqua avvelenata composta avea, la quale tra gli altri suoi mali, martoriata, confess&ograve; questo, pienamente mostrando ci&ograve; che per quello avvenuto ne fosse; di che il duca di Creti, senza alcuna cosa dirne, tacitamente una notte fu d&#39;intorno al palagio di Folco, e senza romore o contradizione alcuna, presa ne men&ograve; la Ninetta. Dalla quale senza alcun martorio prestissimamente ci&ograve; che udir volle ebbe della morte di Restagnone.<br />
	Folco e Ughetto occultamente dal duca avean sentito, e da loro le lor donne, perch&eacute; presa la Ninetta fosse, il che forte dispiacque loro; e ogni studio ponevano in far che dal fuoco la Ninetta dovesse campare, al quale avvisavano che giudicata sarebbe, s&igrave; come colei che molto ben guadagnato l&#39;avea; ma tutto pareva niente, per ci&ograve; che il duca pur fermo a volerne fare giustizia stava.<br />
	La Maddalena, la quale bella giovane era e lungamente stata vagheggiata dal duca senza mai aver voluta far cosa che gli piacesse, imaginando che piacendogli potrebbe la sirocchia dal fuoco sottrarre, per un cauto ambasciadore gli signific&ograve; s&eacute; esser ad ogni suo comandamento, dove due cose ne dovesser seguire: la prima, che ella la sua sorella salva e libera dovesse riavere; l&#39;altra che questa cosa fosse segreta. Il duca, udita l&#39;ambasciata e piaciutagli, lungamente seco pens&ograve; se fare il volesse, e alla fine vi s&#39;accord&ograve; e disse ch&#39;era presto. Fatto adunque di consentimento della donna, quasi da loro informar si volesse del fatto, sostenere una notte Folco e Ughetto, ad albergare se n&#39;and&ograve; segretamente colla Maddalena. E fatto prima sembiante d&#39;avere la Ninetta messa in un sacco e doverla quella notte stessa farla in mare mazzerare, seco la rimen&ograve; alla sua sorella e per prezzo di quella notte gliele don&ograve;, la mattina nel dipartirsi pregandola che quella notte, la qual prima era stata nel loro amore, non fosse l&#39;ultima; e oltre a questo le &#39;mpose che via ne mandasse la colpevole donna, acci&ograve; che a lui non fosse biasimo o non gli convenisse da capo contro di lei incrudelire.<br />
	La mattina seguente Folco e Ughetto, avendo udito la Ninetta la notte essere stata mazzerata, e credendolo, furon liberati; e alla lor casa, per consolar le lor donne della morte della sorella, tornati, quantunque la Maddalena s&#39;ingegnasse di nasconderla molto, pur s&#39;accorse Folco che ella v&#39;era; di che egli si maravigli&ograve; molto, e subitamente suspic&ograve; (gi&agrave; avendo sentito che il duca aveva la Maddalena amata), e domandolla come questo esser potesse che la Ninetta quivi fosse.<br />
	La Maddalena ord&igrave; una lunga favola a volergliele mostrare, poco da lui, che malizioso era, creduta, il quale, a doversi dire il vero la costrinse; la quale dopo molte parole gliele disse. Folco, da dolor vinto e in furor montato, tirata fuori una spada, lei invano merc&eacute; addomandante uccise; e temendo l&#39;ira e la giustizia del duca, lei lasciata nella camera morta, se n&#39;and&ograve; col&agrave; ove la Ninetta era, e con viso infintamente lieto le disse:<br />
	- Tosto andianne l&agrave; dove diterminato &egrave; da tua sorella che io ti meni, acci&ograve; che pi&ugrave; non venghi alle mani del duca.<br />
	La qual cosa la Ninetta credendo e come paurosa disiderando di partirsi, con Folco, senza altro commiato chiedere alla sorella, essendo gi&agrave; notte, si mise in via, e con que&#39; denari a&#39;quali Folco pot&egrave; por mani, che furon pochi; e alla marina andatisene, sopra una barca montarono, n&eacute; mai si seppe dove arrivati si fossero.<br />
	Venuto il d&igrave; seguente ed essendosi la Maddalena trovata uccisa, furono alcuni che per invidia e odio che ad Ughetto portavano, subitamente al duca l&#39;ebbero fatto sentire; per la qual cosa il duca, che molto la Maddalena amava, focosamente alla casa corso, Ughetto prese e la sua donna e loro, che di queste cose niente ancor sapeano, cio&egrave; della partita di Folco e della Ninetta, costrinse a confessar s&eacute; insieme con Folco esser della morte della Maddalena colpevoli.<br />
	Per la qual confessione costoro meritamente della morte temendo, con grande ingegno coloro che gli guardavano corruppono, dando loro una certa quantit&agrave; di denari, li quali nella lor casa nascosti per li casi opportuni guardavano e con le guardie insieme, senza avere spazio di potere alcuna lor cosa torre, sopra una barca montati, di notte se ne fuggirono a Rodi, dove in povert&agrave; e in miseria vissero non gran tempo.<br />
	Adunque a cos&igrave; fatto partito il folle amore di Restagnone e l&#39;ira della Ninetta s&eacute; condussero e altrui.</p>
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		<title>Giornata quarta &#8211; Novella seconda</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Apr 2012 19:12:30 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Il decamerone]]></category>
		<category><![CDATA[gambe]]></category>
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		<description><![CDATA[Frate Alberto dà a vedere ad una donna che l'Agnolo Gabriello è di lei innamorato, in forma del quale più volte si giace con lei; poi, per paura de'parenti di lei della casa gittatosi, in casa d'uno povero uomo ricovera, il quale in forma d'uomo salvatico il dì seguente nella piazza il mena, dove, riconosciuto, è da'suoi frati preso e incarcerato.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Aveva la novella dalla Fiammetta raccontata le lagrime pi&ugrave; volte tirate insino in su gli occhi alle sue compagne, ma quella gi&agrave; essendo compiuta, il re con rigido viso disse:<br />
	- Poco prezzo mi parrebbe la vita mia a dover dare per la met&agrave; diletto di quello che con Guiscardo ebbe Ghismonda, n&eacute; se ne dee di voi maravigliare alcuna, con ci&ograve; sia cosa che io, vivendo, ogni ora mille morti sento, n&eacute; per tutte quelle una sola particella di diletto m&#39;&egrave; data. Ma, lasciando al presente li miei fatti ne&#39;loro termini stare, voglio che ne&#39;fieri ragionamenti, e a&#39;miei accidenti in parte simili, Pampinea ragionando seguisca; la quale se, come Fiammetta ha cominciato, andr&agrave; appresso, senza dubbio alcuna rugiada cadere sopra il mio fuoco comincer&ograve; a sentire.<br />
	Pampinea, a s&eacute; sentendo il comandamento venuto, pi&ugrave; per la sua affezione cognobbe l&#39;animo delle compagne che quello del re per le sue parole, e per ci&ograve;, pi&ugrave; disposta a dovere al quanto recrear loro che a dovere, fuori che del comandamento solo, il re contentare, a dire una novella, senza uscir del proposto, da ridere si dispose, e cominci&ograve;.<br />
	Usano i volgari un cos&igrave; fatto proverbio: &#8211; Chi &egrave; reo e buono &egrave; tenuto, pu&ograve; fare il male e non &egrave; creduto -. Il quale ampia materia a ci&ograve; che m&#39;&egrave; stato proposto mi presta di favellare, e ancora a dimostrare quanta e quale sia la ipocresia de&#39;religiosi, li quali, co&#39;panni larghi e lunghi e co&#39;visi artificialmente pallidi e con le voci umili e mansuete nel domandar l&#39;altrui, e altissime e rubeste in mordere negli altri li loro medesimi vizi e nel mostrare s&eacute; per torre e altri per lor donare venire a salvazione, e oltre a ci&ograve;, non come uomini che il paradiso abbiano a procacciare come noi, ma quasi come possessori e signori di quello, danti a ciaschedun che muore, secondo la quantit&agrave; de&#39;danari loro lasciata da lui, pi&ugrave; e meno eccellente luogo, con questo prima s&eacute; medesimi, se cos&igrave; credono, e poscia coloro che in ci&ograve; alle loro parole dan fede, sforzansi d&#39;ingannare. De&#39;quali, se quanto si convenisse fosse licito a me di mostrare, tosto dichiarerei a molti semplici quello che nelle lor cappe larghissime tengon nascoso. Ma ora fosse piacer di Dio che cos&igrave; delle lor bugie a tutti intervenisse, come ad un frate minore, non miga giovane, ma di quelli che de&#39;maggior ch&#39;ha Ascesi era tenuto a Vinegia; del quale sommamente mi piace di raccontare, per alquanto gli animi vostri, pieni di compassione per la morte di Ghismonda, forse con risa e con piacere rilevare.<br />
	Fu adunque, valorose donne, in Imola uno uomo di scelerata vita e di corrotta, il qual fu chiamato Berto della Massa; le cui vituperose opere molto dagli imolesi conosciute a tanto il recarono che, non che la bugia, ma la verit&agrave; non era in Imola chi gli credesse; per che, accorgendosi quivi pi&ugrave; le sue gherminelle non aver luogo, come disperato, a Vinegia d&#39;ogni bruttura ricevitrice si trasmut&ograve;, e quivi pens&ograve; di trovare altra maniera al suo malvagio adoperare che fatto non avea in altra parte. E, quasi da conscienzia rimorso delle malvagie opere nel preterito fatte da lui, da somma umilt&agrave; soprapreso mostrando si, e oltre ad ogni altro uomo divenuto catolico, and&ograve; e s&igrave; si fece frate minore, e fecesi chiamare frate Alberto da Imola; e in tale abito cominci&ograve; a far per sembianti una aspra vita e a commendar molto la penitenzia e l&#39;astinenzia, n&eacute; mai carne mangiava n&eacute; bevea vino, quando non n&#39;avea che gli piacesse.<br />
	N&eacute; se ne fu appena avveduto alcuno, che di ladrone, di ruffiano, di falsario, d&#39;omicida, subitamente fu un gran predicatore divenuto, senza aver per ci&ograve; i predetti vizi abbandonati, quando nascosamente gli avesse potuti mettere in opera. E oltre a ci&ograve; fattosi prete, sempre all&#39;altare, quando celebrava, se da molti veduto era, piagneva la passione del Salvatore, s&igrave; come colui al quale poco costavano le lagrime quando le volea.<br />
	E in brieve, tra colle sue prediche e le sue lagrime, egli seppe in s&igrave; fatta guisa li viniziani adescare, che egli quasi d&#39;ogni testamento che vi si faceva era fedecommessario e dipositario, e guardatore di denari di molti, confessore e consigliatore quasi della maggior parte degli uomini e delle donne; e cos&igrave; faccendo, di lupo era divenuto pastore, ed era la sua fama di santit&agrave; in quelle parti troppo maggior che mai non fu di san Francesco ad Ascesi.<br />
	Ora avvenne che una giovane donna bamba e sciocca, che chiamata fu madonna Lisetta da ca&#39;Quirino, moglie d&#39;un gran mercatante che era andato con le galee in Fiandra, s&#39;and&ograve; con altre donne a confessar da questo santo frate. La quale essendogli a&#39;piedi, s&igrave; come colei che viniziana era, ed essi son tutti bergoli, avendo parte detta de&#39;fatti suoi, fu da frate Alberto addomandata se alcuno amadore avesse.<br />
	Al quale ella con un mal viso rispose:<br />
	- Deh, messere lo frate, non avete voi occhi in capo? Paionvi le mie bellezze fatte come quelle di queste altre? Troppi n&#39;avrei degli amadori, se io ne volessi; ma non sono le mie bellezze da lasciare amare n&eacute; da tale n&eacute; da quale. Quante ce ne vedete voi, le cui bellezze sien fatte come le mie, che sarei bella nel paradiso?<br />
	E oltre a ci&ograve;, disse tante cose di questa sua bellezza, che fu un fastidio ad udire.<br />
	Frate Alberto conobbe incontanente che costei sentia dello scemo e, parendogli terreno da&#39;ferri suoi, di lei subitamente e oltre modo s&#39;innamor&ograve;; ma, riserbandosi in pi&ugrave; comodo tempo le lusinghe, pur, per mostrarsi santo, quella volta cominci&ograve; a volerla riprendere e a dirle che questa era vanagloria, e altre sue novelle; per che la donna gli disse che egli era una bestia e che egli non conosceva che si fosse pi&ugrave; una bellezza che un&#39;altra. Per che frate Alberto, non volendola troppo turbare, fattale la confessione, la lasci&ograve; andar via con l&#39;altre.<br />
	E stato alquanti d&igrave;, preso un suo fido compagno, n&#39;and&ograve; a casa madonna Lisetta, e trattosi da una parte in una sala con lei e non potendo da altri esser veduto, le si gitt&ograve; davanti ginocchione e disse:<br />
	- Madonna, io vi priego per Dio che voi mi perdoniate di ci&ograve; che io domenica, ragionandomi voi della vostra bellezza, vi dissi, per ci&ograve; che s&igrave; fieramente la notte seguente gastigato ne fui, che mai poscia da giacere non mi son potuto levar se non oggi.<br />
	Disse allora donna Mestola:<br />
	- E chi ve ne gastig&ograve; cos&igrave;?<br />
	Disse frate Alberto:<br />
	- Io il vi dir&ograve;. Standomi io la notte in orazione, s&igrave; come io soglio star sempre, io vidi subitamente nella mia cella un grande splendore, n&eacute; prima mi pote&#39;volgere per veder che ci&ograve; fosse, che io mi vidi sopra un giovane bellissimo con un grosso bastone in mano, il quale, presomi per la cappa e tiratomisi a&#39;pi&egrave;, tante mi di&egrave; che tutto mi ruppe. Il quale io appresso domandai perch&eacute; ci&ograve; fatto avesse, ed egli rispose: &#8211; Per ci&ograve; che tu presummesti oggi di riprendere le celestiali bellezze di madonna Lisetta, la quale io amo, da Dio in fuori, sopra ogni altra cosa -. E io allora domandai: &#8211; Chi siete voi? &#8211; A cui egli rispose che era l&#39;agnolo Gabriello. &#8211; O signor mio -, dissi io &#8211; io vi priego che voi mi perdoniate -. E egli allora disse :- E io ti perdono per tal convenente, che tu a lei vada come tu prima potrai, e facciti perdonare; e dove ella non ti perdoni, io ci torner&ograve; e darottene tante che io ti far&ograve; tristo per tutto il tempo che tu ci viverai -. Quello che egli poi mi dicesse, io non ve l&#39;oso dire, se prima non mi perdonate.<br />
	Donna Zucca al vento, la quale era anzi che no un poco dolce di sale, godeva tutta udendo queste parole e verissime tutte le credea, e dopo alquanto disse:<br />
	- Io vi diceva bene, frate Alberto, che le mie bellezze eran celestiali; ma, se Dio m&#39;aiuti, di voi m&#39;incresce, e in fino ad ora, acci&ograve; che pi&ugrave; non vi sia fatto male, io vi perdono, s&igrave; veramente che voi mi diciate ci&ograve; che l&#39;agnolo poi vi disse.<br />
	Frate Alberto disse:<br />
	- Madonna, poi che perdonato m&#39;avete, io il vi dir&ograve; volentieri; ma una cosa vi ricordo, che cosa che io vi dica voi vi guardiate di non dire ad alcuna persona che sia nel mondo, se voi non volete guastare i fatti vostri, che siete la pi&ugrave; avventurata donna che oggi sia al mondo.<br />
	Questo agnol Gabriello mi disse che io vi dicessi che voi gli piacevate tanto, che pi&ugrave; volte a starsi con voi venuto la notte sarebbe, se non fosse per non spaventarvi. Ora vi manda egli dicendo per me, che a voi vuol venire una notte e dimorarsi una pezza con voi; e per ci&ograve; che egli &egrave; agnolo e venendo in forma d&#39;agnolo voi nol potreste toccare, dice che per diletto di voi vuol venire in forma d&#39;uomo, e per ci&ograve; dice che voi gli mandiate a dire quando volete che egli venga, e in forma di cui ed egli ci verr&agrave;; di che voi, pi&ugrave; che altra donna che viva, tener vi potete beata.<br />
	Madonna Baderla allora disse che molto le piaceva se l&#39;agnolo Gabriello l&#39;amava; per ci&ograve; che ella amava ben lui, n&eacute; era mai che una candela d&#39;un mattapan non gli accendesse davanti dove dipinto il vedeva; e che, quale ora egli volesse a lei venire, egli fosse il ben venuto, ch&eacute; egli la troverebbe tutta sola nella sua camera, ma con questo patto, che egli non dovesse lasciar lei per la Vergine Maria, che l&#39;era detto che egli le voleva molto bene, e anche si pareva, ch&eacute; in ogni luogo che ella il vedeva, le stava ginocchione innanzi; e oltre a questo, che a lui stesse di venire in qual forma volesse, purch&eacute; ella non avesse paura.<br />
	Allora disse frate Alberto:<br />
	- Madonna, voi parlate saviamente; e io ordiner&ograve; ben con lui quello che voi mi dite. Ma voi mi potete fare una gran grazia, e a voi non coster&agrave; niente; e la grazia &egrave; questa, che voi vogliate che egli venga con questo mio corpo. E udite in che voi mi farete grazia: che egli mi trarr&agrave; l&#39;anima mia di corpo e metteralla in paradiso, ed egli enterr&agrave; in me, e quanto egli star&agrave; con voi, tanto si star&agrave; l&#39;anima mia in paradiso.<br />
	Disse allora donna Pocofila:<br />
	- Ben mi piace; io voglio che, in luogo delle busse le quali egli vi diede a mie cagioni, che voi abbiate questa consolazione.<br />
	Allora disse frate Alberto:<br />
	- Or farete che questa notte egli truovi la porta della vostra casa per modo che egli possa entrarci, per ci&ograve; che vegnendo in corpo umano, come egli verr&agrave;, non potrebbe entrare se non per l&#39;uscio.<br />
	La donna rispose che fatto sarebbe. Frate Alberto si part&igrave;, ed ella rimase faccendo s&igrave; gran galloria che non le toccava il cul la camicia, mille anni parendole che l&#39;agnolo Gabriello a lei venisse.<br />
	Frate Alberto, pensando che cavaliere, non agnolo, esser gli convenia la notte, con confetti e altre buone cose s&#39;incominci&ograve; a confortare, acci&ograve; che di leggier non fosse da caval gittato. E avuta la licenzia, con uno compagno, come notte fu, se n&#39;entr&ograve; in casa d&#39;una sua amica, dalla quale altra volta aveva prese le mosse quando andava a correr le giumente; e di quindi, quando tempo gli parve, trasformato se n&#39;and&ograve; a casa la donna, e in quella entrato, con sue frasche che portate avea, in agnolo si trasfigur&ograve;, e salitosene suso, se n&#39;entr&ograve; nella camera della donna.<br />
	La quale, come questa cosa cos&igrave; bianca vide, gli s&#39;inginocchi&ograve; innanzi, e l&#39;agnolo la benedisse e levolla in pi&egrave; e fecele segno che a letto s&#39;andasse. Il che ella, volenterosa d&#39;ubbidire, fece prestamente, e l&#39;agnolo appresso colla sua divota si coric&ograve;.<br />
	Era frate Alberto bello uomo del corpo e robusto, e stavangli troppo bene le gambe in su la persona; per la qual cosa con donna Lisetta trovandosi, che era fresca e morbida, altra giacitura faccendole che il marito, molte volte la notte vol&ograve; senza ali, di che ella forte si chiam&ograve; per contenta; e oltre a ci&ograve; molte cose le disse della gloria celestiale. Poi, appressandosi il d&igrave;, dato ordine al ritornare, co&#39;suoi arnesi fuor se n&#39;usc&igrave; e tornossi al compagno suo, al quale, acci&ograve; che paura non avesse dormendo solo, aveva la buona femina della casa fatta amichevole compagnia.<br />
	La donna, come desinato ebbe, presa sua compagnia, se n&#39;and&ograve; a frate Alberto e novelle gli disse dello agnolo Gabriello e ci&ograve; che da lui udito avea della gloria di vita etterna, e come egli era fatto, aggiugnendo oltre a questo maravigliose favole.<br />
	A cui frate Alberto disse:<br />
	- Madonna, io non so come voi vi steste con lui; so io bene che stanotte, vegnendo egli a me e io avendogli fatta la vostra ambasciata, egli ne port&ograve; subitamente l&#39;anima mia tra tanti fiori e tra tante rose, che mai non se ne videro di qua tante, e stettimi in uno de&#39;pi&ugrave; dilettevoli luoghi che fosse mai infino a stamane a matutino; quello che il mio corpo si divenisse, io non so.<br />
	- Non ve &#39;l dich&#39;io? &#8211; disse la donna &#8211; il vostro corpo stette tutta notte in braccio mio con l&#39;agnol Gabriello; e se voi non mi credete, guateretevi sotto la poppa manca l&agrave; dove io diedi un grandissimo bacio all&#39;agnolo, tale che egli vi si parr&agrave; il segnale parecchi d&igrave;.<br />
	Disse allora frate Alberto:<br />
	- Ben far&ograve; oggi una cosa che io non feci gi&agrave; &egrave; gran tempo pi&ugrave;, che io mi spoglier&ograve; per vedere se. voi dite il vero.<br />
	E dopo molto cianciare la donna se ne torn&ograve; a casa; alla quale in forma d&#39;agnolo frate Alberto and&ograve; poi molte volte senza alcuno impedimento ricevere.<br />
	Pure avvenne un giorno che, essendo madonna Lisetta con una sua comare e insieme di bellezze quistionando, per porre la sua innanzi ad ogn&#39;altra, s&igrave; come colei che poco sale aveva in zucca, disse:<br />
	- Se voi sapeste a cui la mia bellezza piace, in verit&agrave; voi tacereste dell&#39;altre.<br />
	La comare, vaga d&#39;udire, s&igrave; come colei che ben la conoscea, disse:<br />
	- Madonna, voi potreste dir vero, ma tuttavia, non sappiendo chi questi si sia, altri non si rivolgerebbe cos&igrave; di leggiero.<br />
	Allora la donna, che piccola levatura avea, disse:<br />
	- Comare, egli non si vuol dire, ma lo &#39;ntendimento mio &egrave; l&#39;agnolo Gabriello, il quale pi&ugrave; che s&eacute; m&#39;ama, s&igrave; come la pi&ugrave; bella donna, per quello che egli mi dica, che sia nel mondo o in maremma.<br />
	La comare ebbe allora voglia di ridere, ma pur si tenne per farla pi&ugrave; avanti parlare, e disse:<br />
	- In f&egrave; di Dio, madonna, se l&#39;agnolo Gabriello &egrave; vostro intendimento e dicevi questo, egli dee bene esser cos&igrave;; ma io non credeva che gli agnoli facesson queste cose.<br />
	Disse la donna:<br />
	- Comare, voi siete errata; per le plaghe di Dio, egli il fa meglio che mio marido, e dicemi che egli si fa anche colass&ugrave;; ma, per ci&ograve; che io gli paio pi&ugrave; bella che niuna che ne sia in cielo, s&#39;&egrave; egli innamorato di me e viensene a star meco bene spesso; mo ved&igrave; vu?<br />
	La comare, partita da madonna Lisetta, le parve mille anni che ella fosse in parte ove ella potesse queste cose ridire; e ragunatasi ad una festa con una gran brigata di donne, loro ordinatamente raccont&ograve; la novella. Queste donne il dissero a&#39;mariti e ad altre donne, e quelle a quell&#39;altre, e cos&igrave; in meno di due d&igrave; ne fu tutta ripiena Vinegia. Ma tra gli altri a&#39;quali questa cosa venne agli orecchi furono i cognati di lei, li quali, senza alcuna cosa dirle, si posero in cuore di trovare questo agnolo e di sapere se egli sapesse volare; e pi&ugrave; notti stettero in posta.<br />
	Avvenne che di questo fatto alcuna novelluzza ne venne a frate Alberto agli orecchi; il quale, per riprender la donna, una notte andatovi, appena spogliato s&#39;era, che i cognati di lei, che veduto l&#39;avevan venire, furono all&#39;uscio della sua camera per aprirlo. Il che frate Alberto sentendo, e avvisato ci&ograve; che era, levatosi, non veggendo altro rifugio, aperse una finestra la qual sopra il maggior canal rispondea, e quindi si gitt&ograve; nell&#39;acqua.<br />
	Il fondo v&#39;era grande ed egli sapeva ben notare, s&igrave; che male alcun non si fece; e, notato dall&#39;altra parte del canale, in una casa che aperta v&#39;era prestamente se n&#39;entr&ograve;, pregando un buono uomo che dentro v&#39;era che per l&#39;amor di Dio gli scampasse la vita, sue favole dicendo perch&eacute; quivi a quella ora e ignudo fosse.<br />
	Il buono uomo, mosso a piet&agrave;, convenendogli andare a far sue bisogne, nel suo letto il mise, e dissegli che quivi infino alla sua tornata si stesse; e dentro serratolo, and&ograve; a fare i fatti suoi.<br />
	I cognati della donna entrati nella camera trovarono che l&#39;agnolo Gabriello, quivi avendo lasciate l&#39;ali, se n&#39;era volato; di che quasi scornati grandissima villania dissero alla donna, e lei ultimamente sconsolata lasciarono stare e a casa lor tornarsi con gli arnesi dello agnolo.<br />
	In questo mezzo, fattosi il d&igrave; chiaro, essendo il buono uomo in sul Rialto, ud&igrave; dire come l&#39;agnolo Gabriello era la notte andato a giacere con madonna Lisetta e da&#39;cognati trovatovi, s&#39;era per paura gittato nel canale, n&eacute; si sapeva che divenuto se ne fosse; per che prestamente s&#39;avvis&ograve; colui che in casa avea esser desso. E l&agrave; venutosene e riconosciutolo, dopo molte novelle, con lui trov&ograve; modo che, s&#39;egli non volesse che a&#39;cognati di lei il desse, gli facesse venire cinquanta ducati; e cos&igrave; fu fatto.<br />
	E appresso questo, disiderando frate Alberto d&#39;uscir di quindi, gli disse il buono uomo:<br />
	- Qui non ha modo alcuno, se gi&agrave; in uno non voleste. Noi facciamo oggi una festa, nella quale chi mena uno uomo vestito a modo d&#39;orso e chi a guisa d&#39;uom salvatico, e chi d&#39;una cosa e chi d&#39;un&#39;altra, e in su la piazza di San Marco si fa una caccia, la qual fornita, &egrave; finita la festa; e poi ciascun va, con quel che menato ha, dove gli piace. Se voi volete, anzi che spiar si possa che voi siate qui, che io in alcun di questi modi vi meni, io vi potr&ograve; menare dove voi vorrete; altramenti non veggio come uscirci possiate che conosciuto non siate; e i cognati della donna, avvisando che voi in alcun luogo quincentro siate, per tutto hanno messe le guardie per avervi.<br />
	Come che duro paresse a frate Alberto l&#39;andare in cotal guisa, pur per la paura che aveva de&#39;parenti della donna vi si condusse, e disse a costui dove voleva esser menato, e come il menasse era contento.<br />
	Costui, avendol gi&agrave; tutto unto di mele ed empiuto di sopra di penna matta, e messagli una catena in gola e una maschera in capo, e datogli dall&#39;una mano un gran bastone e dall&#39;altra due gran cani, che dal macello avea menati, mand&ograve; uno al Rialto, che bandisse che chi volesse veder l&#39;agnolo Gabriello andasse in su la piazza di San Marco: e fu lealt&agrave; viniziana questa.<br />
	E questo fatto, dopo alquanto il men&ograve; fuori e miseselo innanzi, e andandol tenendo per la catena di dietro, non senza gran romore di molti, che tutti diceano: &#8211; Che x&egrave; quel? che x&egrave; quel? &#8211; il condusse in su la piazza, dove tra quegli che venuti gli eran dietro e quegli ancora che, udito il bando, da Rialto venuti v&#39;erano, erano gente senza fine. Questi l&agrave; pervenuto, in luogo rilevato e alto leg&ograve; il suo uomo salvatico ad una colonna, sembianti faccendo d&#39;attendere la caccia; al quale le mosche e&#39;tafani, per ci&ograve; che di mele era unto, davan grandissima noia.<br />
	Ma poi che costui vide piazza ben piena, faccendo sembianti di volere scatenare il suo uom salvatico, a frate Alberto trasse la maschera dicendo:<br />
	- Signori, poi che il porco non viene alla caccia, e non si fa, acci&ograve; che voi non siate venuti in vano, io voglio che voi veggiate l&#39;agnolo Gabriello, il quale di cielo in terra discende la notte a consolare le donne viniziane.<br />
	Come la maschera fu fuori, cos&igrave; fu frate Alberto incontanente da tutti conosciuto; contro al quale si levaron le grida di tutti, dicendogli le pi&ugrave; vituperose parole e la maggior villania che mai ad alcun ghiotton si dicesse, e oltre a questo per lo viso gettandogli chi una lordura e chi un&#39;altra; e cos&igrave; grandissimo spazio il tennero, tanto che per ventura la novella a&#39;suoi frati pervenuta, infino a sei di loro mossisi quivi vennero, e gittatagli una cappa in dosso e scatenatolo, non senza grandissimo romor dietro, infino a casa loro nel menarono, dove, incarceratolo, dopo misera vita si crede che egli morisse.<br />
	Cos&igrave; costui, tenuto buono e male adoperando non essendo creduto, ard&igrave; di farsi l&#39;agnolo Gabriello, e di questo in un uom salvatico convertito, a lungo andare, come meritato avea, vituperato senza pro pianse i peccati commessi. Cos&igrave; piaccia a Dio che a tutti gli altri possa intervenire.</p>
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		<title>Giornata quarta &#8211; Novella prima</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Apr 2012 19:11:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il decamerone]]></category>
		<category><![CDATA[tette]]></category>

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		<description><![CDATA[Tancredi prenze di Salerno uccide l'amante della figliuola e mandale il cuore in una coppa d'oro; la quale, messa sopr'esso acqua avvelenata, quella si bee, e così muore.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fiera materia di ragionare n&#39;ha oggi il nostro re data, pensando che, dove per rallegrarci venuti siamo, ci convenga raccontare l&#39;altrui lagrime, le quali dir non si possono, che chi le dice e chi l&#39;ode non abbia compassione. Forse per temperare alquanto la letizia avuta li giorni passati l&#39;ha fatto; ma, che che se l&#39;abbia mosso, poi che a me non si conviene di mutare il suo piacere, un pietoso accidente, anzi sventurato e degno delle nostre lagrime, racconter&ograve;.<br />
	Tancredi principe di Salerno fu signore assai umano e di benigno ingegno; se egli nello amoroso sangue nella sua vecchiezza non s&#39;avesse le mani bruttate; il quale in tutto lo spazio della sua vita non ebbe che una figliuola, e pi&ugrave; felice sarebbe stato se quella avuta non avesse.<br />
	Costei fu dal padre tanto teneramente amata, quanto alcuna altra figliuola da padre fosse giammai; e per questo tenero amore, avendo ella di molti anni avanzata l&#39;et&agrave; del dovere avere avuto marito, non sappiendola da s&egrave; partire, non la maritava; poi alla fine ad un figliuolo del duca di Capova datala, poco tempo dimorata con lui, rimase vedova e al padre tornossi. Era costei bellissima del corpo e del viso quanto alcun&#39;altra femina fosse mai, e giovane e gagliarda e savia pi&ugrave; che a donna per avventura non si richiedea. E dimorando col tenero padre, s&igrave; come gran donna, in molte dilicatezze, e veggendo che il padre, per l&#39;amor che egli le portava, poca cura si dava di pi&ugrave; maritarla, n&eacute; a lei onesta cosa pareva il richiedernelo, si pens&ograve; di volere avere, se esser potesse, occultamente un valoroso amante.<br />
	E veggendo molti uomini nella corte del padre usare, gentili e altri, s&igrave; come noi veggiamo nelle corti, e considerate le maniere e i costumi di molti, tra gli altri un giovane valletto del padre, il cui nome era Guiscardo, uom di nazione assai umile ma per virt&ugrave; e per costumi nobile, pi&ugrave; che altro le piacque, e di lui tacitamente, spesso vedendolo, fieramente s&#39;accese, ogn&#39;ora pi&ugrave; lodando i modi suoi. E il giovane, il quale ancora non era poco avveduto, essendosi di lei accorto, l&#39;aveva per s&igrave; fatta maniera nel cuore ricevuta, che da ogni altra cosa quasi che da amar lei aveva la mente rimossa.<br />
	In cotal guisa adunque amando l&#39;un l&#39;altro segretamente, niuna altra cosa tanto disiderando la giovane quanto di ritrovarsi con lui, n&eacute; volendosi di questo amore in alcuna persona fidare, a dovergli significare il modo seco pens&ograve; una nuova malizia. Essa scrisse una lettera, e in quella ci&ograve; che a fare il d&igrave; seguente avesse per esser con lei gli mostr&ograve;; e poi quella messa in un bucciuol di canna, sollazzando la diede a Guiscardo, dicendo:<br />
	- Fara&#39;ne questa sera un soffione alla tua servente, col quale ella raccenda il fuoco.<br />
	Guiscardo il prese, e avvisando costei non senza cagione dovergliele aver donato e cos&igrave; detto, partitosi, con esso se ne torn&ograve; alla sua casa, e guardando la canna e quella veggendo fessa, l&#39;aperse, e dentro trovata la lettera di lei e lettala, e ben compreso ci&ograve; che a fare avea, il pi&ugrave; contento uom fu che fosse giammai, e diedesi a dare opera di dovere a lei andare, secondo il modo da lei dimostratogli.<br />
	Era allato al palagio del prenze una grotta cavata nel monte, di lunghissimi tempi davanti fatta, nella qual grotta dava alquanto lume uno spiraglio fatto per forza nel monte, il quale, per ci&ograve; che abbandonata era la grotta, quasi da pruni e da erbe di sopra natevi era riturato; e in questa grotta per una segreta scala, la quale era in una delle camere terrene del palagio, la quale la donna teneva, si poteva andare, come che da un fortissimo uscio serrata fosse. Ed era s&igrave; fuori delle menti di tutti questa scala, per ci&ograve; che di grandissimi tempi davanti usata non s&#39;era, che quasi niuno che ella vi fosse si ricordava; ma Amore, agli occhi del quale niuna cosa &egrave; s&igrave; segreta che non pervenga, l&#39;aveva nella memoria tornata alla innamorata donna.<br />
	La quale, acci&ograve; che niuno di ci&ograve; accorger si potesse, molti d&igrave; con suoi ingegni penato avea, anzi che venir fatto le potesse d&#39;aprir quell&#39;uscio; il quale aperto, e sola nella grotta discesa e lo spiraglio veduto, per quello aveva a Guiscardo mandato a dire che di venire s&#39;ingegnasse, avendogli disegnata l&#39;altezza che da quello infino in terra esser poteva. Alla qual cosa fornire Guiscardo, prestamente ordinata una fune con certi nodi e cappi da potere scendere e salire per essa, e s&egrave; vestito d&#39;un cuoio che da&#39;pruni il difendesse, senza farne alcuna cosa sentire ad alcuno, la seguente notte allo spiraglio n&#39;and&ograve;, e accomandato ben l&#39;uno de&#39;capi della fune ad un forte bronco che nella bocca dello spiraglio era nato, per quello si coll&ograve; nella grotta ed attese la donna.<br />
	La quale il seguente d&igrave;, faccendo sembianti di voler dormire, mandate via le sue damigelle e sola serratasi nella camera, aperto l&#39;uscio, nella grotta discese, dove trovato Guiscardo, insieme maravigliosa festa si fecero; e nella sua camera insieme venutine, con grandissimo piacere gran parte di quel giorno si dimorarono; e, dato discreto ordine alli loro amori acci&ograve; che segreti fossero, tornatosi nella grotta Guiscardo ed ella serrato l&#39;uscio, alle sue damigelle se ne venne fuori.<br />
	Guiscardo poi, la notte vegnente su per la sua fune salendo, per lo spiraglio donde era entrato se n&#39;usc&igrave; fuori e tornossi a casa. E avendo questo cammino appreso, pi&ugrave; volte poi in processo di tempo vi ritorn&ograve;.<br />
	Ma la fortuna, invidiosa di cos&igrave; lungo e di cos&igrave; gran diletto, con doloroso avvenimento la letizia dei due amanti rivolse in tristo pianto.<br />
	Era usato Tancredi di venirsene alcuna volta tutto solo nella camera della figliuola, e quivi con lei dimorarsi e ragionare alquanto, e poi partirsi. Il quale un giorno dietro mangiare laggi&ugrave; venutone essendo la donna, la quale Ghismonda aveva nome, in un suo giardino con tutte le sue damigelle, in quella, senza essere stato da alcuno veduto o sentito, entratosene, non volendo lei torre dal suo diletto, trovando le finestre della camera chiuse e le cortine del letto abbattute, a pi&egrave; di quello in un canto sopra un carello si pose a sedere; e appoggiato il capo al letto e tirata sopra s&egrave; la cortina quasi come se studiosamente si fosse nascoso quivi, s&#39;addorment&ograve;.<br />
	E cos&igrave; dormendo egli, Ghismonda, che per isventura quel d&igrave; fatto aveva venir Guiscardo, lasciate le sue damigelle nel giardino, pianamente se n&#39;entr&ograve; nella camera, e quella serrata, senza accorgersi che alcuna persona vi fosse, aperto l&#39;uscio a Guiscardo che l&#39;attendeva e andatisene in su &#39;l letto, s&igrave; come usati erano, e insieme scherzando e sollazzandosi, avvenne che Tancredi si svegli&ograve; e sent&igrave; e vide ci&ograve; che Guiscardo e la figliuola facevano; e dolente di ci&ograve; oltre modo, prima gli volle sgridare, poi prese partito di tacersi e di starsi nascoso, se egli potesse, per potere pi&ugrave; cautamente fare e con minore sua vergogna quello che gi&agrave; gli era caduto nell&#39;animo di dover fare.<br />
	I due amanti stettero per lungo spazio insieme, s&igrave; come usati erano, senza accorgersi di Tancredi; e quando tempo lor parve, discesi del letto, Guiscardo se ne torn&ograve; nella grotta ed ella s&#39;usc&igrave; della camera. Della quale Tancredi, ancora che vecchio fosse, da una finestra di quella si cal&ograve; nel giardino, e senza essere da alcuno veduto, dolente a morte, alla sua camera si torn&ograve;.<br />
	E per ordine da lui dato, all&#39;uscir dello spiraglio la seguente notte in su &#39;l primo sonno, Guiscardo, cos&igrave; come era nel vestimento del cuoio impacciato, fu preso da due, e segretamente a Tancredi menato. Il quale, come il vide, quasi piagnendo disse:<br />
	- Guiscardo, la mia benignit&agrave; verso te non avea meritato l&#39;oltraggio e la vergogna la quale nelle mie cose fatta m&#39;hai, s&igrave; come io oggi vidi con gli occhi miei.<br />
	Al quale Guiscardo niuna altra cosa disse se non questo:<br />
	- Amor pu&ograve; troppo pi&ugrave; che n&eacute; voi n&eacute; io possiamo.<br />
	Comand&ograve; adunque Tancredi che egli chetamente in alcuna camera di l&agrave; entro guardato fosse, e cos&igrave; fu fatto.<br />
	Venuto il d&igrave; seguente, non sappiendo Ghismonda nulla di queste cose, avendo seco Tancredi varie e diverse novit&agrave; pensate, appresso mangiare, secondo la sua usanza, nella camera n&#39;and&ograve; della figliuola, dove fattalasi chiamare e serratosi dentro con lei, piagnendo le cominci&ograve; a dire:<br />
	- Ghismonda, parendomi conoscere la tua virt&ugrave; e la tua onest&agrave;, mai non mi sarebbe potuto cader nell&#39;animo, quantunque mi fosse stato detto, se io co&#39;miei occhi non lo avessi veduto, che tu di sottoporti ad alcuno uomo, se tuo marito stato non fosse, avessi, non che fatto, ma pur pensato; di che io in questo poco di rimanente di vita che la mia vecchiezza mi serba sempre sar&ograve; dolente, di ci&ograve; ricordandomi.<br />
	E or volesse Iddio che, poi che a tanta disonest&agrave; conducere ti dovevi avessi preso uomo che alla tua nobilt&agrave; decevole fosse stato; ma tra tanti che nella mia corte n&#39;usano, eleggesti Guiscardo, giovane di vilissima condizione, nella nostra corte quasi come per Dio da picciol fanciullo infino a questo d&igrave; allevato; di che tu in grandissimo affanno d&#39;animo messo m&#39;hai, non sappiendo io che partito di te mi pigliare. Di Guiscardo, il quale io feci stanotte prendere quando dello spiraglio usciva, e hollo in prigione, ho io gi&agrave; meco preso partito che farne; ma di te, sallo Iddio che io non so che farmi. Dall&#39;una parte mi trae l&#39;amore, il quale io t&#39;ho sempre pi&ugrave; portato che alcun padre portasse a figliuola, e d&#39;altra mi trae giustissimo sdegno, preso per la tua gran follia; quegli vuole che io ti perdoni, e questi vuole che contro a mia natura in te incrudelisca; ma prima che io partito prenda, disidero d&#39;udire quello che tu a questo dei dire.- E questo detto bass&ograve; il viso, piagnendo s&igrave; forte come farebbe un fanciul ben battuto.<br />
	Ghismonda, udendo il padre e conoscendo non solamente il suo segreto amore esser discoperto, ma ancora esser preso Guiscardo, dolore inestimabile sent&igrave;, e a mostrarlo con romore e con lagrime, come il pi&ugrave; le femine fanno, fu assai volte vicina; ma pur, questa vilt&agrave; vincendo il suo animo altiero, il viso suo con maravigliosa forza ferm&ograve;, e seco, avanti che a dovere alcun priego per s&egrave; porgere, di pi&ugrave; non stare in vita dispose, avvisando gi&agrave; esser morto il suo Guiscardo.<br />
	Per che, non come dolente femina o ripresa del suo fallo, ma come non curante e valorosa, con asciutto viso e aperto e da niuna parte turbato, cos&igrave; al padre disse:<br />
	- Tancredi, n&eacute; a negare n&eacute; a pregare son disposta, per ci&ograve; che n&eacute; l&#39;un mi varrebbe n&eacute; l&#39;altro voglio che mi vaglia; e oltre a ci&ograve; in niuno atto intendo di rendermi benivola la tua mansuetudine e &#39;l tuo amore; ma, il ver confessando, prima con vere ragioni difender la fama mia e poi con fatti fortissimamente seguire la grandezza dello animo mio. Egli &egrave; il vero che io ho amato e amo Guiscardo, e quanto io viver&ograve;, che sar&agrave; poco, l&#39;amer&ograve;; e se appresso la morte s&#39;ama, non mi rimarr&ograve; d&#39;amarlo; ma a questo non mi indusse tanto la mia feminile fragilit&agrave;, quanto la tua poca sollecitudine del maritarmi e la virt&ugrave; di lui.<br />
	Esser ti dovea, Tancredi, manifesto, essendo tu di carne, aver generata figliuola di carne e non di pietra o di ferro; e ricordarti dovevi e dei, quantunque tu ora sia vecchio, chenti e quali e con che forza vengano le leggi della giovanezza; e, come che tu uomo in parte ne&#39;tuoi migliori anni nell&#39;armi esercitato ti sii, non dovevi di meno conoscere quello che gli ozi e le dilicatezze possano ne&#39;vecchi non che ne&#39;giovani.<br />
	Sono adunque, s&igrave; come da te generata, di carne, e s&igrave; poco vivuta, che ancor son giovane; e per l&#39;una cosa e per l&#39;altra piena di concupiscibile disidero, al quale maravigliosissime forze hanno date l&#39;aver gi&agrave;, per essere stata maritata, conosciuto qual piacer sia a cos&igrave; fatto disidero dar compimento. Alle quali forze non potendo io resistere, a seguir quello a che elle mi tiravano, s&igrave; come giovane e femina, mi disposi e innamora&#39;mi. E certo in questo opposi ogni mia virt&ugrave; di non volere n&eacute; a te n&eacute; a me di quello a che natural peccato mi tirava, in quanto per me si potesse operare, vergogna fare. Alla qual cosa e pietoso Amore e benigna Fortuna assai occulta via m&#39;avean trovata e mostrata, per la quale, senza sentirlo alcuno, io a&#39;miei disideri perveniva; e questo, chi che ti se l&#39;abbi mostrato o come che tu il sappi, io nol nego.<br />
	Guiscardo non per accidente tolsi, come molte fanno, ma con diliberato consiglio elessi innanzi ad ogn&#39;altro, e con avveduto pensiero a me lo&#39;ntrodussi, e con savia perseveranza di me e di lui lungamente goduta sono del mio disio. Di che egli pare, oltre allo amorosamente aver peccato, che tu, pi&ugrave; la volgare oppinione che la verit&agrave; seguitando, con pi&ugrave; amaritudine mi riprenda, dicendo (quasi turbato esser non ti dovessi, se io nobile uomo avessi a questo eletto) che io con uom di bassa condizione mi son posta. In che non ti accorgi che non il mio peccato ma quello della Fortuna riprendi, la quale assai sovente li non degni ad alto leva, a basso lasciando i dignissimi.<br />
	Ma lasciamo or questo, e riguarda alquanto a&#39;principii delle cose: tu vedrai noi d&#39;una massa di carne tutti la carne avere, e da uno medesimo creatore tutte l&#39;anime con iguali forze, con iguali potenzie, con iguali virt&ugrave; create. La virt&ugrave; primieramente noi, che tutti nascemmo e nasciamo iguali, ne distinse; e quegli che di lei maggior parte avevano e adoperavano nobili furon detti, e il rimanente rimase non nobile. E bench&eacute; contraria usanza poi abbia questa legge nascosa, ella non &egrave; ancor tolta via n&eacute; guasta dalla natura n&eacute; da&#39;buon costumi; e per ci&ograve; colui che virtuosamente adopera apertamente si mostra gentile, e chi altramenti il chiama, non colui che &egrave; chiamato ma colui che chiama, commette difetto.<br />
	Raguarda tra tutti i tuoi nobili uomini ed esamina la lor virt&ugrave;, i lor costumi e le loro maniere, e d&#39;altra parte quelle di Guiscardo raguarda: se tu vorrai senza animosit&agrave; giudicare, tu dirai lui nobilissimo e questi tuoi nobili tutti esser villani. Delle virt&ugrave; e del valore di Guiscardo io non credetti al giudicio d&#39;alcuna altra persona che a quello delle tue parole e de&#39;miei occhi. Chi il commend&ograve; mai tanto, quanto tu &#39;l commendavi in tutte quelle cose laudevoli che valoroso uomo dee essere commendato? E certo non a torto; ch&eacute; se i miei occhi non m&#39;ingannarono, niuna laude da te data gli fu, che io lui operarla, e pi&ugrave; mirabilmente che le tue parole non potevano esprimere, non vedessi; e se pure in ci&ograve; alcuno inganno ricevuto avessi, da te sarei stata ingannata.<br />
	Dirai dunque che io con uomo di bassa condizione mi sia posta? Tu non dirai il vero; ma per avventura, se tu dicessi con povero, con tua vergogna si potrebbe concedere, che cos&igrave; hai saputo un valente uomo tuo servidore mettere in buono stato; ma la povert&agrave; non toglie gentilezza ad alcuno, ma s&igrave; avere. Molti re, molti gran principi furon gi&agrave; poveri; e molti di quegli che la terra zappano e guardan le pecore gi&agrave; ricchissimi furono e sonne.<br />
	L&#39;ultimo dubbio che tu movevi, cio&egrave; che di me far ti dovessi, caccial del tutto via. Se tu nella tua estrema vecchiezza a far quello che giovane non usasti, cio&egrave; ad incrudelir, se&#39;disposto, usa in me la tua crudelt&agrave;, la quale ad alcun priego porgerti disposta non sono, s&igrave; come in prima cagion di questo peccato, se peccato &egrave;; per ci&ograve; che io t&#39;accerto che quello che di Guiscardo fatto avrai o farai, se di me non fai il simigliante, le mie mani medesime il faranno.<br />
	Or via, va con le femine a spander le tue lagrime, e incrudelendo con un medesimo colpo altrui e me, se cos&igrave; ti par che meritato abbiamo, uccidi.<br />
	Conobbe il prenze la grandezza dell&#39;animo della sua figliuola; ma non credette per ci&ograve; in tutto lei s&igrave; fortemente disposta a quello che le parole sue sonavano, come diceva. Per che, da lei partitosi e da s&egrave; rimosso di volere in alcuna cosa nella persona di lei incrudelire, pens&ograve; con gli altrui danni raffreddare il suo fervente amore, e comand&ograve; a&#39;due che Guiscardo guardavano che senza alcun romore lui la seguente notte strangolassono, e, trattogli il cuore, a lui il recassero; li quali, cos&igrave; come loro era stato comandato, cos&igrave; operarono.<br />
	Laonde, venuto il d&igrave; seguente, fattasi il prenze venire una grande e bella coppa d&#39;oro e messo in quella il cuor di Guiscardo, per un suo segretissimo famigliare il mand&ograve; alla figliuola e imposegli che, quando gliele desse, dicesse: &#8211; Il tuo padre ti manda questo, per consolarti di quella cosa che tu pi&ugrave; ami, come tu hai lui consolato di ci&ograve; che egli pi&ugrave; amava -.<br />
	Ghismonda, non smossa dal suo fiero proponimento, fattesi venire erbe e radici velenose, poi che partito fu il padre, quelle still&ograve; e in acqua ridusse, per presta averla se quello di che elle temeva avvenisse. Alla quale venuto il famigliare e col presente e con le parole del prenze, con forte viso la coppa prese, e quella scoperchiata, come il cuor vide e le parole intese, cos&igrave; ebbe per certissimo quello essere il cuor di Guiscardo.<br />
	Per che, levato il viso verso il famigliare, disse:<br />
	- Non si conveniva sepoltura men degna che d&#39;oro a cos&igrave; fatto cuore chente questo &egrave;; discretamente in ci&ograve; ha il mio padre adoperato.<br />
	E cos&igrave; detto, appressatoselo alla bocca, il baci&ograve;, e poi disse:<br />
	- In ogni cosa sempre e infino a questo estremo della vita mia ho verso me trovato tenerissimo del mio padre l&#39;amore, ma ora pi&ugrave; che giammai; e per ci&ograve; l&#39;ultime grazie, le quali render gli debbo giammai, di cos&igrave; gran presente da mia parte gli renderai.<br />
	Questo detto, rivolta sopra la coppa la quale stretta teneva, il cuor riguardando disse:<br />
	- Ahi! dolcissimo albergo di tutti i miei piaceri, mala detta sia la crudelt&agrave; di colui che con gli occhi della fronte or mi ti fa vedere! Assai m&#39;era con quegli della mente riguardarti a ciascuna ora. Tu hai il tuo corso fornito, e di tale chente la fortuna tel concedette ti se&#39;spacciato; venuto se&#39;alla fine alla qual ciascun corre; lasciate hai le miserie del mondo e le fatiche, e dal tuo nemico medesimo quella sepoltura hai che il tuo valore ha meritata. Niuna cosa ti mancava ad aver compiute esequie, se non le lagrime di colei la qual tu vivendo cotanto amasti; le quali acci&ograve; che tu l&#39;avessi, pose Iddio nel l&#39;animo al mio dispietato padre che a me ti mandasse, e io le ti dar&ograve;, come che di morire con gli occhi asciutti e con viso da niuna cosa spaventato proposto avessi; e dateleti, senza alcuno indugio far&ograve; che la mia anima si congiugner&agrave; con quella, adoperandol tu, che tu gi&agrave; cotanto cara guardasti. E con qual compagnia ne potre&#39;io andar pi&ugrave; contenta o meglio si cura ai luoghi non conosciuti che con lei? Io son certa che ella &egrave; ancora quincentro e riguarda i luoghi de&#39;suoi diletti e de&#39;miei; e come colei che ancor son certa che m&#39;ama, aspetta la mia, dalla quale sommamente &egrave; amata.<br />
	E cos&igrave; detto, non altramenti che se una fonte d&#39;acqua nella testa avuta avesse, senza fare alcun feminil romore, sopra la coppa chinatasi, piagnendo cominci&ograve; a versare tante lagrime, che mirabile cosa furono a riguardare, baciando infinite volte il morto cuore.<br />
	Le sue damigelle, che dattorno le stavano, che cuore questo si fosse o che volesson dire le parole di lei non intendevano; ma da compassion vinte tutte piagnevano e lei pietosamente della cagion del suo pianto domandavano invano, e molto pi&ugrave;, come meglio sapevano e potevano, s&#39;ingegnavano di confortarla.<br />
	La qual, poi che quanto le parve ebbe pianto, alzato il capo e rasciuttosi gli occhi, disse:<br />
	- O molto amato cuore, ogni mio uficio verso te &egrave; fornito; n&eacute; pi&ugrave; altro mi resta a fare se non di venire con la mia anima a fare alla tua compagnia<br />
	E questo detto, si fe&#39;dare l&#39;orcioletto nel quale era l&#39;acqua che il d&igrave; avanti aveva fatta, la qual mise nella coppa ove il cuore era da molte delle sue lagrime lavato, e senza alcuna paura postavi la bocca, tutta la bevve, e bevutala, con la coppa in mano se ne sal&igrave; sopra il suo letto, e quanto pi&ugrave; onestamente seppe compose il corpo suo sopra quello, e al suo cuore accost&ograve; quello del morto amante, e senza dire alcuna cosa aspettava la morte.<br />
	Le damigelle sue, avendo queste cose e vedute e udite, come che esse non sapessero che acqua quella fosse la quale ella bevuta aveva, a Tancredi ogni cosa avean mandata a dire; il quale, temendo di quello che sopravvenne, presto nella camera scese della figliuola, nella qual giunse in quella ora che essa sopra il suo letto si pose; e tardi con dolci parole levatosi a suo conforto, veggendo i termini ne&#39;quali era, cominci&ograve; dolorosamente a piagnere.<br />
	Al quale la donna disse:<br />
	- Tancredi, serbati coteste lagrime a meno disiderata fortuna che questa, n&eacute; a me le dare, che non le disidero. Chi vide mai alcuno, altro che te, piagnere di quello che egli ha voluto? Ma pure, se niente di quello amore che gi&agrave; mi portasti ancora in te vive, per ultimo dono mi concedi che, poi che a grado non ti fu che io tacitamente e di nascoso con Guiscardo vivessi, che &#39;l mio corpo col suo, dove che tu te l&#39;abbi fatto gittar morto, palese stea.<br />
	L&#39;angoscia del pianto non lasci&ograve; rispondere al prenze. Laonde la giovane, al suo fine esser venuta sentendosi strignendosi al petto il morto cuore, disse:<br />
	- Rimanete con Dio, ch&eacute; io mi parto.<br />
	E velati gli occhi, e ogni senso perduto, di questa dolente vita si dipart&igrave;.<br />
	Cos&igrave; doloroso fine ebbe l&#39;amor di Guiscardo e di Ghismonda, come udito avete; li quali Tancredi dopo molto pianto, e tardi pentuto della sua crudelt&agrave;, con general dolore di tutti i salernetani, onorevolmente amenduni in un medesimo sepolcro gli fe&#39;sepellire.</p>
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		<title>Giornata quarta &#8211; Introduzione</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Apr 2012 19:09:39 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Il decamerone]]></category>

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		<description><![CDATA[Incomincia la quarta giornata nella quale, sotto il reggimento di Filostrato, si ragiona di coloro li cui amori ebbero infelice fine.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Carissime donne, s&igrave; per le parole de&#39;savi uomini udite e s&igrave; per le cose da me molte volte e vedute e lette, estimava io che lo &#39;mpetuoso vento e ardente della invidia non dovesse percuotere se non l&#39;alte torri o le pi&ugrave; levate cime degli alberi; ma io mi truovo dalla mia estimazione ingannato. Per ci&ograve; che, fuggendo io e sempre essendomi di fuggire ingegnato il fiero impeto di questo rabbioso spirito, non solamente pe&#39;piani, ma ancora per le profondissime valli tacito e nascoso mi sono ingegnato d&#39;andare. Il che assai manifesto pu&ograve; apparire a chi le presenti novellette riguarda, le quali, non solamente in fiorentin volgare e in prosa scritte per me sono e senza titolo, ma ancora in istilo umilissimo e rimesso quanto il pi&ugrave; possono. N&eacute; per tutto ci&ograve; l&#39;essere da cotal vento fieramente scrollato, anzi presso che diradicato e tutto da&#39;morsi della invidia esser lacerato, non ho potuto cessare. Per che assai manifestamente posso comprendere quel lo esser vero che sogliono i savi dire, che sola la miseria &egrave; senza invidia nelle cose presenti.<br />
	Sono adunque, discrete donne, stati alcuni che, queste novellette leggendo, hanno detto che voi mi piacete troppo e che onesta cosa non &egrave; che io tanto diletto prenda di piacervi e di consolarvi, e alcuni han detto peggio, di commendarvi, come io fo. Altri, pi&ugrave; maturamente mostrando di voler dire, hanno detto che alla mia et&agrave; non sta bene l&#39;andare omai dietro a queste cose, cio&egrave; a ragionar di donne o a compiacer loro. E molti, molto teneri della mia fama mostrandosi, dicono che io farei pi&ugrave; saviamente a starmi con le Muse in Parnaso che con queste ciance mescolarmi tra voi.<br />
	E son di quegli ancora che, pi&ugrave; dispettosamente che saviamente parlando, hanno detto che io farei pi&ugrave; discretamente a pensare dond&#39;io dovessi aver del pane che dietro a queste frasche andarmi pascendo di vento. E certi altri in altra guisa essere state le cose da me raccontate che come io le vi porgo, s&#39;ingegnano, in detrimento della mia fatica, di dimostrare.<br />
	Adunque da cotanti e da cos&igrave; fatti soffiamenti, da cos&igrave; atroci denti, da cos&igrave; aguti, valorose donne, mentre io ne&#39;vostri servigi milito, sono sospinto, molestato e infino nel vivo trafitto. Le quali cose io con piacevole animo, sallo Iddio, ascolto e intendo; e quantunque a voi in ci&ograve; tutta appartenga la mia difesa, nondimeno io non intendo di risparmiar le mie forze; anzi, senza rispondere quanto si converrebbe, con alcuna leggiera risposta tormegli dagli orecchi, e questo far senza indugio. Per ci&ograve; che, se gi&agrave;, non essendo io ancora al terzo della lo mia fatica venuto, essi sono molti e molto presummono, io avviso che avanti che io pervenissi alla fine essi potrebbono in guisa esser multiplicati, non avendo prima avuta alcuna repulsa, che con ogni piccola lor fatica mi metterebbono in fondo, n&eacute; a ci&ograve;, quantunque elle sien grandi, resistere varrebbero le forze vostre.<br />
	Ma avanti che io venga a far la risposta ad alcuno, mi piace in favor di me raccontare non una novella intera (acci&ograve; che non paia che io voglia le mie novelle con quelle di cos&igrave; laudevole compagnia, qual fu quella che dimostrata v&#39;ho, mescolare), ma parte d&#39;una, acci&ograve; che il suo difetto stesso s&egrave; mostri non esser di quelle; e a&#39;miei assalitori favellando, dico che nella nostra citt&agrave;, gi&agrave; &egrave; buon tempo passato, fu un cittadino, il qual fu nominato Filippo Balducci, uomo di condizione assai leggiere, ma ricco e bene inviato ed esperto nelle cose quanto lo stato suo richiedea; e aveva una sua donna moglie, la quale egli sommamente amava, ed ella lui, e insieme in riposata vita si stavano, a niun&#39;altra cosa tanto studio ponendo quanto in piacere interamente l&#39;uno all&#39;altro.<br />
	Ora avvenne, s&igrave; come di tutti avviene, che la buona donna pass&ograve; di questa vita, n&eacute; altro di s&egrave; a Filippo lasci&ograve; che un solo figliuolo di lui conceputo, il quale forse d&#39;et&agrave; di due anni era.<br />
	Costui per la morte della sua donna tanto sconsolato rimase, quanto mai alcuno altro amata cosa perdendo rimanesse. E veggendosi di quella compagnia la quale egli pi&ugrave; amava rimaso solo, del tutto si dispose di non volere pi&ugrave; essere al mondo, ma di darsi al servigio di Dio, e il simigliante fare del suo piccol figliuolo. Per che, data ogni sua cosa per Dio, senza indugio se n&#39;and&ograve; sopra Monte Asinaio, e quivi in una piccola celletta si mise col suo figliuolo, col quale di limosine in digiuni e in orazioni vivendo, sommamente si guardava di non ragionare l&agrave; dove egli fosse d&#39;alcuna temporal cosa n&eacute; di lasciarnegli alcuna vedere, acci&ograve; che esse da cos&igrave; fatto servigio nol traessero, ma sempre della gloria di vita etterna e di Dio e de&#39;santi gli ragionava, nulla altro che sante orazioni insegnandoli; e in questa vita molti anni il tenne, mai della cella non lasciandolo uscire, n&eacute; alcuna altra cosa che s&egrave; dimostrandogli.<br />
	Era usato il valente uomo di venire alcuna volta a Firenze, e quivi secondo le sue opportunit&agrave; dagli amici di Dio sovvenuto, alla sua cella tornava.<br />
	Ora avvenne che, essendo gi&agrave; il garzone d&#39;et&agrave; di diciotto anni e Filippo vecchio, un d&igrave; il domand&ograve; ov&#39;egli andava. Filippo gliele disse. Al quale il garzon disse:<br />
	- Padre mio, voi siete oggimai vecchio e potete male durare fatica; perch&eacute; non mi menate voi una volta a Firenze, acci&ograve; che, faccendomi cognoscere gli amici e divoti di Dio e vostri, io che son giovane e posso meglio faticar di voi, possa poscia pe&#39;nostri bisogni a Firenze andare quando vi piacer&agrave;, e voi rimanervi qui?<br />
	Il valente uomo, pensando che gi&agrave; questo suo figliuolo era grande, ed era s&igrave; abituato al servigio di Dio che malagevolmente le cose del mondo a s&egrave; il dovrebbono omai poter trarre, seco stesso disse: &#8211; Costui dice bene &#8211; Per che, avendovi ad andare, seco il men&ograve;.<br />
	Quivi il giovane veggendo i palagi, le case, le chiese e tutte l&#39;altre cose delle quali tutta la citt&agrave; piena si vede, s&igrave; come colui che mai pi&ugrave; per ricordanza vedute non n&#39;avea, si cominci&ograve; forte a maravigliare, e di molte domandava il padre che fossero e come si chiamassero.<br />
	Il padre gliele diceva; ed egli, avendolo udito, rimaneva contento e domandava d&#39;una altra. E cos&igrave; domandando il figliuolo e il padre rispondendo, per avventura si scontrarono in una brigata di belle giovani donne e ornate, che da un paio di nozze venieno; le quali come il giovane vide, cos&igrave; domand&ograve; il padre che cosa quelle fossero.<br />
	A cui il padre disse:<br />
	- Figliuol mio, bassa gli occhi in terra, non le guatare, ch&#39;elle son mala cosa.<br />
	Disse allora il figliuolo:<br />
	- O come si chiamano?<br />
	Il padre, per non destare nel concupiscibile appetito del giovane alcuno inchinevole disiderio men che utile, non le volle nominare per lo proprio nome, cio&egrave; femine, ma disse:<br />
	- Elle si chiamano papere.<br />
	Maravigliosa cosa a udire! Colui che mai pi&ugrave; alcuna veduta non n&#39;avea, non curatosi de&#39;palagi, non del bue, non del cavallo, non dell&#39;asino, non de&#39;danari n&eacute; d&#39;altra cosa che veduta avesse, subitamente disse:<br />
	- Padre mio, io vi priego che voi facciate che io abbia una di quelle papere.<br />
	- Ohim&egrave;, figliuol mio,- disse il padre &#8211; taci: elle son mala cosa.<br />
	A cui il giovane domandando disse:<br />
	- O son cos&igrave; fatte le male cose?<br />
	- S&igrave; &#8211; disse il padre.<br />
	Ed egli allora disse:<br />
	- Io non so che voi vi dite, n&eacute; perch&eacute; queste siano mala cosa; quanto &egrave; a me, non m&#39;&egrave; ancora paruta vedere alcuna cos&igrave; bella n&eacute; cos&igrave; piacevole, come queste sono. Elle son pi&ugrave; belle che gli agnoli dipinti che voi m&#39;avete pi&ugrave; volte mostrati. Deh! se vi cal di me, fate che noi ce ne meniamo una col&agrave; su di queste papere, e io le dar&ograve; beccare.<br />
	Disse il padre:<br />
	- Io non voglio; tu non sai donde elle s&#39;imbeccano -: e sent&igrave; incontanente pi&ugrave; aver di forza la natura che il suo ingegno; e pentessi d&#39;averlo menato a Firenze.<br />
	Ma avere infino a qui detto della presente novella voglio che mi basti, e a coloro rivolgermi alli quali l&#39;ho raccontata.<br />
	Dicono adunque alquanti de&#39;miei riprensori che io fo male, o giovani donne, troppo ingegnandomi di piacervi, e che voi troppo piacete a me. Le quali cose io apertissimamente confesso, cio&egrave; che voi mi piacete e che io m&#39;ingegno di piacere a voi; e domandogli se di questo essi si maravigliano, riguardando, lasciamo stare l&#39;aver conosciuti gli amorosi baciari e i piacevoli abbracciari e i congiugnimenti dilettevoli che di voi, dolcissime donne, sovente si prendono; ma solamente ad aver veduto e veder continuamente gli ornati costumi e la vaga bellezza e l&#39;ornata leggiadria e oltre a ci&ograve; la vostra donnesca onest&agrave;, quando colui che nutrito, allevato, accresciuto sopra un monte salvatico e solitario, infra li termini di una piccola cella, senza altra compagnia che del padre, come vi vide, sole da lui disiderate foste, sole addomandate, sole con l&#39;affezion seguitate.<br />
	Riprenderannomi, morderannomi, lacerrannomi costoro se io, il corpo del quale il ciel produsse tutto atto ad amarvi, e io dalla mia puerizia l&#39;anima vi disposi sentendo la virt&ugrave; della luce degli occhi vostri, la soavit&agrave; delle parole melliflue e la fiamma accesa da&#39;pietosi sospiri, se voi mi piacete o se io di piacervi m&#39;ingegno, e spezialmente guardando che voi prima che altro piaceste ad un romitello, ad un giovinetto senza sentimento, anzi ad uno animal salvatico? Per certo chi non v&#39;ama, e da voi non disidera d&#39;essere amato, s&igrave; come persona che i piaceri n&eacute; la virt&ugrave; della naturale affezione n&eacute; sente n&eacute; conosce, cos&igrave; mi ripiglia, e io poco me ne curo.<br />
	E quegli che contro alla mia et&agrave; parlando vanno, mostra mal che conoscano che, perch&eacute; il porro abbia il capo bianco, che la coda sia verde. A&#39;quali lasciando stare il motteggiare dall&#39;un de&#39;lati, rispondo che io mai a me vergogna non reputer&ograve; infino nello estremo della mia vita di dover compiacere a quelle cose alle quali Guido Cavalcanti e Dante Alighieri gi&agrave; vecchi, e messer Cino da Pistoia vecchissimo, onor si tennono e fu lor caro il piacer loro. E se non fosse che uscir sarebbe del modo usato del ragionare, io producerei le istorie in mezzo, e quelle tutte piene mosterrei d&#39;antichi uomini e valorosi, ne&#39;loro pi&ugrave; maturi anni sommamente avere studiato di compiacere alle donne: il che se essi non sanno, vadino e s&igrave; l&#39;apparino.<br />
	Che io con le Muse in Parnaso mi debbia stare, affermo che &egrave; buon consiglio, ma tuttavia n&eacute; noi possiam dimorare con le Muse n&eacute; esse con esso noi; se quando avviene che l&#39;uomo da lor si parte, dilettarsi di veder cosa che le somigli, questo non &egrave; cosa da biasimare. Le Muse son donne, e bench&eacute; le donne quello che le Muse vagliono non vagliano, pure esse hanno nel primo aspetto simiglianza di quelle; s&igrave; che, quando per altro non mi piacessero, per quello mi dovrebber piacere. Senza che le donne gi&agrave; mi fur cagione di comporre mille versi, dove le Muse mai non mi furon di farne alcun cagione. Aiutaronmi elle bene e mostraronmi comporre que&#39;mille; e forse a queste cose scrivere, quantunque sieno umilissime, si sono elle venute parecchie volte a starsi meco, in servigio forse e in onore della simiglianza che le donne hanno ad esse; per che, queste cose tessendo, n&eacute; dal monte Parnaso n&eacute; dalle Muse non mi allontano, quanto molti per avventura s&#39;avvisano.<br />
	Ma che direm noi a coloro che della mia fame hanno tanta compassione che mi consigliano che io procuri del pane? Certo io non so; se non che, volendo meco pensare qual sarebbe la loro risposta se io per bisogno loro ne dimandassi, m&#39;avviso che direbbono: &#8211; Va cercane tra le favole &#8211; . E gi&agrave; pi&ugrave; ne trovarono tra le lor favole i poeti, che molti ricchi tra&#39;lor tesori. E assai gi&agrave;, dietro alle lor favole andando, fecero la loro et&agrave; fiorire, dove in contrario molti nel cercar d&#39;aver pi&ugrave; pane che bisogno non era loro, perirono acerbi. Che pi&ugrave;? Caccinmi via questi cotali qualora io ne domando loro; non che, la Dio merc&eacute;, ancora non mi bisogna; e, quando pur sopravenisse il bisogno, io so, secondo l&#39;Apostolo, abbondare e necessit&agrave; sofferire; e per ci&ograve; a niun caglia pi&ugrave; di me che a me.<br />
	Quegli che queste cose cos&igrave; non essere state dicono, avrei molto caro che essi recassero gli originali, li quali, se a quel che io scrivo discordanti fossero, giusta direi la loro riprensione e d&#39;amendar me stesso m&#39;ingegnerei; ma infino che altro che parole non apparisce, io gli lascer&ograve; con la loro oppinione, seguitando la mia, di loro dicendo quello che essi di me dicono.<br />
	E volendo per questa volta assai aver risposto, dico che dallo aiuto di Dio e dal vostro, gentilissime donne, nel quale io spero, armato, e di buona pazienza, con esso proceder&ograve; avanti, dando le spalle a questo vento e lasciandol soffiare; per ci&ograve; che io non veggio che di me altro possa avvenire, che quello che della minuta polvere avviene, la quale, spirante turbo, o egli di terra non la muove, o se la muove, la porta in alto, e spesse volte sopra le teste degli uomini, sopra le corone dei re e degli imperadori, e talvolta sopra gli alti palagi e sopra le eccelse torri la lascia; delle quali se ella cade, pi&ugrave; gi&ugrave; andar non pu&ograve; che il luogo onde levata fu.<br />
	E se mai con tutta la mia forza a dovervi in cosa alcuna compiacere mi disposi, ora pi&ugrave; che mai mi vi disporr&ograve;; per ci&ograve; che io conosco che altra cosa dir non potr&agrave; alcuna con ragione, se non che gli altri e io, che vi amiamo, naturalmente operiamo. Alle cui leggi, cio&egrave; della natura, voler contastare, troppe gran forze bisognano, e spesse volte non solamente in vano ma con grandissimo danno del faticante s&#39;adoperano.<br />
	Le quali forze io confesso che io non l&#39;ho n&eacute; d&#39;averle disidero in questo; e se io l&#39;avessi, pi&ugrave; tosto ad altrui le presterrei che io per me l&#39;adoperassi. Per che tacciansi i morditori, e se essi riscaldar non si possono, assiderati si vivano, e ne lori diletti, anzi appetiti corrotti standosi, me nel mio, questa brieve vita che posta n&#39;&egrave;, lascino stare.<br />
	Ma da ritornare &egrave;,. per ci&ograve; che assai vagati siamo, o belle donne, l&agrave; onde ci dipartimmo, e l&#39;ordine cominciato seguire.<br />
	Cacciata aveva il sole del cielo gi&agrave; ogni stella e della terra l&#39;umida ombra della notte, quando Filostrato, levatosi, tutta la sua brigata fece levare; e nel bel giardino andatisene, quivi s&#39;incominciarono a diportare; e l&#39;ora del mangiar venuta, quivi desinarono dove la passata sera cenato aveano. E da dormire, essendo il sole nella sua maggior sommit&agrave;, levati, nella maniera usata vicini alla bella fonte si posero a sedere. L&agrave; dove Filostrato alla Fiammetta comand&ograve; che principio desse alle novelle; la quale, senza pi&ugrave; aspettare che detto le fosse, donnescamente cos&igrave; cominci&ograve;.</p>
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		<title>Giornata terza &#8211; Conclusione</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Apr 2012 19:08:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il decamerone]]></category>

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		<description><![CDATA[Finisce la terza giornata del Decameron]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mille fiate o pi&ugrave; aveva la novella di Dioneo a rider mosse l&#39;oneste donne, tali e s&igrave; fatte loro parevan le sue parole. Per che, venuto egli al conchiuder di quella, conoscendo la reina che il termine della sua signoria era venuto, levatasi la laurea di capo, quella assai piacevolmente pose sopra la testa a Filostrato, e disse:<br />
	- Tosto ci avvedremo se il lupo sapr&agrave; meglio guidare le pecore, che le pecore abbiano i lupi guidati.<br />
	Filostrato, udendo questo, disse ridendo:<br />
	- Se mi fosse stato creduto, i lupi avrebbono alle pecore insegnato rimettere il diavolo in inferno, non peggio che Rustico facesse ad Alibech, e perci&ograve; non ne chiamate lupi, dove voi state pecore non siete; tuttavia, secondo che conceduto mi fia, io regger&ograve; il regno commesso.<br />
	A cui Neifile rispose:<br />
	- Odi, Filostrato, voi avreste, volendo a noi insegnare, potuto apparar senno, come appar&ograve; Masetto da Lamporecchio dalle monache e riavere la favella a tale ora che l&#39;ossa senza maestro avrebbono apparato a sufolare.<br />
	Filostrato, conoscendo che falci si trovavano non meno che egli avesse strali, lasciato stare il motteggiare, a darsi al governo del regno commesso cominci&ograve;. E, fattosi il siniscalco chiamare, a che punto le cose fossero tutte volle sentire; e oltre a questo, secondo che avviso che bene stesse e che dovesse sodisfare alla compagnia, per quanto la sua signoria dovea durare, discretamente ordin&ograve;; e quindi alle donne rivolto, disse:<br />
	- Amorose donne, per la mia disavventura, poscia che io ben da mal conobbi, sempre per la bellezza d&#39;alcuna di voi stato sono ad Amor suggetto, n&eacute; l&#39;essere umile n&eacute; l&#39;essere ubbidiente n&eacute; il seguirlo in ci&ograve; che per me s&#39;&egrave; conosciuto alla seconda in tutti i suoi costumi, m&#39;&egrave; valuto, ch&#39;io prima per altro abbandonato e poi non sia sempre di male in peggio andato, e cos&igrave; credo che io andr&ograve; di qui alla morte; e per ci&ograve; non d&#39;altra materia domane mi piace che si ragioni se non di quella che a&#39;miei fatti &egrave; pi&ugrave; conforme, cio&egrave; di coloro li cui amori ebbero infelice fine, per ci&ograve; che io a lungo andar l&#39;aspetto infelicissimo, n&eacute; per altro il nome, per lo quale voi mi chiamate, da tale che seppe ben che si dire mi fu imposto &#8211; e cos&igrave; detto, in pi&egrave; levatosi, per infino all&#39;ora della cena licenzi&ograve; ciascuno.<br />
	Era s&igrave; bello il giardino e s&igrave; dilettevole, che alcuno non vi fu che eleggesse di quello uscire per pi&ugrave; piacere altrove dover sentire. Anzi, non faccendo il sol gi&agrave; tiepido alcuna noia a seguire, i cavriuoli e i conigli e gli altri animali che erano per quello e che a lor sedenti forse cento volte per mezzo lor saltando eran venuti a dar noia, si dierono alcune a seguitare. Dioneo e la Fiammetta cominciarono a cantare di Messer Guiglielmo e della Dama del Vergi&ugrave;; Filomena e Panfilo si diedono a giucare a scacchi; e cos&igrave; chi una cosa e chi altra faccendo, fuggendosi il tempo, l&#39;ora della cena appena aspettata sopravvenne; per che, messe le tavole d&#39;intorno alla bella fonte, quivi con grandissimo diletto cenaron la sera.<br />
	Filostrato, per non uscir del camin tenuto da quelle che reine avanti a lui erano state, come levate furono le tavole, cos&igrave; comand&ograve; che la Lauretta una danza prendesse e dicesse una canzone. La qual disse:<br />
	- Signor mio, delle altrui canzoni io non so, n&eacute; delle mie alcuna n&#39;ho alla mente che sia assai convenevole a cos&igrave; lieta brigata; se voi di quelle che io ho volete, io ne dir&ograve; volentieri.<br />
	Alla quale il re disse:<br />
	- Niuna tua cosa potrebbe essere altro che bella e piacevole; e per ci&ograve; tale qual tu l&#39;hai, cotale la di&#39;.<br />
	Lauretta allora con voce assai soave, ma con maniera alquanto pietosa, rispondendo l&#39;altre, cominci&ograve; cos&igrave; :<br />
	Niuna sconsolata<br />
	da dolersi ha quant&#39;io,<br />
	che &#39;nvan sospiro, lassa!, innamorata</p>
<p>	Colui che muove il cielo e ogni stella,<br />
	mi fece a suo diletto<br />
	vaga, leggiadra, graziosa e bella,<br />
	per dar qua gi&ugrave; ad ogn&#39;alto intelletto<br />
	alcun segno di quella<br />
	bilt&agrave;, che sempre a lui sta nel cospetto:<br />
	e il mortal difetto,<br />
	come mal conosciuta,<br />
	non m&#39;aggradisce, anzi m&#39;ha dispregiata.</p>
<p>	Gi&agrave; fu chi m&#39;ebbe cara, e volentieri<br />
	giovinetta mi prese<br />
	nelle sue braccia e dentro a&#39;suoi pensieri<br />
	e de&#39;miei occhi tututto s&#39;accese;<br />
	e &#39;1 tempo, che leggieri<br />
	sen vola, tutto in vagheggiarmi spese;<br />
	e io, come cortese,<br />
	di me il feci degno;<br />
	ma or ne son, dolente a me!, privata.</p>
<p>	Femmisi innanzi poi presuntuoso<br />
	un giovinetto fiero,<br />
	s&eacute; nobil reputando e valoroso,<br />
	e presa tienmi, e con falso pensiero<br />
	divenuto &egrave; geloso;<br />
	laond&#39;io, lassa!, quasi mi dispero,<br />
	cognoscendo per vero,<br />
	per ben di molti al mondo<br />
	venuta, da uno essere occupata.</p>
<p>	Io maladico la mia isventura,<br />
	quando, per mutar vesta,<br />
	s&igrave; dissi mai; s&igrave; bella nella oscura<br />
	mi vidi gi&agrave; e lieta, dove in questa<br />
	io meno vita dura,<br />
	vie men che prima reputata onesta<br />
	O dolorosa festa,<br />
	morta foss&#39;io avanti<br />
	che io t&#39;avessi in tal caso provata!</p>
<p>	O caro amante, del qual prima fui<br />
	pi&ugrave; che altra contenta,<br />
	che or nel ciel se&#39;davanti a Colui<br />
	che ne cre&ograve;, deh pietoso diventa<br />
	di me, che per altrui<br />
	te obliar non posso; fa ch&#39;io senta<br />
	che quella fiamma spenta<br />
	non sia, che per me t&#39;arse,<br />
	e cost&agrave; su m&#39;impetra la tornata.</p>
<p>	Qui fece fine la Lauretta alla sua canzone, la quale notata da tutti, diversamente da diversi fu intesa; ed ebbevi di quegli che intender vollono alla melanese, che fosse meglio un buon porco che una bella tosa. Altri furono di pi&ugrave; sublime e migliore e pi&ugrave; vero intelletto, del quale al presente recitare non accade.<br />
	Il re, dopo questa, su l&#39;erba e &#39;n su&#39;fiori avendo fatti molti doppieri accendere, ne fece pi&ugrave; altre cantare infin che gi&agrave; ogni stella a cader cominci&ograve; che salia. Per che, ora parendogli da dormire, comand&ograve; che con la buona notte ciascuno alla sua camera si tornasse.</p>
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		<title>Giornata terza &#8211; Novella decima</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Mar 2012 19:07:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il decamerone]]></category>
		<category><![CDATA[tette]]></category>

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		<description><![CDATA[Alibech diviene romita, a cui Rustico monaco insegna rimettere il diavolo in inferno; poi, quindi tolta, diventa moglie di Neerbale.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dioneo, che diligentemente la novella della reina ascoltata avea, sentendo che finita era e che a lui solo restava il dire, senza comandamento aspettare, sorridendo cominci&ograve; a dire.<br />
	Graziose donne, voi non udiste forse mai dire come il diavolo si rimetta in inferno; e per ci&ograve;, senza partirmi guari dallo effetto che voi tutto questo d&igrave; ragionato avete, io il vi vo&#39;dire; forse ancora ne potrete guadagnare l&#39;anima avendolo apparato, e potrete anche conoscere che, quantunque Amore i lieti palagi e le morbide camere pi&ugrave; volentieri che le povere capanne abiti, non &egrave; egli per ci&ograve; che alcuna volta esso fra&#39;folti boschi e fra le rigide alpi e nelle diserte spelunche non faccia le sue forze sentire; il perch&eacute; comprender si pu&ograve; alla sua potenza essere ogni cosa suggetta.<br />
	Adunque, venendo al fatto, dico che nella citt&agrave; di Capsa in Barberia fu gi&agrave; un ricchissimo uomo, il quale tra alcuni altri suoi figliuoli aveva una figlioletta bella e gentilesca, il cui nome fu Alibech. La quale, non essendo cristiana e udendo a molti cristiani che nella citt&agrave; erano molto commendare la cristiana fede e il servire a Dio, un d&igrave; ne domand&ograve; alcuno in che maniera e con meno impedimento a Dio si potesse servire. Il quale le rispose che coloro meglio a Dio servivano che pi&ugrave; delle cose del mondo fuggivano, come coloro facevano che nelle solitudini de&#39;diserti di Tebaida andati se n&#39;erano.<br />
	La giovane, che semplicissima era e d&#39;et&agrave; forse di quattordici anni, non da ordinato disidero ma da un cotal fanciullesco appetito mossa, senza altro farne ad alcuna persona sentire, la seguente mattina ad andar verso il diserto di Tebaida nascosamente tutta sola si mise; e con gran fatica di lei, durando l&#39;appetito, dopo alcun d&igrave; a quelle solitudini pervenne; e veduta di lontano una casetta, a quella n&#39;and&ograve;, dove un santo uomo trov&ograve; sopra l&#39;uscio, il quale, maravigliandosi di quivi vederla, la domand&ograve; quello che ella andasse cercando. La quale rispose, che, spirata da Dio andava cercando d&#39;essere al suo servigio, e ancora chi le &#39;nsegnasse come servire gli si conveniva.<br />
	Il valente uomo, veggendola giovane e assai bella, temendo non il demonio, se egli la ritenesse, lo &#39;ngannasse, le commend&ograve; la sua buona disposizione; e dandole alquanto da mangiare radici d&#39;erbe e pomi salvatichi e datteri e bere acqua, le disse:<br />
	- Figliuola mia, non guari lontan di qui &egrave; un santo uomo, il quale di ci&ograve; che tu vai cercando &egrave; molto migliore maestro che io non sono; a lui te n&#39;andrai &#8211; ; e misela nella via.<br />
	Ed ella, pervenuta a lui e avute da lui queste medesime parole, andata pi&ugrave; avanti, pervenne alla cella d&#39;uno romito giovane, assai divota persona e buona, il cui nome era Rustico, e quella dimanda gli fece che agli altri aveva fatta. Il quale, per volere fare della sua fermezza una gran pruova, non come gli altri la mand&ograve; via o pi&ugrave; avanti, ma seco la ritenne nella sua cella; e venuta la notte, un lettuccio di frondi di palma le fece da una parte e sopra quello le disse si riposasse.<br />
	Questo fatto, non preser guari d&#39;indugio le tentazioni a dar battaglia alle forze di costui; il quale, trovandosi di gran lunga ingannato da quelle, senza troppi assalti volt&ograve; le spalle e rendessi per vinto; e lasciati stare dall&#39;una delle parti i pensier santi e l&#39;orazioni e le discipline, a recarsi per la memoria la giovinezza e la bellezza di costei &#39;ncominci&ograve;, e oltre a questo a pensar che via e che modo egli dovesse con lei tenere, acci&ograve; che essa non s&#39;accorgesse lui come uomo dissoluto pervenire a quello che egli di lei disiderava. E tentato primieramente con certe domande, lei non aver mai uomo conosciuto conobbe e cos&igrave; essere semplice come parea; per che s&#39;avvis&ograve; come, sotto spezie di servire a Dio, lei dovesse recare a&#39;suoi piaceri. E primieramente con molte parole le mostr&ograve; quanto il diavolo fosse nemico di Domeneddio; e appresso le diede ad intendere che quello servigio che pi&ugrave; si poteva far grato a Dio si era rimettere il diavolo in inferno, nel quale Domeneddio l&#39;aveva dannato.<br />
	La giovinetta il domand&ograve;, come questo si facesse. Alla quale Rustico disse:<br />
	- Tu il saprai tosto, e perci&ograve; farai quello che a me far vedrai &#8211; ; e cominciossi a spogliare quegli pochi vestimenti che aveva, e rimase tutto ignudo, e cos&igrave; ancora fece la fanciulla, e posesi ginocchione a guisa che adorar volesse e dirimpetto a s&eacute; fece star lei.<br />
	E cos&igrave; stando, essendo Rustico pi&ugrave; che mai nel suo disidero acceso per lo vederla cos&igrave; bella, venne la resurrezion della carne, la quale riguardando Alibech e maravigliatasi, disse:<br />
	- Rustico, quella che cosa &egrave; che io ti veggio che cos&igrave; si pigne in fuori, e non l&#39;ho io?<br />
	- O figliuola mia, &#8211; disse Rustico &#8211; questo &egrave; il diavolo di che io t&#39;ho parlato. E vedi tu? ora egli mi d&agrave; grandissima molestia, tanta che io appena la posso sofferire.<br />
	Allora disse la giovane:<br />
	- Oh lodato sia Iddio, ch&eacute; io veggio che io sto meglio che non stai tu, ch&eacute; io non ho cotesto diavolo io.<br />
	Disse Rustico:<br />
	- Tu di&#39;vero, ma tu hai un&#39;altra cosa che non la ho io, e haila in iscambio di questo.<br />
	Disse Alibech: &#8211; O che?<br />
	A cui Rustico disse:<br />
	- Hai il ninferno; e dicoti che io mi credo che Iddio t&#39;abbia qui mandata per la salute della anima mia, per ci&ograve; che se questo diavolo pur mi dar&agrave; questa noia, ove tu vogli aver di me tanta piet&agrave; e sofferire che io in inferno il rimetta, tu mi darai grandissima consolazione e a Dio farai grandissimo piacere e servigio, se tu per quello fare in queste parti venuta se&#39;, che tu di&#39;.<br />
	La giovane di buona fede rispose:<br />
	- O padre mio, poscia che io ho il ninferno, sia pure quando vi piacer&agrave;.<br />
	Disse allora Rustico:<br />
	- Figliuola mia, benedetta sia tu; andiamo dunque, e rimettiamlovi s&igrave; che egli poscia mi lasci stare.<br />
	E cos&igrave; detto, menata la giovane sopra uno de&#39;loro letticelli, le &#39;nsegn&ograve; come star si dovesse a dovere incarcerare quel maladetto da Dio.<br />
	La giovane, che mai pi&ugrave; non aveva in inferno messo diavolo alcuno, per la prima volta sent&igrave; un poco di noia, per che ella disse a Rustico:<br />
	- Per certo, padre mio, mala cosa dee essere questo diavolo, e veramente nimico di Dio, ch&eacute; ancora al ninferno, non che altrui, duole quando egli v&#39;&egrave; dentro rimesso.<br />
	Disse Rustico:<br />
	- Figliuola, egli non avverr&agrave; sempre cos&igrave;.<br />
	E per fare che questo non avvenisse, da sei volte, anzi che di su il letticel si movessero, ve &#39;1 rimisero, tanto che per quella volta gli trasser s&igrave; la superbia del capo, che egli si stette volentieri in pace.<br />
	Ma, ritornatagli poi nel seguente tempo pi&ugrave; volte, e la giovane ubbidiente sempre a trargliele si disponesse, avvenne che il giuoco le cominci&ograve; a piacere, e cominci&ograve; a dire a Rustico:<br />
	- Ben veggio che il ver dicevano que&#39;valentuomini in Capsa, che il servire a Dio era cos&igrave; dolce cosa; e per certo io non mi ricordo che mai alcuna altra ne facessi che di tanto diletto e piacer mi fosse, quanto &egrave; il rimetter il diavolo in inferno; e per ci&ograve; io giudico ogn&#39;altra persona, che ad altro che a servire a Dio attende, essere una bestia.<br />
	Per la qual cosa essa spesse volte andava a Rustico, e gli dicea:<br />
	- Padre mio, io son qui venuta per servire a Dio e non per istare oziosa; andiamo a rimettere il diavolo in inferno.<br />
	La qual cosa faccendo, diceva ella alcuna volta:<br />
	- Rustico, io non so perch&eacute; il diavolo si fugga del ninferno; ch&eacute;, s&#39;egli vi stesse cos&igrave; volentieri come il ninferno il riceve e tiene, egli non se ne uscirebbe mai.<br />
	Cos&igrave; adunque invitando spesso la giovane Rustico e al servigio di Dio confortandolo, s&igrave; la bambagia del farsetto tratta gli avea, che egli a tal ora sentiva freddo che un altro sarebbe sudato; e per ci&ograve; egli incominci&ograve; a dire alla giovane che il diavolo non era da gastigare n&eacute; da rimettere in inferno se non quando egli per superbia levasse il capo: &#8211; E noi per la grazia di Dio l&#39;abbiamo s&igrave; sgannato, che egli priega Iddio di starsi in pace &#8211; ; e cos&igrave; alquanto impose di silenzio alla giovane.<br />
	La qual, poi che vide che Rustico pi&ugrave; non la richiedeva a dovere il diavolo rimettere in inferno, gli disse un giorno:<br />
	- Rustico, se il diavolo tuo &egrave; gastigato e pi&ugrave; non ti d&agrave; noia, me il mio ninferno non lascia stare; per che tu farai bene che tu col tuo diavolo aiuti attutare la rabbia al mio ninferno, com&#39;io col mio ninferno ho aiutato a trarre la superbia al tuo diavolo.<br />
	Rustico, che di radici d&#39;erba e d&#39;acqua vivea, poteva male rispondere alle poste; e dissele che troppi diavoli vorrebbono essere a potere il ninferno attutare, ma che egli ne farebbe ci&ograve; che per lui si potesse; e cos&igrave; alcuna volta le sodisfaceva, ma s&igrave; era di rado, che altro non era che gittare una fava in bocca al leone; di che la giovane, non parendole tanto servire a Dio quanto voleva, mormorava anzi che no.<br />
	Ma, mentre che tra il diavolo di Rustico e il ninferno d&#39;Alibech era, per troppo disiderio e per men potere, questa quistione, avvenne che un fuoco s&#39;apprese in Capsa, il quale nella propria casa arse il padre d&#39;Alibech con quanti figliuoli e altra famiglia avea; per la qual cosa Alibech d&#39;ogni suo bene rimase erede. Laonde un giovane chiamato Neerbale, avendo in cortesia tutte le sue facult&agrave; spese, sentendo costei esser viva, messosi a cercarla e ritrovatala avanti che la corte i beni stati del padre, s&igrave; come d&#39;uomo senza erede morto, occupasse, con gran piacere di Rustico e contra al volere di lei la rimen&ograve; in Capsa e per moglie la prese, e con lei insieme del gran patrimonio divenne erede. Ma, essendo ella domandata dalle donne di che nel diserto servisse a Dio, non essendo ancor Neerbale giaciuto con lei, rispose che il serviva di rimettere il diavolo in inferno, e che Neerbale aveva fatto gran peccato d&#39;averla tolta da cos&igrave; fatto servigio.<br />
	Le donne domandarono: &#8211; Come si rimette il diavolo in inferno?<br />
	La giovane, tra con parole e con atti, il mostr&ograve; loro. Di che esse fecero s&igrave; gran risa che ancor ridono, e dissono:<br />
	- Non ti dar malinconia, figliuola, no, ch&eacute; egli si fa bene anche qua; Neerbale ne servir&agrave; bene con esso teco Domeneddio.<br />
	Poi l&#39;una all&#39;altra per la citt&agrave; ridicendolo, vi ridussono in volgar motto che il pi&ugrave; piacevol servigio che a Dio si facesse era il rimettere il diavolo in inferno; il qual motto passato di qua da mare ancora dura.<br />
	E per ci&ograve; voi, giovani donne, alle quali la grazia di Dio bisogna, apparate a rimettere il diavolo in inferno, per ci&ograve; che egli &egrave; forte a grado a Dio e piacer delle parti, e molto bene ne pu&ograve; nascere e seguire.</p>
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		<title>Giornata terza &#8211; Novella nona</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Mar 2012 19:05:47 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[piedi]]></category>
		<category><![CDATA[tette]]></category>

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		<description><![CDATA[Giletta di Nerbona guerisce il re di Francia d'una fistola; domanda per marito Beltramo di Rossiglione, il quale, contra sua voglia sposatala, a Firenze se ne va per isdegno, dove vagheggiando una giovane, in persona di lei Giletta giacque con lui ed ebbene due figliuoli; per che egli poi, avutola cara, per moglie la tenne.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Restava, non volendo il suo privilegio rompere a Dioneo, solamente a dire alla reina, con ci&ograve; fosse cosa che gi&agrave; finita fosse la novella di Lauretta. Per la qual cosa essa, senza aspettar d&#39;essere sollicitata da&#39;suoi, cos&igrave; tutta vaga cominci&ograve; a parlare.<br />
	Chi dir&agrave; novella omai che bella paia, avendo quella di Lauretta udita? Certo vantaggio ne fu che ella non fu la primiera, ch&eacute; poche poi dell&#39;altre ne sarebbon piaciute, e cos&igrave; spero che avverr&agrave; di quelle che per questa giornata sono a raccontare. Ma pure, chente che ella si sia, quella che alla proposta materia m&#39;occorre vi conter&ograve;.<br />
	Nel reame di Francia fu un gentile uomo, il quale chiamato fu Isnardo, conte di Rossiglione, il quale, per ci&ograve; che poco sano era, sempre appresso di s&eacute; teneva un medico, chiamato maestro Gerardo di Nerbona. Aveva il detto conte un suo figliuol piccolo senza pi&ugrave;, chiamato Beltramo, il quale era bellissimo e piacevole, e con lui altri fanciulli della sua et&agrave; s&#39;allevavano, tra&#39;quali era una fanciulla del detto medico, chiamata Giletta; la quale infinito amore e oltre al convenevole della tenera et&agrave; fervente pose a questo Beltramo. Al quale, morto il conte e lui nelle mani del re lasciato, ne convenne andare a Parigi; di che la giovinetta fieramente rimase sconsolata; e non guari appresso, essendosi il padre di lei morto, se onesta cagione avesse potuta avere, volentieri a Parigi per veder Beltramo sarebbe andata; ma essendo molto guardata, per ci&ograve; che ricca e sola era rimasa, onesta via non vedea.<br />
	Ed essendo ella gi&agrave; d&#39;et&agrave; da marito, non avendo mai potuto Beltramo dimenticare, molti, a&#39;quali i suoi parenti l&#39;avevan voluta maritare, rifiutati n&#39;avea senza la cagion dimostrare.<br />
	Ora avvenne che, ardendo ella dello amor di Beltramo pi&ugrave; che mai, per ci&ograve; che bellissimo giovane udiva ch&#39;era divenuto, le venne sentita una novella, come al re di Francia, per una nascenza che avuta avea nel petto ed era male stata curata, gli era rimasa una fistola, la quale di grandissima noia e di grandissima angoscia gli era, n&eacute; s&#39;era ancor potuto trovar medico, come che molti se ne fossero esperimentati, che di ci&ograve; l&#39;avesse potuto guerire, ma tutti l&#39;avean peggiorato, per la qual cosa il re, disperatosene, pi&ugrave; d&#39;alcun non voleva n&eacute; consiglio n&eacute; aiuto. Di che la giovane fu oltremodo contenta, e pensossi non solamente per questo aver ligittima cagione d&#39;andar a Parigi, ma, se quella infermit&agrave; fosse che ella credeva, leggiermente poterle venir fatto d&#39;aver Beltram per marito. Laonde, s&igrave; come colei che gi&agrave; dal padre aveva assai cose apprese, fatta sua polvere di certe erbe utili a quella infermit&agrave; che avvisava che fosse, mont&ograve; a cavallo e a Parigi n&#39;and&ograve;. N&eacute; prima altro fece che ella s&#39;ingegn&ograve; di veder Beltramo; e appresso nel cospetto del re venuta, di grazia chiese che la sua infermit&agrave; gli mostrasse. Il re veggendola bella giovane e avvenente, non gliele seppe disdire, e mostrogliele. Come costei l&#39;ebbe veduta, cos&igrave; incontanente si confort&ograve; di doverlo guerire, e disse:<br />
	- Monsignore, quando vi piaccia, senza alcuna noia o fatica di voi, io ho speranza in Dio d&#39;avervi in otto giorni di questa infermit&agrave; renduto sano.<br />
	Il re si fece in s&eacute; medesimo beffe delle parole di costei dicendo: &#8211; Quello che i maggiori medici del mondo non hanno potuto n&eacute; saputo, una giovane femina come il potrebbe sapere? &#8211; Ringraziolla adunque della sua buona volont&agrave; e rispose che proposto avea seco di pi&ugrave; consiglio di medico non seguire.<br />
	A cui la giovane disse:<br />
	- Monsignore, voi schifate la mia arte, perch&eacute; giovane e femina sono; ma io vi ricordo che io non medico colla mia scienzia, anzi collo aiuto d&#39;lddio e colla scienzia del maestro Gerardo nerbonese, il quale mio padre fu e famoso medico mentre visse.<br />
	Il re allora disse seco: &#8211; Forse m&#39;&egrave; costei mandata da Dio; perch&eacute; non pruovo io ci&ograve; che ella sa fare, poi dice senza noia di me in picciol tempo guerirmi? &#8211; E accordatosi di provarlo, disse:<br />
	- Damigella, e se voi non ci guerite, faccendoci rompere il nostro proponimento, che volete voi che ve ne segua?<br />
	- Monsignore, &#8211; rispose la giovane &#8211; fatemi guardare; e se io infra otto giorni non vi guerisco, fatemi bruciare; ma se io vi guerisco, che merito me ne seguir&agrave;?<br />
	A cui il re rispose:<br />
	- Voi ne parete ancor senza marito; se ci&ograve; farete, noi vi mariteremo bene e altamente.<br />
	Al quale la giovane disse:<br />
	- Monsignore, veramente mi piace che voi mi maritiate, ma io voglio un marito tale quale io vi domander&ograve;, senza dovervi domandare alcun de&#39;vostri figliuoli o della casa reale.<br />
	Il re tantosto le promise di farlo.<br />
	La giovane cominci&ograve; la sua medicina, e in brieve anzi il termine l&#39;ebbe condotto a sanit&agrave;. Di che il re, guerito sentendosi, disse:<br />
	- Damigella, voi avete ben guadagnato il marito.<br />
	A cui ella rispose:<br />
	- Adunque, monsignore, ho io guadagnato Beltramo di Rossiglione, il quale infino nella mia puerizia io cominciai ad amare e ho poi sempre sommamente amato.<br />
	Gran cosa parve al re dovergliele dare; ma, poi che promesso l&#39;avea, non volendo della sua f&egrave; mancare, se &#39;1 fece chiamare e s&igrave; gli disse:<br />
	- Beltramo, voi siete omai grande e fornito. Noi vogliamo che voi torniate a governare il vostro contado e con voi ne meniate una damigella, la qual noi v&#39;abbiamo per moglie data.<br />
	Disse Beltramo:<br />
	- E chi &egrave; la damigella, monsignore?<br />
	A cui il re rispose:<br />
	- Ella &egrave; colei la qual n&#39;ha con le sue medicine sanit&agrave; renduta.<br />
	Beltramo, il quale la conosceva e veduta l&#39;avea, quantunque molto bella gli paresse, conoscendo lei non esser di legnaggio che alla sua nobilt&agrave; bene stesse, tutto sdegnoso disse:<br />
	- Monsignore, dunque mi volete voi dar medica per mogliere? Gi&agrave; a Dio non piaccia che io s&igrave; fatta femina prenda giammai.<br />
	A cui il re disse:<br />
	- Dunque volete voi che noi vegniamo meno di nostra fede, la qual noi per riaver sanit&agrave; donammo alla damigella, che voi in guiderdon di ci&ograve; domand&ograve; per marito?<br />
	- Monsignore, &#8211; disse Beltramo &#8211; voi mi potete torre quant&#39;io tengo, e donarmi, s&igrave; come vostro uomo, a chi vi piace; ma di questo vi rendo sicuro che mai io non sar&ograve; di tal maritaggio contento.<br />
	- S&igrave; sarete, &#8211; disse il re &#8211; per ci&ograve; che la damigella &egrave; bella e savia e amavi molto; per che speriamo che molto pi&ugrave; lieta vita con lei avrete che con una donna di pi&ugrave; alto legnaggio non avreste.<br />
	Beltramo si tacque, e il re fece fare l&#39;apparecchio grande per la festa delle nozze. E venuto il giorno a ci&ograve; determinato, quantunque Beltramo mal volentieri il facesse, nella presenzia del re la damigella spos&ograve;, che pi&ugrave; che s&eacute; l&#39;amava. E questo fatto, come colui che seco gi&agrave; pensato avea quello che far dovesse, dicendo che al suo contado tornar si voleva e quivi consumare il matrimonio, chiese commiato al re; e montato a cavallo, non nel suo contado se n&#39;and&ograve;, ma se ne venne in Toscana. E saputo che i fiorentini guerreggiavano co&#39;sanesi, ad essere in lor favore si dispose; dove, lietamente ricevuto e con onore, fatto di certa quantit&agrave; di gente capitano e da loro avendo buona provisione, al loro servigio si rimase e fu buon tempo.<br />
	La novella sposa, poco contenta di tal ventura, sperando di doverlo, per suo bene operare, rivocare al suo contado, se ne venne a Rossiglione, dove da tutti come lor donna fu ricevuta. Quivi trovando ella, per lo lungo tempo che senza conte stato v&#39;era, ogni cosa guasta e scapestrata, s&igrave; come savia donna, con gran diligenzia e sollicitudine ogni cosa rimise in ordine; di che i suggetti si contentaron molto e lei ebbero molto cara e poserle grande amore, forte biasimando il conte di ci&ograve; ch&#39;egli di lei non si contentava.<br />
	Avendo la donna tutto racconcio il paese, per due cavalieri al conte il signific&ograve;, pregandolo che, se per lei stesse di non venire al suo contado, gliele significasse, ed ella per compiacergli si partirebbe. Alli quali esso durissimo disse:<br />
	- Di questo faccia ella il piacer suo; io per me vi torner&ograve; allora ad esser con lei che ella questo anello avr&agrave; in dito, e in braccio figliuol di me acquistato.<br />
	Egli aveva l&#39;anello assai caro, n&eacute; mai da s&eacute; il partiva, per alcuna virt&ugrave; che stato gli era dato ad intendere ch&#39;egli avea.<br />
	I cavalieri intesero la dura condizione posta nelle due quasi impossibili cose; e veggendo che per loro parole dal suo proponimento nol potevan rimovere, si tornarono alla donna e la sua risposta le raccontarono. La quale, dolorosa molto, dopo lungo pensiero diliber&ograve; di voler sapere se quelle due cose potesser venir fatt&#39;e dove, acci&ograve; che per conseguente il marito suo riavesse. E avendo quello che far dovesse avvisato, ragunati una parte de&#39;maggiori e de&#39;migliori uomini del suo contado, loro assai ordinatamente e con pietose parole raccont&ograve; ci&ograve; che gi&agrave; fatto avea per amor del conte, e mostr&ograve; quello che di ci&ograve; seguiva; e ultimamente disse che sua intenzion non era che per la sua dimora quivi il conte stesse in perpetuo essilio, anzi intendeva di consumare il rimanente della sua vita in peregrinaggi e in servigi misericordiosi per la salute dell&#39;anima sua; e pregogli che la guardia e il governo del contado prendessero e al conte significassero lei avergli vacua ed espedita lasciata la possessione, e dileguatasi con intenzione di mai in Rossiglione non tornare.<br />
	Quivi, mentre ella parlava, furon lagrime sparte assai dai buoni uomini e a lei porti molti prieghi che le piacesse di mutar consiglio e di rimanere; ma niente montarono. Essa, accomandati loro a Dio, con un suo cugino e con una sua cameriera in abito di peregrini, ben forniti a denari e care gioie, senza sapere alcuno ove ella s&#39;andasse, entr&ograve; in cammino, n&eacute; mai ristette s&igrave; fu in Firenze; e quivi per avventura arrivata in uno alberghetto, il quale una buona donna vedova teneva, pianamente a guisa di povera peregrina si stava, disiderosa di sentire novelle del suo signore.<br />
	Avvenne adunque che il seguente d&igrave; ella vide davanti allo albergo passare Beltramo a cavallo con sua compagnia, il quale quantunque ella molto ben conoscesse, nondimeno domand&ograve; la buona donna dello albergo chi egli fosse. A cui l&#39;albergatrice rispose:<br />
	- Questi &egrave; un gentile uom forestiere, il quale si chiama il conte Beltramo, piacevole e cortese e molto amato in questa citt&agrave;; ed &egrave; il pi&ugrave; innamorato uom del mondo d&#39;una nostra vicina, la quale &egrave; gentil femina, ma &egrave; povera. Vero &egrave; che onestissima giovane &egrave;, e per povert&agrave; non si marita ancora, ma con una sua madre, savissima e buona donna, si sta; e forse, se questa sua madre non fosse, avrebbe ella gi&agrave; fatto di quello che a questo conte fosse piaciuto.<br />
	La contessa, queste parole intendendo, raccolse bene; e pi&ugrave; tritamente essaminando vegnendo ogni particularit&agrave;, e bene ogni cosa compresa ferm&ograve; il suo consiglio; e apparata la casa e &#39;1 nome della donna e della sua figliuola dal conte amata, un giorno tacitamente in abito peregrino l&agrave; se n&#39;and&ograve;; e la donna e la sua figliuola trovate assai poveramente, salutatele, disse alla donna, quando le piacesse, le volea parlare.<br />
	La gentil donna, levatasi, disse che apparecchiata era d&#39;udirla; ed entratesene sole in una sua camera e postesi a sedere, cominci&ograve; la contessa:<br />
	- Madonna, e&#39;mi pare che voi siate delle nimiche della fortuna, come sono io; ma, dove voi voleste, per avventura voi potreste voi e me consolare.<br />
	La donna rispose che niuna cosa disiderava quanto di consolarsi onestamente.<br />
	Segu&igrave; la contessa:<br />
	- A me bisogna la vostra fede, nella quale se io mi rimetto e voi m&#39;ingannaste, voi guastereste i vostri fatti e i miei.<br />
	- Sicuramente, &#8211; disse la gentil donna &#8211; ogni cosa che vi piace mi dite, ch&eacute; mai da me non vi troverete ingannata.<br />
	Allora la contessa, cominciatasi dar suo primo innamoramento, chi ell&#39;era e ci&ograve; che intervenuto l&#39;era infino a quel giorno le raccont&ograve; per s&igrave; fatta maniera, che la gentil donna, dando fede alle sue parole, s&igrave; come quella che gi&agrave; in parte udite l&#39;aveva da altrui, cominci&ograve; di lei ad aver compassione. E la contessa, i suoi casi raccontati, segu&igrave;:<br />
	- Udite adunque avete tra l&#39;altre mie noie quali sieno quelle due cose che aver mi convien, se io voglio avere il mio marito, le quali niuna altra persona conosco che far me le possa aver, se non voi, se quello &egrave; vero che io intendo, cio&egrave; che &#39;1 conte mio marito sommamente ami vostra figliuola.<br />
	A cui la gentil donna disse:<br />
	- Madonna, se il conte ama mia figliuola io nol so, ma egli ne fa gran sembianti; ma che poss&#39;io per ci&ograve; in questo adoperare che voi disiderate?<br />
	- Madonna, &#8211; rispose la contessa &#8211; io il vi dir&ograve;; ma primieramente vi voglio mostrar quello che io voglio che ve ne segua, dove voi mi serviate. Io veggio vostra figliuola bella e grande da marito, e per quello che io abbia inteso e comprender mi paia, il non aver ben da maritarla ve la fa guardare in casa. Io intendo che, in merito del servigio che mi farete, di darle prestamente de&#39;miei denari quella dote che voi medesima a maritarla onorevolmente stimerete che sia convenevole.<br />
	Alla donna, s&igrave; come bisognosa, piacque la profferta, ma tuttavia, avendo l&#39;animo gentil, disse:<br />
	- Madonna, ditemi quello che io posso per voi operare, e, se egli sar&agrave; onesto a me, io il far&ograve; volentieri, e voi appresso farete quello che vi piacer&agrave;.<br />
	Disse allora la contessa:<br />
	- A me bisogna che voi, per alcuna persona di cui voi vi fidiate, facciate al conte mio marito dire che vostra figliuola sia presta a fare ogni suo piacere, dove ella possa esser certa che egli cos&igrave; l&#39;ami come dimostra; il che ella non creder&agrave; mai, se egli non le manda l&#39;anello il quale egli porta in mano e che ella ha udito ch&#39;egli ama cotanto; il quale se egli &#39;1 vi manda, voi &#39;1 mi donerete. E appresso gli manderete a dire vostra figliuola essere apparecchiata di fare il piacer suo, e qui il farete occultamente venire e nascosamente me in iscambio di vostra figliuola gli metterete al lato. Forse mi far&agrave; Iddio grazia d&#39;ingravidare; e cos&igrave; appresso, avendo il suo anello in dito e il figliuolo in braccio da lui generato, io il racquister&ograve; e con lui dimorer&ograve; come moglie dee dimorar con marito, essendone voi stata cagione.<br />
	Gran cosa parve questa alla gentil donna, temendo non forse biasimo ne seguisse alla figliuola; ma pur pensando che onesta cosa era il dare opera che la buona donna riavesse il suo marito e che essa ad onesto fine a far ci&ograve; si mettea, nella sua buona e onesta affezion confidandosi, non solamente di farlo promise alla contessa, ma infra pochi giorni con segreta cautela, secondo l&#39;ordine dato da lei, ed ebbe l&#39;anello (quantunque gravetto paresse al conte) e lei in iscambio della figliuola a giacer col conte maestrevolmente mise.<br />
	Ne&#39;quali primi congiugnimenti affettuosissimamente dal conte cercati, come fu piacer di Dio, la donna ingravid&ograve; in due figliuoli maschi, come il parto al suo tempo venuto fece manifesto. N&eacute; solamente d&#39;una volta content&ograve; la gentil donna la contessa degli abbracciamenti del marito, ma molte, s&igrave; segretamente operando, che mai parola non se ne seppe; credendosi sempre il conte non con la moglie, ma con colei la quale egli amava essere stato. A cui, quando a partir si venia la mattina, avea parecchi belle e care gioie donate, le quali tutte diligentemente la contessa guardava.<br />
	La quale, sentendosi gravida, non volle pi&ugrave; la gentil donna gravare di tal servigio, ma le disse:<br />
	- Madonna, la Dio merc&eacute; e la vostra, io ho ci&ograve; che io disiderava, e per ci&ograve; tempo &egrave; che per me si faccia quello che v&#39;aggrader&agrave;, acci&ograve; che io poi me ne vada.<br />
	La gentil donna le disse che, se ella aveva cosa che l&#39;aggradisse, che le piaceva; ma che ci&ograve; ella non avea fatto per alcuna speranza di guiderdone, ma perch&eacute; le pareva doverlo fare a voler ben fare. A cui la contessa disse:<br />
	- Madonna, questo mi piace bene, e cos&igrave; d&#39;altra parte io non intendo di donarvi quello che voi mi domanderete per guiderdone, ma per far bene, ch&eacute; mi pare che si debba cos&igrave; fare.<br />
	La gentil donna allora, da necessit&agrave; costretta, con grandissima vergogna cento lire le domand&ograve; per maritar la figliuola. La contessa, cognoscendo la sua vergogna e udendo la sua cortese domanda, le ne don&ograve; cinquecento e tanti belli e cari gioielli, che valevano per avventura altrettanto; di che la gentil donna vie pi&ugrave; che contenta, quelle grazie che maggiori pot&egrave; alla contessa rend&egrave;, la quale da lei partitasi se ne torn&ograve; allo albergo.<br />
	La gentil donna, per torre materia a Beltramo di pi&ugrave; n&eacute; mandare n&eacute; venire a casa sua, insieme con la figliuola se n&#39;and&ograve; in contado a casa di suoi parenti; e Beltramo ivi a poco tempo da&#39;suoi uomini richiamato, a casa sua, udendo che la contessa s&#39;era dileguata, se ne torn&ograve;.<br />
	La contessa, sentendo lui di Firenze partito e tornato nel suo contado, fu contenta assai, e tanto in Firenze dimor&ograve; che &#39;1 tempo del parto venne, e partor&igrave; due figliuoli maschi simigliantissimi al padre loro, e quegli fe&#39;dilingentemente nudrire. E quando tempo le parve, in cammino messasi, senza essere da alcuna persona conosciuta con essi a Monpolier se ne venne; e quivi pi&ugrave; giorni riposata, e del conte e dove fosse avendo spiato, e sentendo lui il d&igrave; d&#39;Ognissanti in Rossiglione dover fare una gran festa di donne e di cavalieri, pure in forma di peregrina, come usata n&#39;era, l&agrave; se n&#39;and&ograve;.<br />
	E sentendo le donne e&#39;cavaleri nel palagio del conte adunati per dovere andare a tavola, senza mutare abito, con questi suoi figlioletti in braccio salita in su la sala, tra uomo e uomo l&agrave; se n&#39;and&ograve; dove il conte vide, e gittataglisi a&#39;piedi disse piagnendo:<br />
	- Signor mio, io sono la tua sventurata sposa, la quale, per lasciar te tornare e stare in casa tua, lungamente andata son tapinando. Io ti richieggo per Dio che le condizioni postemi per li due cavalieri che io ti mandai, tu le mi osservi; ed ecco nelle mie braccia non un sol figliuol di te, ma due, ed ecco qui il tuo anello. Tempo &egrave; adunque che io debba da te, s&igrave; come moglie esser ricevuta secondo la tua promessa.<br />
	Il conte, udendo questo, tutto misvenne, e riconobbe l&#39;anello e i figliuoli ancora, s&igrave; simili erano a lui; ma pur disse:<br />
	- Come pu&ograve; questo essere intervenuto?<br />
	La contessa, con gran meraviglia del conte e di tutti gli altri che presenti erano, ordinatamente ci&ograve; che stato era, e come, raccont&ograve;. Per la qual cosa il conte, conoscendo lei dire il vero e veggendo la sua perseveranza e il suo senno e appresso due cos&igrave; be&#39;figlioletti; e per servar quello che promesso avea e per compiacere a tutti i suoi uomini e alle donne, che tutti pregavano che lei come sua ligittima sposa dovesse omai raccogliere e onorare, pose gi&ugrave; la sua ostinata gravezza e in pi&egrave; fece levar la contessa, e lei abbracci&ograve; e baci&ograve; e per sua ligittima moglie riconobbe, e quegli per suoi figliuoli. E fattala di vestimenti a lei convenevoli rivestire, con grandissimo piacere di quanti ve n&#39;erano e di tutti gli altri suoi vassalli che ci&ograve; sentirono, fece, non solamente tutto quel d&igrave; ma pi&ugrave; altri grandissima festa; e da quel d&igrave; innanzi, lei sempre come sua sposa e moglie onorando, l&#39;am&ograve; e sommamente ebbe cara.</p>
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		<title>Giornata terza &#8211; Novella ottava</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Mar 2012 19:04:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il decamerone]]></category>
		<category><![CDATA[piedi]]></category>

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		<description><![CDATA[Ferondo, mangiata certa polvere, è sotterrato per morto; e dall'abate, che la moglie di lui si gode, tratto della sepoltura, è messo in prigione e fattogli credere che egli è in purgatoro; e poi risuscitato, per suo nutrica un figliuolo dello abate nella moglie di lui generato.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Venuta era la fine della lunga novella d&#39;Emilia, non per ci&ograve; dispiaciuta ad alcuno per la sua lunghezza, ma da tutti tenuto che brievemente narrata fosse stata, avendo rispetto alla quantit&agrave; e alla variet&agrave; de&#39;casi in essa raccontati; per che la reina, alla Lauretta con un sol cenno mostrato il suo disio, le di&egrave; cagione di cos&igrave; cominciare.<br />
	Carissime donne, a me si para davanti a doversi far raccontare una verit&agrave; che ha, troppo pi&ugrave; che di quello che ella fu, di menzogna sembianza, e quella nella mente m&#39;ha ritornata l&#39;avere udito un per un altro essere stato pianto e sepellito. Dico adunque come un vivo per morto sepellito fosse, e come poi per risuscitato, e non per vivo, egli stesso e molti altri lui credessero essere della sepoltura uscito, colui di ci&ograve; essendo per santo adorato che come colpevole ne dovea pi&ugrave; tosto essere condannato.<br />
	Fu adunque in Toscana una badia, e ancora &egrave;, posta, s&igrave; come noi ne veggiam molte, in luogo non troppo frequentato dagli uomini, nella quale fu fatto abate un monaco, il quale in ogni cosa era santissimo fuor che nell&#39;opera delle femine; e questo sapeva s&igrave; cautamente fare che quasi niuno, non che il sapesse, ma n&eacute; suspicava, per che santissimo e giusto era tenuto in ogni cosa.<br />
	Ora avvenne che, essendosi molto collo abate dimesticato un ricchissimo villano, il quale avea nome Ferondo, uomo materiale e grosso senza modo (n&eacute; per altro la sua dimestichezza piaceva allo abate, se non per alcune recreazioni le quali talvolta pigliava delle sue simplicit&agrave;), e in questa dimestichezza s&#39;accorse l&#39;abate Ferondo avere una bellissima donna per moglie, della quale esso s&igrave; ferventemente s&#39;innamor&ograve; che ad altro non pensava n&eacute; d&igrave; n&eacute; notte. Ma udendo che, quantunque Ferondo fosse in ogni altra cosa semplice e dissipito, in amare questa sua moglie e guardarla bene era savissimo, quasi se ne disperava. Ma pure, come molto avveduto, rec&ograve; a tanto Ferondo, che egli insieme colla sua donna a prendere alcuno diporto nel giardino della badia venivano alcuna volta; e quivi con loro della beatitudine di vita etterna e di santissime opere di molti uomini e donne passate ragionava modestissimamente loro, tanto che alla donna venne disidero di confessarsi da lui e chiesene la licenzia da Ferondo ed ebbela.<br />
	Venuta adunque a confessarsi la donna allo abate, con grandissimo piacer di lui e a pi&egrave; postaglisi a sedere, anzi che adire altro venisse, incominci&ograve;:<br />
	- Messere, se Iddio m&#39;avesse dato marito o non me lo avesse dato, forse mi sarebbe agevole co&#39;vostri ammaestramenti d&#39;entrare nel cammino che ragionato n&#39;avete che mena altrui a vita etterna; ma io, considerato chi &egrave; Ferondo e la sua stultizia, mi posso dir vedova, e pur maritata sono, in quanto, vivendo esso, altro marito aver non posso; ed egli, cos&igrave; matto come egli &egrave;, senza alcuna cagione &egrave; s&igrave; fuori d&#39;ogni misura geloso di me, che io, per questo, altro che in tribulazione e in mala ventura con lui viver non posso. Per la qual cosa, prima che io ad altra confession venga, quanto pi&ugrave; posso umilmente vi priego che sopra questo vi piaccia darmi alcun consiglio, per ci&ograve; che, se quinci non comincia la cagione del mio ben potere adoperare, il confessarmi o altro bene fare poco mi giover&agrave;.<br />
	Questo ragionamento con gran piacere tocc&ograve; l&#39;animo dello abate, e parvegli che la fortuna gli avesse al suo maggior disidero aperta la via, e disse:<br />
	- Figliuola mia, io credo che gran noia sia ad una bella e dilicata donna, come voi siete, aver per marito un mentecatto, ma molto maggiore la credo essere l&#39;avere un geloso; per che, avendo voi e l&#39;uno e l&#39;altro, agevolmente ci&ograve; che della vostra tribolazione dite vi credo. Ma a questo, brievemente parlando, niuno n&eacute; consiglio n&eacute; rimedio veggo fuor che uno, il quale &egrave; che Ferondo di questa gelosia si guarisca. La medicina da guarirlo so io troppo ben fare, purch&eacute; a voi dea il cuore di segreto temere ci&ograve; che io vi ragioner&ograve;.<br />
	La donna disse:<br />
	- Padre mio, di ci&ograve; non dubitate, per ci&ograve; che io mi lascierei innanzi morire che io cosa dicessi ad altrui che voi mi diceste che io non dicessi; ma come si potr&agrave; far questo?<br />
	Rispose l&#39;abate:<br />
	- Se noi vogliamo che egli guarisca, di necessit&agrave; convien che egli vada in purgatoro.<br />
	- E come, &#8211; disse la donna &#8211; vi potr&agrave; egli andare vivendo?<br />
	Disse l&#39;abate:<br />
	- Egli convien ch&#39;e&#39;muoia, e cos&igrave; v&#39;andr&agrave;; e quando tanta pena avr&agrave; sofferta che egli di questa sua gelosia sar&agrave; gastigato, noi con certe orazioni pregheremo Iddio che in questa vita il ritorni, ed egli il far&agrave;.<br />
	- Adunque, &#8211; disse la donna &#8211; debbo io rimaner vedova?<br />
	- S&igrave;, &#8211; rispose l&#39;abate &#8211; per un certo tempo, nel quale vi converr&agrave; molto ben guardare che voi ad altrui non vi lasciate rimaritare, per ci&ograve; che Iddio l&#39;avrebbe per male, e, tornandoci Ferondo, vi converrebbe a lui tornare, e sarebbe pi&ugrave; geloso che mai.<br />
	La donna disse:<br />
	- Purch&eacute; egli di questa mala ventura guarisca, che egli non mi convenga sempre stare in prigione, io son contenta; fate come vi piace.<br />
	Disse allora l&#39;abate:<br />
	- E io il far&ograve;; ma che guiderdon debbo io aver da voi di cos&igrave; fatto servigio?<br />
	- Padre mio, &#8211; disse la donna &#8211; ci&ograve; che vi piace, purch&eacute; io possa; ma che puote una mia pari, che ad un cos&igrave; fatto uomo, come voi siete, sia convenevole?<br />
	A cui l&#39;abate disse:<br />
	- Madonna, voi potete non meno adoperar per me che sia quello che io mi metto a far per voi; per ci&ograve; che, s&igrave; come io mi dispongo a far quello che vostro bene e vostra consolazion dee essere, cos&igrave; voi potete far quello che fia salute e scampo della vita mia.<br />
	Disse allora la donna:<br />
	- Se cos&igrave; &egrave;, io sono apparecchiata.<br />
	- Adunque, &#8211; disse l&#39;abate &#8211; mi donerete voi il vostro amore e faretemi contento di voi, per la quale io ardo tutto e mi consumo.<br />
	La donna, udendo questo, tutta sbigottita rispose:<br />
	- Ohim&egrave;, padre mio, che &egrave; ci&ograve; che voi domandate? Io mi credeva che voi foste un santo; or conviensi egli a&#39;santi uomini di richieder le donne, che a lor vanno per consiglio, di cos&igrave; fatte cose?<br />
	A cui l&#39;abate disse:<br />
	- Anima mia bella, non vi maravigliate, ch&eacute; per questo la santit&agrave; non diventa minore, per ci&ograve; che ella dimora nell&#39;anima e quello che io vi domando &egrave; peccato del corpo. Ma, che che si sia, tanta forza ha avuta la vostra vaga bellezza, che amore mi costrigne a cos&igrave; fare. E dicovi che voi della vostra bellezza pi&ugrave; che altra donna gloriar vi potete, pensando che ella piaccia a&#39;santi, che sono usi di vedere quelle del cielo. E oltre a questo, come che io sia abate, io sono uomo come gli altri, e, come voi vedete, io non sono ancor vecchio. E non vi dee questo esser grave a dover fare, anzi il dovete disiderare, per ci&ograve; che, mentre che Ferondo star&agrave; in purgatoro, io vi dar&ograve;, faccendovi la notte compagnia, quella consolazion che vi dovrebbe dare egli; n&eacute; mai di questo persona niuna s&#39;accorger&agrave;, credendo ciascun di me quello, e pi&ugrave;, che voi poco avante ne credevate. Non rifiutate la grazia che Iddio vi manda, ch&eacute; assai sono di quelle che quello disiderano che voi potete avere, e avrete, se savia crederete al mio consiglio. Oltre a questo, io ho di belli gioielli e di cari, li quali io non intendo che d&#39;altra persona sieno che vostri. Fate adunque, dolce speranza mia, per me quello che io fo per voi volentieri.<br />
	La donna teneva il viso basso, n&eacute; sapeva come negarlo, e il concedergliele non le pareva far bene; per che l&#39;abate, veggendola averlo ascoltato e dare indugio alla risposta, parendo gliele avere gi&agrave; mezza convertita, con molte altre parole alle prime continuandosi, avanti che egli ristesse l&#39;ebbe nel capo messo che questo fosse ben fatto; per che essa vergognosamente disse s&eacute; essere apparecchiata ad ogni suo comando, ma prima non potere che Ferondo andato fosse in purgatoro.<br />
	A cui l&#39;abate contentissimo disse:<br />
	- E noi faremo che egli v&#39;andr&agrave; incontanente; farete pure che domane o l&#39;altro d&igrave; egli qua con meco se ne venga a dimorare &#8211; ; e detto questo, postole celatamente in mano un bellissimo anello, la licenzi&ograve;. La donna lieta del dono e attendendo d&#39;aver degli altri, alle compagne tornata, maravigliose cose cominci&ograve; a raccontare della santit&agrave; dello abate e con loro a casa se ne torn&ograve;.<br />
	Ivi a pochi d&igrave; Ferondo se n&#39;and&ograve; alla badia, il quale come l&#39;abate vide, cos&igrave; s&#39;avvis&ograve; di mandarlo in purgatoro. E ritrovata una polvere di maravigliosa virt&ugrave;, la quale nelle parti di Levante avuta avea da un gran principe, il quale affermava quella solersi usare per lo Veglio della Montagna, quando alcun voleva dormendo mandare nel suo paradiso o trarlone, e che ella, pi&ugrave; e men data, senza alcuna lesione faceva per s&igrave; fatta maniera pi&ugrave; e men dormire colui che la prendeva, che, mentre la sua virt&ugrave; durava, alcuno non avrebbe mai detto colui in s&eacute; aver vita; e di questa tanta presane che a fare dormir tre giorni sufficiente fosse, e in un bicchier di vino non ben chiaro, ancora nella sua cella, senza avvedersene Ferondo, gliele di&egrave; bere, e lui appresso men&ograve; nel chiostro, e con pi&ugrave; altri de&#39;suoi monaci di lui cominciarono e delle sue sciocchezze a pigliar diletto. Il quale non dur&ograve; guari che, lavorando la polvere, a costui venne un sonno subito e fiero nella testa, tale che stando ancora in pi&egrave; s&#39;addorment&ograve; e addormentato cadde.<br />
	L&#39;abate, mostrando di turbarsi dello accidente, fattolo scignere e fatta recare acqua fredda e gittargliele nel viso, e molti suoi altri argomenti fatti fare, quasi da alcuna fumosit&agrave; di stomaco o d&#39;altro che occupato l&#39;avesse gli volesse la smarrita vita e &#39;1 sentimento rivocare; veggendo l&#39;abate e&#39;monaci che per tutto questo egli non si risentiva, toccandogli il polso e niun sentimento trovandogli, tutti per constante ebbero ch&#39;e&#39;fosse morto; per che, mandatolo a dire alla moglie e a&#39;parenti di lui, tutti quivi prestamente vennero, e avendolo la moglie colle sue parenti alquanto pianto, cos&igrave; vestito come era il fece l&#39;abate mettere in uno avello.<br />
	La donna si torn&ograve; a casa, e da un piccol fanciullin che di lui aveva disse che non intendeva partirsi giammai; e cos&igrave;, rimasasi nella casa, il figliuolo e la ricchezza, che stata era di Ferondo, cominci&ograve; a governare.<br />
	L&#39;abate con un monaco bolognese, di cui egli molto si confidava e che quel d&igrave; quivi da Bologna era venuto, levatosi la notte tacitamente, Ferondo trassero della sepoltura, e lui in una tomba, nella quale alcun lume non si vedea e che per prigione de&#39;monaci che fallissero era stata fatta, nel portarono; e trattigli i suoi vestimenti e a guisa di monaco vestitolo, sopra un fascio di paglia il posero e lasciaronlo stare tanto ch&#39;egli si risentisse. In questo mezzo il monaco bolognese, dallo abate informato di quello che avesse a fare, senza saperne alcuna altra persona niuna cosa, cominci&ograve; ad attender che Ferondo si risentisse.<br />
	L&#39;abate il d&igrave; seguente con alcun de&#39;suoi monaci per modo di visitazion se n&#39;and&ograve; a casa della donna, la quale di nero vestita e tribolata trov&ograve;, e confortatala alquanto, pianamente la richiese della promessa. La donna, veggendosi libera e senza lo &#39;mpaccio di Ferondo o d&#39;altrui, avendogli veduto in dito un altro bello anello, disse che era apparecchiata; e con lui compose che la seguente notte v&#39;andasse.<br />
	Per che, venuta la notte, l&#39;abate, travestito de&#39;panni di Ferondo e dal suo monaco accompagnato, v&#39;and&ograve; e con lei infino al matutino con grandissimo diletto e piacere si giacque, e poi si ritorn&ograve; alla badia, quel camino per cos&igrave; fatto servigio faccendo assai sovente; e da alcuni e nello andare e nel tornare alcuna volta essendo scontrato, fu creduto che fosse Ferondo che andasse per quella contrada penitenza faccendo; e poi molte novelle tra la gente grossa della villa contatone, e alla moglie ancora, che ben sapeva ci&ograve; che era, pi&ugrave; volte fu detto.<br />
	Il monaco bolognese, risentito Ferondo e quivi trovandosi senza saper dove si fosse, entrato dentro con una voce orribile, con certe verghe in mano, presolo, gli diede una gran battitura.<br />
	Ferondo, piangendo e gridando, non faceva altro che domandare:<br />
	- Dove sono io?<br />
	A cui il monaco rispose:<br />
	- Tu se&#39;in purgatoro.<br />
	- Come! &#8211; disse Ferondo &#8211; dunque sono io morto?<br />
	Disse il monaco:<br />
	- Mai s&igrave; &#8211; ; per che Ferondo s&eacute; stesso e la sua donna e &#39;1 suo figliuolo cominci&ograve; a piagnere, le pi&ugrave; nuove cose del mondo dicendo.<br />
	Al quale il monaco port&ograve; alquanto da mangiare e da bere. Il che veggendo Ferondo, disse:<br />
	- O mangiano i morti?<br />
	Disse il monaco:<br />
	- S&igrave;; e questo che io ti reco &egrave; ci&ograve; che la donna, che fu tua, mand&ograve; stamane alla chiesa a far dir messe per l&#39;anima tua, il che Domeneddio vuole che qui rappresentato ti sia.<br />
	Disse allora Ferondo:<br />
	- Domine, dalle il buono anno. Io le voleva ben gran bene anzi che io morissi, tanto che io me la teneva tutta notte in braccio e non faceva altro che baciarla e anche faceva altro quando voglia me ne veniva.<br />
	E poi, gran voglia avendone, cominci&ograve; a mangiare e a bere; e non parendogli il vino troppo buono, disse:<br />
	- Domine, falla trista, ch&eacute; ella non diede al prete del vino della botte di lungo il muro.<br />
	Ma poi che mangiato ebbe, il monaco da capo il riprese e con quelle medesime verghe gli diede una gran battitura. A cui Ferondo, avendo gridato assai, disse:<br />
	- Deh. questo perch&eacute; mi fai tu?<br />
	Disse il monaco:<br />
	- Per ci&ograve; che cos&igrave; ha comandato Domeneddio che ogni d&igrave; due volte ti sia fatto.<br />
	- E per che cagione? &#8211; disse Ferondo.<br />
	Disse il monaco:<br />
	- Perch&eacute; tu fosti geloso, avendo la miglior donna che fosse nelle tue contrade per moglie.<br />
	- Ohim&egrave;, &#8211; disse Ferondo &#8211; tu di&#39;vero, e la pi&ugrave; dolce; ella era pi&ugrave; melata che &#39;1 confetto, ma io non sapeva che Domeneddio avesse per male che l&#39;uomo fosse geloso, ch&eacute; io non sarei stato.<br />
	Disse il monaco:<br />
	- Di questo ti dovevi tu avvedere mentre eri di l&agrave;, e ammendartene; e se egli avviene che tu mai vi torni, fa che tu abbi s&igrave; a mente quello che io fo ora, che tu non sii mai pi&ugrave; geloso.<br />
	Disse Ferondo:<br />
	- O ritornavi mai chi muore?<br />
	Disse il monaco:<br />
	- S&igrave;, chi Dio vuole.<br />
	- Oh, &#8211; disse Ferondo &#8211; se io vi torno mai, io sar&ograve; il miglior marito del mondo; mai non la batter&ograve;, mai non le dir&ograve; villania, se non del vino che ella ci ha mandato stamane, e anche non ci ha mandato candela niuna, ed emmi convenuto mangiare al buio.<br />
	Disse il monaco:<br />
	- S&igrave; fece bene, ma elle arsero alle messe.<br />
	- Oh, &#8211; disse Ferondo &#8211; tu dirai vero; e per certo se io vi torno, io la lascer&ograve; fare ci&ograve; che ella vorr&agrave;. Ma dimmi chi se&#39;tu che questo mi fai?<br />
	Disse il monaco:<br />
	- Io sono anche morto, e fui di Sardigna, e perch&eacute; io lodai gi&agrave; molto ad un mio signore l&#39;esser geloso, sono stato dannato da Dio a questa pena, che io ti debba dare mangiare e bere e queste battiture, infino a tanto che Iddio di liberer&agrave; altro di te e di me.<br />
	Disse Ferondo:<br />
	- Non c&#39;&egrave; egli pi&ugrave; persona che noi due?<br />
	Disse il monaco:<br />
	- S&igrave;, a migliaia, ma tu non gli puoi n&eacute; vedere n&eacute; udire, se non come essi te.<br />
	Disse allora Ferondo:<br />
	- O quanto siam noi di lungi dalle nostre contrade?<br />
	- Ohioh! &#8211; disse il monaco &#8211; sevvi di lungi delle miglia pi&ugrave; di ben la cacheremo.<br />
	- Gnaffe! cotesto &egrave; bene assai; &#8211; disse Ferondo &#8211; e per quel che mi paia, noi dovremmo essere fuor del mondo, tanta ci ha.<br />
	Ora in cos&igrave; fatti ragionamenti e in simili, con mangiare e con battiture, fu tenuto Ferondo da dieci mesi in fra li quali assai sovente l&#39;abate bene avventurosamente visit&ograve; la bella donna e con lei si diede il pi&ugrave; bel tempo del mondo.<br />
	Ma, come avvengono le sventure, la donna ingravid&ograve;, e prestamente accortasene, il disse all&#39;abate; per che ad amenduni parve che senza indugio Ferondo fosse da dovere essere di purgatoro rivocato a vita e che a lei si tornasse, ed ella di lui dicesse che gravida fosse.<br />
	L&#39;abate adunque la seguente notte fece con una voce contraffatta chiamar Ferondo nella prigione, e dirgli:<br />
	- Ferondo, confortati, ch&eacute; a Dio piace che tu torni al mondo; dove tornato, tu avrai un figliuolo della tua donna, il quale farai che tu nomini Benedetto, per ci&ograve; che per gli prieghi del tuo santo abate e della tua donna e per amor di san Benedetto ti fa questa grazia.<br />
	Ferondo, udendo questo, fu forte lieto e disse:<br />
	- Ben mi piace. Dio gli dea il buono anno a messer Domeneddio e allo abate e a san Benedetto e alla moglie mia caciata, melata, dolciata.<br />
	L&#39;abate, fattogli dare nel vino che egli gli mandava di quella polvere tanta che forse quattro ora il facesse dormire, rimessigli i panni suoi, insieme col monaco suo tacitamente il tornarono nello avello nel quale era stato sepellito.<br />
	La mattina in sul far del giorno Ferondo si risent&igrave; e vide per alcuno pertugio dello avello lume, il quale egli veduto non avea ben dieci mesi: per che, parendogli esser vivo, cominci&ograve; a gridare: &#8211; Apritemi, apritemi &#8211; ed egli stesso a pontar col capo nel coperchio dello avello s&igrave; forte, che ismossolo, per ci&ograve; che poca ismovitura avea, lo &#39;ncominciava a mandar via; quando i monaci, che detto avean matutino, corson col&agrave; e conobbero la voce di Ferondo e viderlo gi&agrave; del monimento uscir fuori; di che, spaventati tutti per la novit&agrave; del fatto, cominciarono a fuggire e allo abate n&#39;andarono.<br />
	Il quale, sembianti faccendo di levarsi d&#39;orazione, disse:<br />
	- Figliuoli, non abbiate paura, prendete la croce e l&#39;acqua santa e appresso di me venite, e veggiamo ci&ograve; che la potenzia di Dio ne vuol mostrare &#8211; ; e cos&igrave; fece.<br />
	Era Ferondo tutto pallido, come colui che tanto tempo era stato senza vedere il cielo, fuor dello avello uscito. Il quale, come vide l&#39;abate, cos&igrave; gli corse a&#39;piedi e disse:<br />
	- Padre mio, le vostre orazioni, secondo che revelato mi fu, e quelle di san Benedetto e della mia donna, m&#39;hanno delle pene del purgatoro tratto e tornato in vita, di che io priego Iddio che vi dea il buono anno e le buone calendi, oggi e tuttavia.<br />
	L&#39;abate disse:<br />
	- Lodata sia la potenza di Dio. Va dunque, figliuolo, poscia che Iddio t&#39;ha qui rimandato, e consola la tua donna, la qual sempre, poi che tu di questa vita passasti, &egrave; stata in lagrime, e sii da quinci innanzi amico e servidore di Dio.<br />
	Disse Ferondo:<br />
	- Messere, egli m&#39;&egrave; ben detto cos&igrave;; lasciate far pur me, ch&eacute; come io la trover&ograve;, cos&igrave; la bacer&ograve;, tanto bene le voglio.<br />
	L&#39;abate rimaso co&#39;monaci suoi, mostr&ograve; d&#39;avere di questa cosa una grande ammirazione, e fecene divotamente cantare il Miserere.<br />
	Ferondo torn&ograve; nella sua villa, dove chiunque il vedeva fuggiva, come far si suole delle orribili cose, ma egli, richiamandogli, affermava s&eacute; essere risuscitato. La moglie similmente aveva di lui paura.<br />
	Ma poi che la gente alquanto si fu rassicurata con lui e videro che egli era vivo, domandandolo di molte cose, quasi savio ritornato, a tutti rispondeva e diceva loro novelle dell&#39;anime de&#39;parenti loro, e faceva da s&eacute; medesimo le pi&ugrave; belle favole del mondo de&#39;fatti purgatoro, e in pien popolo raccont&ograve; la revelazione statagli fatta per la bocca del Ragnolo Braghiello avanti che risuscitasse. Per la qual cosa in casa colla moglie tornatosi e in possessione rientrato de&#39;suoi beni, la &#39;ngravid&ograve; al suo parere, e per ventura venne che a convenevole tempo, secondo l&#39;oppinione degli sciocchi che credono la femina nove mesi appunto portare i figliuoli, la donna partor&igrave; un figliuol maschio, il qual fu chiamato Benedetto Ferondi.<br />
	La tornata di Ferondo e le sue parole, credendo quasi ogn&#39;uomo che risuscitato fosse, acrebbero senza fine la fama della santit&agrave; dello abate. E Ferondo, che per la sua gelosia molte battiture ricevute avea, s&igrave; come di quella guerito, secondo la promessa dello abate fatta alla donna, pi&ugrave; geloso non fu per innanzi; di che la donna contenta, onestamente, come soleva, con lui si visse, s&igrave; veramente che, quando acconciamente poteva, volentieri col santo abate si ritrovava, il quale bene e diligentemente ne&#39;suoi maggior bisogni servita l&#39;avea.</p>
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